Narrativa russa contemporanea

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La letteratura russa è un grande esempio della vivacità, intelligenza, e intuizione della sua gente. Come ogni altra attività culturale in questo paese eurasiatico, la letteratura russa si è evoluta nel corso dal XVIII al XX secolo. In effetti, nel corso del XVIII secolo la letteratura russa è nel suo periodo d’oro grazie alla magnifica rappresentazione letteraria di molti scrittori, come Fëdor Dostoevskij, Lev Nikolàevič Tolstòj e Aleksandr Sergeevič Puškin, per citarne alcuni.

Il XX secolo è stato considerato l’età d’argento nella letteratura russa, perché in questo periodo la poesia ha raggiunto il suo massimo splendore.

È stato un periodo molto creativo nella storia della letteratura russa. Inoltre, molti movimenti artistici e scuole poetiche apparsero sulla scena, come il Futurismo russo, l’acmeismo e l’anarchismo mistico. Purtroppo, l’età d’argento si concluse dopo la guerra civile russa.

La letteratura russa di oggi è caratterizzata da una moltitudine di generi, dai classici agli innovatori estremi, e tutti hanno riscontro a un vasto pubblico. I russi sono ancora i lettori fanatici. La rassegna che presentiamo qui è una scelta molto personale tra una vasta gamma di autori.

Uno degli autori più letti è Grigorij Čhkhartišvili (1956), filologo, critico, saggista e traduttore giapponese che scrive romanzi polizieschi sotto lo pseudonimo di Boris Akunin. Egli è l’autore di una serie di romanzi con protagonista Erast Petrovič Fandorin e una serie sulla suora detective Pelagija.

Lo scrittore Victor Pelevin (1962), con formazione di ingegnere elettromeccanico, è degno di nota per i suoi testi stratificati postmoderni che fondono elementi della cultura pop e filosofie esoteriche. La sua opera più famosa è forse il romanzo Generazione P (1999). La P di Pepsi, come dimostra la frase di apertura: “C’è stato in Russia una vera e spensierata, giovane generazione che guardava con un sorriso all’estate, al mare e al sole, e ha scelto la Pepsi”. Seguita da una satira esilarante di un poeta che finisce nel mondo della pubblicità e diventa molto ricco.

Come Pelevin, il postmoderno Vladimir Sorokin (1955) utilizza termini piuttosto crudi mentre descrive perversioni sessuali, depravazioni e la violenza spesso irrazionale e orribile. Il romanzo La Coda (1983) è una di queste opere di Sorokin. Il libro non ha storia, solo l’impatto letterale dei dialoghi di persone in attesa in una coda da qualche parte a Mosca negli anni ’80. Con il suo romanzo Lardo azzurro (1999), ha scioccato il pubblico con una scena in cui i cloni di Stalin e di Krusciov hanno rapporti sessuali tra loro. Allo stesso tempo ha mostrato il suo genio letterario, attraverso cloni di grandi scrittori russi come Tolstoj, Dostoevskij e Nabokov, scrivendo i suoi testi nello stile degli autori coinvolti.

Il drammaturgo, romanziere e ristoratore Dmitrij Lipskerov (1964) presenta personaggi che funzionano in un mondo dove la realtà russa è spesso fortemente trasformata in una miscela di realismo e fantasia. Dal momento che il suo romanzo L’ultimo sogno della ragione (2000), molti russi lo confrontano con Gabriel Garcia Marquez e Salman Rushdie. I lettori al di fuori della lingua russa non conoscono Lipskerov. Fino ad oggi abbiamo infatti trovato solo un suo libro tradotto (in francese).

Nella letteratura russa contemporanea un ruolo di primo piano è svolto da donne scrittrici. Uno delle migliori autrici russe è Galina Shcherbakova (1932). Stranamente, non una delle sue opere è stato mai tradotta, ed è del tutto sconosciuta al di fuori della Russia. Un altro autore top è Dina Rubina (1953). Da quando il suo romanzo d’esordio Ecco il Messia (1996) Alcuni dei suoi libri sono dei bestseller.

