La letteratura incontra il calcio. Esempio di Pier Paolo Pasolini

ll gioco del calcio è lo sport nazionale per eccellenza non solo in Italia; l’unico che unisce in un comune sentimento di entusiasmo e partecipazione tutte le fasce sociali e che riesce a tenere desta l’attenzione ben prima e ben dopo l’ora e mezza di durata della partita. Che sia il mezzo televisivo o la visione diretta a comunicare le immagini del gioco, l’eccitazione del pubblico si mantiene sempre a un livello molto alto e la tensione quasi mai si acquieta con la fine del gioco ma lo trascende e ha modo di scaricarsi nelle strade cittadine, coinvolgendo anche chi l’incontro agonistico non l’ha seguito. È un gioco che, proiettato oltre gli stadi ufficiali, si reinventa quotidianamente nelle migliaia di campi sportivi più o meno improvvisati, nelle scuole e nei cortili delle case, ovunque si ritrovino un gruppo di ragazzi intorno a un pallone.
Registrare questo fenomeno, con spirito di partecipazione, con la serena ottica dell’interesse culturale, con l’acuta indagine della curiosità è la sfida che hanno lanciato, nel tempo, giornalisti, fotografi, sociologi, filosofi, pittori, scultori e anche letterati. Lo scrittore di prosa e il calciatore potrebbero sembrare diametralmente opposti. Ma hanno più in comune di quanto si potrebbe pensare.

Il calcio è una metafora della vita, sentenzia Jean-Paul Sartre. La vita è una metafora del calcio, corregge il filosofo Sergio Givone. Di certo, calcio e letteratura vanno a braccetto, in una simbiosi ormai consolidata.
Si può quasi essere certi che nella mente di un tifoso di calcio l’ultima cosa che possa venirgli in mente è stare seduto in un angolo tranquillo dello stadio con un buon libro in mano quando la sua squadra, casomai, segna il gol della vittoria. Molti potrebbero obiettare che i mondi della letteratura e il calcio sono pianeti diversi, anzi forse in galassie differenti.
Un gruppo di autori di grande fama potrebbe dissentire. Per loro, il calcio non è solo uno sport che si ama – e tutto ciò che intorno ad esso è un fenomeno che ispira il loro lavoro. Ci sono scrittori che, in qualche modo,  hanno subito un’influenza sulla vita e sulla loro scrittura attraverso le proprie esperienze con lo sport. Sappiamo come il calcio sia stato anche utilizzato per manipolare le masse da parte di diverse dittature militari, come quella argentina con la vittoria della squadra nazionale della Coppa del Mondo nel 1978. Nell’Unione Sovietica, il calcio era visto come qualcosa di simile a una fabbrica collettiva, e aveva un carattere nettamente militarista. Molti russi che detestavano quegli aspetti della vita sovietica d’altra parte consideravano una partita della nazionale una forma di protesta. Lo scrittore russo Victor Yerofeyev scriveva che “Libri e calcio sono i due modi per sfuggire alla realtà del quotidiano”.
Lo svedese Henning Mankell scrive che il calcio condivide con la letteratura la capacità di raccontare una storia. Ha scritto che una partita vista in Mozambico gli ha cambiato la sua visione del gioco per sempre. È stato oltre 20 anni fa al termine di una brutale guerra civile. Un tentativo per mettere insieme i due contendenti del conflitto di conciliare fu quello di organizzare una partita di calcio tra due squadre di uomini che avevano commesso atrocità durante la guerra.
Mankell, vedendo quegli uomini giocare, scrisse che cominciò a vedersi in modo diverso da come li aveva visti prima, rendendosi conto che i conflitti si possono risolvere in un modo che non comporta la violenza.
“Dramma, letteratura e calcio sono quasi la stessa cosa; conflitti, contraddizioni possono risolversi” ha detto Mankell. “Questo è ciò che l’autore deve fare, e il giocatore di calcio fa lo stesso. Entrambi devono rendere interessante i loro campi, altrimenti nessuno andrà a vedere una partita e nessuno leggerà un libro”.
Tim Parks, uno scrittore inglese che vive in Italia e scrisse un famoso libro che racconta di calcio, dice che la letteratura può essere un luogo di trasgressione, in cui il lato oscuro della natura umana trova uno sbocco. “La gente va allo stadio per vivere l’emozione di delirio collettivo, per sperimentare un luogo di pericolo” ha detto.
Dal momento che le partite sono come “mini-guerre”, si lascia che le persone si perdano in un lato di sé.
“Quando vediamo partite senza aggressività, odiamo questo gioco” ha detto Parks. “La cosa più interessante per noi autori non è in realtà il gioco stesso, ma quello che accade intorno, poiché la quantità crescente di buona scrittura di calcio inizia dove il gioco sul campo finisce”.
Manuel Vázquez Montalbán, tra un’osservazione tecnica sul campionato spagnolo e uno sberleffo agli odiati dirigenti, formula preziose osservazioni sul rapporto tra calcio e letteratura:
“Sono stati soprattutto gli autori latino-americani a trasformare il calcio in una moderna forma di epica. E allo stesso modo in cui Paesi come il Brasile e l’Argentina esportano giocatori in tutto il mondo, l’epica calcistica di autori come Eduardo Galeano e Osvaldo Soriano è stata esportata in tutto il mondo. Questi scrittori hanno saputo presentare il calcio per quello che veramente è, ossia una forma d’arte popolare. In questi autori c’e una naturalezza, una semplicità che manca del tutto negli scrittori europei. Che infatti, nel loro intellettualismo, hanno sempre snobbato il calcio”.