Lo stesso vale per Tatiana Ustinova (1968), che originariamente ha ottenuto una laurea in fisica. Ha esordito come scrittore nel 1999 con la sua storia criminale Un angelo personale. Da allora, ogni libro di Tatjana Ustinova è un bestseller. Oggi, lei è uno dei migliori autori di romanzi gialli. I suoi romanzi sono sempre dotate di una protagonista femminile che finisce inaspettatamente nel bel mezzo di un’attività criminale.

Altra autrice è Ljudmila Ulickaja (1943), che scrive storie di vita quotidiana, situate principalmente in Russia in ambienti artistici e accademici, e che viene spesso paragonata a Čechov. Con lei il romanzo Daniel Stein, traduttore è diventato un bestseller nella letteratura russa.

 

 

 

 

 

Tra i più giovani, Michail Elizarov (1973) con laurea in filosofia ha scritto il suo primo libro, Unghie, nel 2001, seguito da Pasternak e dal più famoso Il bibliotecario, miglior libro russo nel 2008, tradotto in tedesco, italiano, francese, ecc. Oggi il nuovo Cartoons, non ancora pubblicato in Italia, riprende il successo del precedente romanzo.

 

Narrativa russa contemporanea

La letteratura catalana

“La scrittura catalana, passata e presente, non è mai stata in una posizione migliore per uscire dal bozzolo regionale impostole dalla politica e dai pregiudizi, dando ai lettori stranieri la possibilità di scoprire una letteratura nazionale importante che è stato uno dei segreti in Europa meglio custoditi per troppo tempo.”

La Catalogna è una delle regioni che formano la comunità linguistica catalana, la quale attualmente si trova distribuita in quattro stati europei: lo Stato spagnolo (Catalogna, Paesi valenziani, Isole Baleari, parte delle comunità autonome d’Aragona e di Murcia), lo Stato francese (la Catalogna del Nord, il Dipartimento dei Pirenei Orientali), lo Stato italiano (Alghero, la città in provincia di Sassari in Sardegna) e Andorra (lo stato indipendente che si trova nel cuore dei Pirenei, dove il catalano è l’unica lingua ufficiale).
Nel 1979, un editore britannico disse che non c’erano lettori per la letteratura regionale, senza neanche aver letto il romanzo tradotto dal catalano “Tutte le bestie da soma” di Manuel de Pedrolo. Un altro esempio, se si fosse bisogno, che per essere classificati come ‘regionale’ deve essere relegato al rango di indesiderato, in termini editoriali. La letteratura catalana, incredibilmente, ha sofferto per decenni – se non per secoli – da questa temuta etichetta ‘regionale’. Incredibilmente, perché il catalano ha più orecchie (sei milioni e mezzo) rispetto a diverse lingue ufficiali europee, copre una vasta area (Valencia, Catalogna spagnola, Catalogna francese, sud Aragona, Baleari) e la sua produzione letteraria è paragonabile a quella di diverse lingue più grandi. Purtroppo, molti fattori hanno contribuito nel corso degli anni a falsare la vera natura della lingua e letteratura catalana: riprese dallo Stato spagnolo con la forza delle armi nel XVIII secolo, le aree di lingua catalana sono stati sottoposti per oltre 250 anni di una serie di leggi volte a sopprimere l’uso pubblico della lingua catalana – libri compresi – che si conclude con un tentativo vizioso di eliminare completamente la lingua nelle prime fasi della dittatura franchista (un margine molto piccolo letterario è stato permesso dopo il 1962).
Dopo la Guerra Civile (1936-1939), la stragrande maggioranza degli scrittori catalani che era antifascista (Mercè Rodoreda, Amat-Piniella, Aurora Bertrana, Pere Calders, Xavier Benguerel, Avel•lí Artís) scrisse molti dei lavori in esilio.
La dittatura franchista (1939-1975) inizialmente lasciò indifesa la società e proibì il catalano come lingua. Un lento processo di recupero forzato da parte della resistenza politica e culturale – editori, premi letterari, settimanali – si consolidava in Catalogna ma lasciava indifferente la popolazione al di fuori della regione. I grandi scrittori del periodo della Repubblica divennero i modelli indiscussi di molti scrittori che incorporarono  una nuova cultura in catalano (Manuel de Pedrolo, Perucho e poi Espinàs, Capmany, Porcel, Saladrigas, Moix, Roig, Teixidor). Un fenomeno che si è verificato in parallelo – gli stessi editori, lo stesso spazio culturale e lo stesso mercato – a Valencia e nelle Isole Baleari (Llorenç Villalonga, in particolare, e poi Janer i Manila, Maria Antònia Oliver e Gabriel Mesquida).
L’arrivo della democrazia (1978), impose il catalano come la formazione linguistica preferita; ciò aumentò il numero potenziale di lettori e rafforzò il ruolo degli editori. Non ci fu generalmente una estetica egemonica e il numero di autori – compresi, significativamente, quelli di Valencia – aumentarono i lettori.
In democrazia, tuttavia, la scrittura catalana deve ancora fare i conti con una notevole antipatia dalla lettura pubblica spagnola di autori di lingua catalana (testimoniato da molti editori di Barcellona) – uno svantaggio considerevole dato che gli editori stranieri tendono a giudicare i libri catalani esclusivamente sulle loro vendite in traduzione spagnola. Non stupisce che l’editore britannico non si sia preoccupato di leggere il libro. Se lo avesse fatto, però, avrebbe scoperto che ‘Tutte le bestie da soma’ era un brillante fantasy politico, il cui autore, Manuel de Pedrolo, ha avuto oltre 140 titoli al suo attivo, che vanno dai best-seller, come Seconda origine, recentemente pubblicato in Italia e, tra breve, visibile sullo schermo ad opera del regista Bigas Luna, dalla narrativa poliziesca alla poesia e al dramma esistenziale. L’editore britannico avrebbe potuto verificare la presenza di altre importanti opere della letteratura catalana, da ‘Tirant lo Blanc’ di Joanot Martorell, probabilmente il primo grande romanzo europeo, o le poesie d’amore del XV secolo di Ausiàs March, che anticipa l’individualismo romantico di quattro secoli, avrebbe potuto individuare la poesia surrealista di Salvat-Papasseit e JV Foix, che influenzarono maggiormente i lavori di Salvator Dalí e Miró, rispettivamente, o si sarebbe imbattuto nei romanzi straordinari di Mercè Rodoreda che sono apparsi nel 1960 e le imbattibili descrizioni della vita catalana ed europea di Josep Pla che attraversano cinquant’anni (e raccolti in sessanta volumi) o le bellissime brevi storie degli anni 1970 di Pere Calders. Ma non lo fece: ‘No, qui non ci sono lettori!’ Né è cambiata la situazione dal momento che l’esposizione fornita dai Giochi Olimpici del 1992 trasformò Barcellona nella quarta città più visitata in Europa. Prendete un importante scrittore contemporaneo come Quim Monzó, le cui quattordici opere di fiction e non-fiction hanno avuto vendite complessive di oltre 600.000 libri in catalano, con molti titoli in ristampa in ben 25 edizioni. Già tradotte in undici lingue, e descritto da un critico americano come ‘il miglior scrittore europeo racconto nell’ultimo decennio’, Monzó – insieme a molti altri eccellenti autori contemporanei come Carme Riera e Miquel Bauçà – restano inspiegabilmente indisponibili per i lettori. Dal 1984 è permesso l’insegnamento del catalano nelle scuole; sempre più persone che vivono nelle zone in cui si parla la lingua sono ora in grado di leggere e scrivere con facilità, e come risultato una produzione catalana di libri è salita e rappresenta ormai non meno del 12% di tutte le pubblicazione di libri in Spagna (6.000 nuovi titoli all’anno). In cima a questo, il successo della televisione pubblica catalana (leader di mercato negli ultimi cinque anni) ha contribuito a creare uno mercato letterario di massa per la prima volta. Questo panorama in commercio sano è stato migliorato su un livello più serio da una nuova generazione di autori di livello europeo, come poeta Cassases Enric e romanzieri dotati come Albert Sánchez, Imma Monsó, Manuel Baixauli, Jordi Cussà, Isabel-Clara Simó, Pep Coll e Jordi Punti. In poche parole, la scrittura catalana, passata e presente, non è mai stato in una posizione migliore per uscire dal bozzolo ‘regionale’ imposto dalla politica e dai pregiudizi, così alla fine dando lettori stranieri la possibilità di scoprire una letteratura nazionale importante che ha stato uno dei segreti meglio custoditi d’Europa per troppo tempo.