«I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui Prati di Caprara
(giocavo anche sei-sette ore di seguito, ininterrottamente: ala destra, allora, e i miei amici,
qualche anno dopo, mi avrebbero chiamato lo “Stukas”: ricordo dolce bieco)
sono stati indubbiamente i più belli della mia vita. Mi viene quasi un nodo alla gola,
se ci penso. Allora, il Bologna era il Bologna più potente della sua storia:
quello di Biavati e Sansone, di Reguzzoni e Andreolo (il re del campo),
di Marchesi, di Fedullo e Pagotto. Non ho mai visto niente di più bello
degli scambi tra Biavati e Sansone (Reguzzoni è stato un po’ ripreso da Pascutti).
Che domeniche allo stadio Comunale!»
Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini, che è stato una fantasiosa ala destra, si spinge addirittura oltre ciò che hanno dichiarato gli altri scrittori sopra citati:
“Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro”.
Per la sua passione calcistica illimitata Pasolini assimila in modo alquanto originale il calcio a un vero e proprio linguaggio, coi suoi poeti e prosatori, e definisce il football un sistema di segni, cioè un linguaggio, che ha tutte le caratteristiche fondamentali di quello scritto-parlato:
[…] Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio. Esso ha tutte le caratteristiche fondamentali del linguaggio per eccellenza, quello che noi ci poniamo subito come termine di confronto, ossia il linguaggio scritto-parlato.
Infatti le “parole” del linguaggio del calcio si formano esattamente come le parole del linguaggio scritto-parlato. Ora, come si formano queste ultime? Esse si formano attraverso la cosiddetta “doppia articolazione” ossia attraverso le infinite combinazioni dei “fonemi”: che sono, in italiano, le 21 lettere dell’alfabeto.
I “fonemi” sono dunque le “unità minime” della lingua scritto-parlata. Vogliamo divertirci a definire l’unità minima della lingua del calcio? Ecco: “Un uomo che usa i piedi per calciare un pallone è tale unità minima: tale “podema” (se vogliamo continuare a divertirci). Le infinite possibilità di combinazione dei “podemi” formano le “parole calcistiche”: e l’insieme delle “parole calcistiche” forma un discorso, regolato da vere e proprie norme sintattiche.
I “podemi” sono ventidue (circa, dunque, come i fonemi): le “parole calcistiche” sono potenzialmente infinite, perché infinite sono le possibilità di combinazione dei “podemi” (ossia, in pratica, dei passaggi del pallone tra giocatore e giocatore); la sintassi si esprime nella “partita”, che è un vero e proprio discorso drammatico.
I cifratori di questo linguaggio sono i giocatori, noi, sugli spalti, siamo i decifratori: in comune dunque possediamo un codice.
Chi non conosce il codice del calcio non capisce il “significato” delle sue parole (i passaggi) né il senso del suo discorso (un insieme di passaggi).
L’amore di Pasolini per il gioco del calcio e la sua conoscenza tecnica di giocatori, schemi, stili e tattiche sono noti. Lui stesso si dedicò al calcio: ogni occasione era opportuna per praticare il suo gioco preferito, soprattutto sui campetti delle periferie romane e non, negli intervalli di lavorazione dei suoi film o appena aveva tempo disponibile.

Pasolini, il calcio e tre libri
Tre scrittori hanno dedicato in anni recenti loro libri a Pier Paolo Pasolini “calciatore”.

Valerio Piccioni
Quando giocava Pasolini.
Calci, corse e parole di un poeta
Limina Edizioni, Arezzo 1996
È la prima biografia-antologia di un Pasolini pressoché inedito, quello che amava e viveva lo sport con la passione di un ragazzo di borgata e la complessità di un intellettuale raffinato.
I calci svogliati dei «ragazzi di vita» nella Roma più periferica, l’antipatia per Benvenuti, la polemica antinazionalista con Arpino, la commozione in diretta tv per il racconto di Vito Taccone, la corte vana a Carlos Monzon mai diventato Yunan nel Fiore delle mille e una notte, le risposte in monosillabi dei giocatori del Bologna alle sue domande sul sesso in Comizi d’amore, la scelta del saltatore Giuseppe Gentile per il Giasone del suo film Medea.
E poi il gioco del calcio con le sue molteplici forme letterarie: gli elzeviri di Rivera e Mazzola, la poesia di Corso e Riva, la prosa di Bulgarelli. Un lungo viaggio attraverso i romanzi, gli articoli, le interviste, le poesie.

Ugo Riccarelli
L’angelo di Coppi
Mondadori, Milano 2001
Storia e fantasia, magia e poesia sono gli ingredienti sapientemente dosati da Ugo Riccarelli nel suo libro. Dieci storie ispirate al mondo dello sport; momenti importanti, veri o sognati, ci narrano storie sconosciute o riportano all’attualità personaggi quasi dimenticati: un magnifico modo per raccontare la grandezza e la debolezza degli uomini, i loro sogni e le loro ossessioni.
Il decimo racconto – in cui Ricciarelli descrive le partite di calcio di Pier Paolo Pasolini, scrittore, poeta, regista e ideatore oltre che allenatore del Caos di Monteverde, una squadra di borgata che parla in romanesco e che più che in una partita sembra impegnata in una rissa, tra maledizioni e bestemmie, ma che, conquistata dal fascino di Pasolini, riesce a diventare una vera squadra -, rappresenta la parte più dolce e commovente del libro ed è la descrizione di un momento di incontro tra sport e cultura in cui molti ancora si rifiutano di credere.

Alberto Garlini
Fútbol bailado
Sironi Editore, Milano 2004
Italia, primavera del 1975. Nei pressi di Mantova, Pier Paolo Pasolini sta girando Salò o le 120 giornate di Sodoma. Poco distante, nei dintorni di Parma, Bernardo Bertolucci lavora al film Novecento. Nel giorno del compleanno di Bertolucci, viene organizzata una partita di calcio tra le due troupe. Il campo è quello della Cittadella, a Parma, intorno al quale sono tutti raccolti i protagonisti di questa storia: Pasolini corre come un forsennato, Bertolucci si improvvisa allenatore; sulle gradinate, tra i numerosi spettatori, si aggirano Alberto, un bambino intimorito dalla solitudine, e Vincenzo, un terrorista nero con una agghiacciante missione da compiere.
Il risultato della partita è in sospeso quando, all’inizio del secondo tempo, entra in campo un sedicenne dalle lunghe cosce, lento e affascinante. Si chiama Francesco, viene dalle giovanili del Parma e gioca con una grazia dirompente. Pasolini, guardando il suo fútbol bailado, calcio danzato imparato nelle strade e nelle piazze, decide di cambiare il finale del film: il nero di Salò, della dominazione fredda dell’uomo sull’uomo, si tinge di una nuova speranza.
L’autore avverte che, pur rifacendosi liberamente ad alcune vicende accadute, il libro è opera di fantasia. I riferimenti a personaggi, episodi, dialoghi attribuiti a personaggi realmente esistenti o esistiti devono essere considerati all’interno della finzione narrativa.

La letteratura incontra il calcio. Esempio di Pier Paolo Pasolini

La giovane corrente letteraria spagnola “Afterpop” o Generazione Nocilla

Sono scrittori nati negli anni ’70 in Spagna, con alcuni approcci rivoluzionari e immersi nell’era di Internet che, nonostante legati a un mondo pieno di comodità e opportunità, hanno manifestato una profonda insoddisfazione, perché non potevano realizzare i loro sogni e perché il possesso materiale non li rendeva felici. Per poter cambiare il mondo, questi giovani si sono appellati a un cambiamento che deve iniziare dall’individuo stesso: “Affrontare le paure che ci imprigionano e ci impediscono di essere noi stessi. È necessaria una rivoluzione interiore per cambiare le nostre scelte di vita e, quindi, i modelli sociali”.

Sono i rappresentanti della Generación Nocilla, la “generazione Nutella”, scrittori con un nuovo modo di vedere la società e anche di raccontarla.
La principale caratteristica che ha definito questa nuova generazione in disaccordo e in conflitto con il mondo letterario più convenzionale e la volontaria e provocatoria pubblicazione delle loro opere nella piccola o media editoria, anche se i più importanti scrittori sono migrati verso le grandi case editrici, come la Mondadori, Alfaguara e Anagrama. Abbondano nell’uso regolare di Internet tramite i loro blog, considerandoli come campi sperimentali dei loro romanzi. Sono una generazione nata nell’era dei mass media e, quindi, la loro presenza o la loro influenza si fa sentire nelle loro opere mediante l’utilizzo di una serrata critica culturale contro lo spettacolo, l’abiezione contro il kitsch, il sarcasmo contro il formalismo e una nuova coscienza della tecnologia.

Questa generazione sta cambiando il mondo letterario perché ognuno di questi scrittori ha una grande capacità di reinventarsi, di modo che non si possa dire come potrebbe evolvere lo stile letterario in pochi anni, cosa potrebbe succedere dopo, dopo il pop.

Nel nome del postmoderno, questo nuovo gruppo è anche definito Afterpop, impegnato nella ricostruzione della cultura alta da quella che chiama la cenere del Pop, le cui principali caratteristiche stilistiche sono una narrazione frammentaria che è molto influenzata dalla letteratura americana e dai mass media. Un’altra caratteristica fondamentale è la mancanza di preoccupazione per i personaggi e l’interesse per la sociologia, miscelando differenti generi con grande naturalezza, perché non ci siano confini tra loro, in modo paritetico tra la poesia, i romanzi e i saggi. Non rifiutano la letteratura di business, ma si oppongono violentemente a concessioni.

Gli autori di riferimento sono Agustín Fernández Mallo, Eloy Fernández Porta, Manuel Vilas, Laura Fernandez, Javier Calvo e Vicente Luis Mora.

Jorge Carrión, altro rappresentante, si descrive come “uno scrittore del secolo” e sostiene che il suo lavoro “non può essere spiegato senza tutto ciò che caratterizza la nostra epoca”. Il suo romanzo Los Muertos, in Italia con il titolo I morti, sarà presentato al Salone del libro di Torino, in programma dal 10 al 14 maggio 2012.

La giovane corrente letteraria spagnola “Afterpop” o Generazione Nocilla

Film vs Libri

Chi ama la lettura è spesso deluso dalle versioni cinematografiche dei propri libri preferiti. Ci sono stati alcuni grandi film realizzati dai libri, ma in genere, le versioni cinematografiche dei libri tendono ad affliggere i lettori perché non sono “proprio come il libro”. Quando un regista lavora fuori da un’adeguata sceneggiatura, i risultati non sono semplicemente la stessa cosa di come leggere il libro.
Non tutte le versioni cinematografiche sono migliori dei libri. La maggior parte concordano sul fatto che un film come Il Padrino è meglio del libro. Poche persone rileggono il romanzo di Mario Puzo con entusiasmo, ma molti di essi rivedono questo film ancora e ancora. Per i fan de Il PadrinoFrancis Ford Coppola ha migliorato significativamente il libro, tirando fuori materiale estraneo e pornografico scritto da Puzo, che non era particolarmente rilevante per la storia principale. Una minoranza può preferire il libro, ma la maggior parte amano di più il film.
Libri e film sono entità molto diverse. I film lasciano poco all’immaginazione degli spettatori. Quando si legge, si sta creando il proprio film in un certo senso, e decidere le parti più importanti: come i personaggi parlano, il loro aspetto, e ciò che li circonda. Questo processo di immaginare e interpretare come lettore è un processo creativo decisamente diverso dal guardare i film.

Quando registi scelgono i ruoli per il cinema non sempre lo fanno nel modo in cui vorrebbe il lettore. Set altamente elaborati possono essere meravigliosi, ma non possono essere un ritratto fedele dell’interpretazione del lettore che può ritrovarvi deluso dalle versioni cinematografiche che non arrivano fino alla sua immaginazione.
Un reclamo frequente sulle versioni cinematografiche riguarda la soppressione di materiale che il lettore trova importante. Se il regista deve fare un film più breve, non c’è modo di includere tutto, soprattutto quando si tratta di un libro lungo. Via col vento cancella in versione cinematografica il fatto che Scarlett O’Hara ha avuto due figli dai suoi primi due mariti, e davvero li detestava.
È un aspetto molto importante del libro, e caratterizza il suo personaggio in un essere molto più complesso. Il film ad alcuni è parso “meglio del libro”, ma per altri è solo un buon film, ma non una rappresentazione fedele del libro.
Una delle cose che possono infastidire di più i lettori dei film non è solo l’eliminazione del materiale contenuto nel libro ma l’aggiunta di nuovo materiale non creato dallo scrittore. C’è una lunga lista di lamentele riguardanti Il signore degli Anelli di Peter Jackson, per esempio. Mentre il materiale importante, come la battaglia nella Contea alla fine dell’ultimo libro viene eliminato, altro materiale che non era di Tolkien s’è invece aggiunto. Tali modifiche includono:
In generale, i film sono ancora considerati buoni. Jackson ha dedicato quasi 12 ore di film a raccontare la storia. Il problema con l’interpretazione di Jackson è che non è tuo, o il nostro. Alla fine, nessun regista è in grado di soddisfare tutti i lettori. Ciò che può funzionare nel testo non sempre funziona in forma di film.

Dunque, a volte, si creano delle pellicole ancora più belle che sulla carta. Questo è solo un piccolo esempio:

– Il silenzio degli innocenti (tratto dal libro The Silence of the Lambs di Thomas Harris)
– Psycho (tratto dal libro omonimo di Robert Bloch)
– Lo squalo (tratto dal libro omonimo – Jaws – di Peter Benchley)
– Rosemary’s Baby (tratto dal romanzo omonimo di Ira Levin)
– I diabolici (tratto dal romanzo Celle qui n’était plus di Pierre Boileau e Thomas Narcejac)
– Il padrino (tratto dal libro omonimo di Mario Puzo)
– Shining (tratto dal romanzo omonimo di Stephen King)
– Il laureato (da The Graduate di Charles Webb)
– Dott. Stranamore (da Check-Up With Dr. Strangelove di Terry Southern)
– Qualcuno volò sul nido del cuculo (da One Flew Over the Cuckoo’s Nest di Ken Kesey)
– M.A.S.H. (da MASH: A Novel About Three Army Doctors di Richard Hooker)
– Il socio (da The firm di John Grisham)

– La storia fantastica (dal libro La principessa sposa di William Goldman)

Film vs Libri

Il conflitto arabo-israeliano, Guerra e Letteratura

La storia della letteratura ebraica in Israele riflette anche i tempi politici, vale a dire il periodo dello Stato e dei tempi di guerra. In effetti, la guerra e il discorso della guerra hanno sempre fatto parte della letteratura israeliana (ad esempio Miron, 1994, 2006; Hever, 1999, 2002, Schwartz, 2000). Associata con il momento cruciale della fondazione dello Stato di Israele e del suo ruolo formativo, le radici di questa letteratura possono essere fatte risalire in Europa e alle complessità della diaspora e della patria, mettendo in luce i miti della rinascita e dei processi di auto-identificazione nazionale, dando una forma secolare all’esperienza religiosa e alla visione teologica. Si tratta di una letteratura che ha elaborato racconti diversi e talvolta contraddittori di ripresa e di catastrofe. Parte di questa letteratura è stata modellata dal conflitto arabo-israeliano, riflettendo sulle lotte politiche e dando forme poetiche alla violenza e all’aggressione, al terrore e all’angoscia, al lutto e al cordoglio. Anche se questa letteratura ha contribuito alla costruzione di una identità nazionale, al tempo stesso e per certi aspetti simili, ha anche messo in discussione i confini fra bene e male, amici contro nemici, israeliani contro palestinesi e ebrei contro arabi.

Il tempo politico è inciso nei titoli di gruppi letterari come “Il Palmach Generation” (“Generazione della Terra”) e la “Generazione Statehood”. La corrispondenza esplicita tra letteratura e impegno politico è già dimostrato nel ruolo svolto da scrittori e poeti nel corso degli anni del Yishuv. Alterman, un poeta di rilievo, la cui poesia simbolista della metropoli moderna è diventata una parte del canone, ha scritto “Il piatto d’argento” nel 1947. Questo poema, che è stato pubblicato nel quotidiano Davar, poco dopo la decisione di dividere la Palestina delle Nazioni Unite in Stato ebraico e Stati arabi con lo scoppio della guerra del 1948, diede forma poetica alla morte dei giovani che ha permesso la creazione dello Stato nazionale ebraico. Così la figurazione “morti-viventi” è stato trasformato in una “allegoria nazionale” (Hever, 1999), l’immagine di una rinascita collettiva che ha confermato la narrativa sionista.

Questo stesso tema è visto in un altro poema celebre di Haim Gouri che descrive la bella, estetica “resurrezione” dei giovani soldati caduti sul campo di battaglia. L’emergere di una nuova generazione di scrittori nati nel pre-Stato di Israele, nativi cresciuti in un ambiente ebraico (la lingua ufficiale del Yishuv), che hanno partecipato alla guerra del 1948 e successivamente sono stati coinvolti nella vita politica, ha mostrato questo forte legame tra l’ethos collettivo e la creazione letteraria. Autori come Moshe Shamir, Yizhar Smilansky (S. Yizhar) e Igal Mossinsohn incentrarono i loro scrittri sulla lotta per l’indipendenza nazionale durante gli anni del mandato britannico, la Seconda Guerra Mondiale e l’Olocausto e la guerra del 1948. I loro testi trattarono i conflitti nazionali e collettivi in Terra d’Israele, sia dell’epoca contemporanea e sia dei tempi antichi. Esempi sono romanzi di Moshe Shamir, Camminò attraverso i campi (1947) e Le sue stesse mani (1951) che, nonostante l’apparente conferma della narrazione sionista, il suo protagonista – personificazione del nativo israeliano e del desiderio di liberare se stesso dal peso della Diaspora – non può essere riscattato anche in Israele o sul campo di battaglia. Allo stesso modo, il suo romanzo storico, Il regno della carne e del sangue (1954), utilizza il periodo del Secondo Tempio e le lotte sotto il regime di Alexander Yanai per criticare la politica di Ben-Gurion. L’interferenza con i valori collettivi nazionali, basati su norme eroiche, la fiducia nel processo di sedimentazione e di soggiogare la terra e la disponibilità senza compromessi per l’autosacrificio nel lungo processo di interiorizzare l’agenda collettiva sociale e militarista si rivelano nel lavoro di S. Yizhar. The Prisoner e Hirbet Hiz’ah (1949) criticano fortemente l’esercito israeliano mentre suggerisce l’analogia tra qua e là, ora e dopo ed esuli ebrei e arabi. Il lavoro in sé, tuttavia, non respinge la narrazione egemonica sionista.

Nel 1960, emerge una nuova generazione di autori: Yehoshua Kenaz, Amalia Kahana-Carmon, Ruth Almog, Itzhak Orpaz, AB Yehoshua e Amos Oz. Le loro opere espongono i problemi collettivi e nazionali, le lotte generazionali riflettono in narrazioni edipiche e una parziale fusione dei limiti tra sé e gli altri, israeliani e loro nemici. Amos Oz scrive la sua prima antologia di racconti (1966) sulla vita nel kibbutz. La storia Nomads and Viper si concentra sul conflitto tra i membri di un kibbutz nel Negev e i beduini, i coloni ebrei e gli arabi, in cui l'”Ebreo errante”, un tropo negativo del moderno linguaggio europeo antisemita si riflette nella perturbante (unheimlich) figura del nomade arabo.

La figurazione demoniaca e ossessionante dell’arabo riappare in AB Yehoshua è Davanti alle foreste (1963). Protagonista della storia, uno studente israeliano che viene assegnato per proteggere le foreste nazionali, fugge dalla città alla solitudine delle foreste, con l’obiettivo di raggiungere una svolta e fare qualche scoperta nella sua tesi di dottorato sulle Crociate. Avviene una scoperta, anche se in una direzione diversa da quanto aveva previsto. Non le Crociate, ma piuttosto i resti di un villaggio arabo sono rivelati dopo che gli alberi della foresta che lo copriva vanno in fiamme. Le ombre del passato si alzano dal vuoto della dimenticanza, violando il “silenzio” del 1948. L’allegoria di Yehoshua traccia una realtà che aveva forma, tra le altre cose, come un ethos di crescita e prosperità legata a progetti ideologici di forestazione, a volte allo scopo di occultamento e negazione di distruzione e rovina.

In Momenti Musicali (1980), Yehoshua Kenaz racconta la storia di un ragazzo nello Yishuv ai tempi del mandato britannico, il suo incontro con gli immigrati provenienti dall’Europa e la sua decisione di non suonare più (un’eredità europea) a favore dell’attività militarista. Il servizio sotto le armi – un’esperienza formativa dell’ideologia del melting pot che impone restrizioni e regolamenti in materia – è messa in discussione in Infiltrazione (1986). Il romanzo racconta di un gruppo di soldati israeliani che non riescono a scrivere di essi stessi nella narrazione omogenea nazionale. Essi rappresentano un’alternativa che non può tuttavia essere soddisfatta come il narratore, testimone di processi identitari, documenti momenti di distorsione e deformazione nella nascita del nuovo corpo nativo.

I poeti della generazione Statehood offrono una prospettiva alternativa per affrontare le tensioni nazionali e il continuo conflitto arabo-israeliano. La loro poetica ha dimostrato una voce individuale e scettica, piuttosto che la voce collettiva che ha confermato e ha svolto un ruolo formativo nella formazione dell’ethos nazionale eroico. Le caratteristiche di questa rivoluzione poetica sono stati definite da Natan Zach nel suo saggio critico su Alterman del 1959. È stato anche Zach, che nel 1954 ha scritto circa il “dimenticato poeta” David Vogel. Due anni più tardi, un poeta di rilievo femminile, Dahlia Ravikovitch, pubblicò la sua prima raccolta di poesia, L’amore di un Orange (1959), seguita da altre raccolte, che ha creato una voce unica che risuona con la violenza e il dolore, i desideri e l’oppressione della donna. In True Love (1987) e Madre con Bambino (1992), Ravikovitch affronta la violenza, l’orrore e la sofferenza associata con la guerra in Libano. La poesia “Passando a bassa quota” presenta una voce narrante femminile che annuncia come si guarda un atto aggressivo di violazione a distanza di sicurezza. L’immagine di “bassa quota”, in bilico su un’atrocità accenna alla distorsione morale di osservazione distaccata in ogni ambito politico. Questa poesia fa parte di una raccolta politica pubblicata nei primi anni 1980 come risposta alla guerra, compresi gli eventi di Sabra e Shatila.

Un altro poeta della generazione Statehood è Yehuda Amichai, emigrato in terra d’Israele dalla Germania poco prima della Seconda guerra mondiale, che ha cominciato a scrivere durante i combattimenti del 1948. A questo proposito, le sue poesie sono state modellate con l’istituzione dello Stato. Amichai sembrava prendere una direzione diversa da quella presa dai vecchi poeti, utilizzando il linguaggio di tutti i giorni, apparentemente semplice, ma molto complesso, e anche ricchi strati intertestuali per affrontare gli orrori e i traumi della guerra. La sua poesia risuona con la guerra che lo Stato israeliano fa sotto nomi diversi – amici che cadono sui campi di battaglia, intrecciando spazi per l’infanzia con i siti della guerra, chiamando l’esistenza di Dio. L’esperienza dell’esilio che sembrava essere dimenticata ed espulsa dalle sue “poesie israeliani” ritorna nella sua ultima raccolta di poesie. In Aperto Chiuso Aperto (1998) i resti delle lapidi spezzate nei cimiteri ebraici, i frammenti di preghiere ebraiche, e i ricordi della sua città natale tedesca trovano la loro strada verso la poesia che è diventata parte della coscienza israeliana.

La prosa degli anni ’90 era apparentemente indifferente all’agenda politica in Israele. Opere letterarie di Orly Castel-Bloom e Etgar Keret sono state caratterizzate dalla vita di tutti i giorni, con un linguaggio “sottile” pieno di slang e scorciatoie, concetti di bene e di consumo, immagini popolari dei media, umorismo macabro e semi-coscienza infantile. Eppure, nel plasmare queste trame poetiche, gli autori sovvertono ideologicamente i binari su ossessioni di sesso, nazionalità ed etnia, così come i miti politici e gli ingannevoli stereotipi che sono impressi nel discorso contemporaneo israeliano. I loro testi così risuonano con il conflitto politico in corso, offrendo una prospettiva critica sui discorsi culturali in Israele, compresi quelli che percepiscono i “confini” in posti di blocco e altri punti di contatto tra israeliani e palestinesi.
Un altro segno di sovvertire l’indiscussa “verità” e i binari fissi della letteratura nazionale può essere visto nella fusione di generi: la pubblicità e il giornalismo con la poetica e la letteratura. Un esempio è nelle interviste di David Grossmann con i coloni ebrei e i rifugiati palestinesi in Cisgiordania pubblicate nel Vento giallo (1987), che sembrava vicino allo scoppio della Prima Intifada. Uno dei romanzi più recenti di Grossman, A un cerbiatto somiglia il mio amore (2007), non è solo un documento terribile della guerra, ma anche agisce come un mezzo di risonanza della società israeliana. Questo è un resoconto della guerra dal punto di vista di una madre, una madre che non ha mai partecipato a Siach Lochamim (letteralmente un dialogo di combattenti, tradotto come Il settimo giorno) e che dimostra il suo terrore nei suoi tentativi di rinviare e rinviare la morte di suo figlio. Il romanzo si aggira tra i luoghi e le date che sono impresse nella memoria collettiva israeliana. Si sposta tra Tel Aviv e Gerusalemme, la Galilea e la Valle Jezreel, Hebron e il Sinai, Jenin e Jaffa – punti di riferimento di tensioni irrisolte.

I poetici personaggi ripercorrono le disgrazie e le distorsioni, la violenza e l’abuso, insieme a momenti di felicità e piccoli lampi di orgoglio, di amore e desiderio. Camminando lungo il “Sentiero d’Israele”, che attraversa la terra e costituisce una cronaca dello Stato, il viaggio rappresenta la storia di un luogo e di una nazione, la storia di “riterritorializzazione”. È una storia di continuo confronto e di conflitto tra Israele e Palestina – una storia di potere militare e di attacchi terroristici, di impotenza e di sconfitta, di occupazione e di oppressione e di sofferenza senza fine. Il volo di una donna da un messaggio di morte: Lei fugge, volendo raggiungere la fine della terra in cui il messaggio di un bambino morto non potrà mai raggiungerla. Il suo volo che si svolge nel tempo e nello spazio poetico è anche un ritorno, un continuo confronto con l’angoscia che trascende le categorie convenzionali e i binari culturali. Il volo la riporta al punto di partenza, alla “casa” nel vero senso della parola: la nuda, insopportabile coscienza della morte.

Il conflitto arabo-israeliano, Guerra e Letteratura