La letteratura catalana

LA FUGA DEGLI ONESTI

LA MORTE DELL’ONESTÀ

Per una serie di ragioni, le persone non sempre rispettano la verità quando parlano. Alcuni dei motivi sono giustificabili, come le considerazioni umanitarie: ad esempio, la disinformazione circa la sorte di una famiglia nascosta durante l’occupazione nazista dell’Europa era un inganno onorevole e coraggioso.

L’onestà non è una virtù morale completamente liberata che esige una rigorosa fedeltà in ogni momento. Ci sono circostanze, in diplomazia, pericolose per la vita che a volte richiedono un allontanamento dalla verità. I politici, per esempio, faticano particolarmente a dire la verità in modo coerente. Forse questo è perché, come George Orwell osservò una volta, la funzione stessa del discorso politico è quello di nascondere, ammorbidire, o travisare le verità difficili. Orwell era chiaramente scettico. In “La politica e la lingua inglese” scrisse: “Il linguaggio politichese, con opportune variazioni di questo o quel partito, è vero per tutti i partiti politici, dai conservatori agli anarchici – esso è progettato per rendere veritiere le bugie e far sembrare l’omicidio rispettabile, e per dare l’aspetto di solidità al vento.”

Anche se in questo caso lo stesso Orwell potrebbe essere stato colpevole di esagerazione, la sua affermazione non può essere totalmente respinta. Sarebbe ingenuo (o cinico) per chiunque nel mondo di oggi restare scioccato ogni volta che un uomo politico cerca di nascondere la verità al pubblico. Per i cittadini normali, tenere il passo con la cronaca quotidiana è un processo costante di speculare su ciò che i politici intendono davvero con quello che hanno detto e quello che realmente credono. Certamente non significa prendere quello che ognuno di loro dice per oro colato.

Eppure, riconoscere che l’onestà non è uno standard assoluto richiesto per ogni circostanza della vita, e che possiamo aspettarci una certa quantità di inganno anche dalle nostre rispettabili figure pubbliche non vuol dire che la virtù dell’onestà può essere ignorata impunemente. Un intento di base per essere sinceri, insieme al presupposto che le persone possono generalmente provarci, è richiesto per tutte le operazioni che si ritengono civili.

Nessuna civiltà può tollerare una aspettativa fissa di comunicazioni disoneste senza provocare un crollo nella fiducia reciproca. Tutti i rapporti umani si fondono sulla fiducia con coloro che adottano la verità alla base delle relazioni. L’onestà costruisce e consolida un rapporto di fiducia e le violazioni di troppi all’onestà può corrodere i rapporti. Relazioni, amicizie, famiglia, lavoro, tutti soffrono ogni volta che la disonestà viene alla luce. La ragione principale per cui nessuno vuole essere conosciuto come un bugiardo è che le persone evitano i bugiardi perché non ci si può fidare di loro.

I Romani consideravano la dea Veritas  la “madre della virtù”; Confucio considerava l’onestà la fonte essenziale di amore, di comunicazione, e l’equità tra le persone, e, naturalmente, il Vecchio Testamento della Bibbia vieta la falsa testimonianza.

Ci può essere la percezione in molti settori chiave della vita contemporanea, diritto, economia, politica, tra gli altri, che l’onestà è un atteggiamento ingenuo e sciocco, un modo “perdente” di operare. Tale percezione è praticamente un mandato per una personale disonestà e una concessione alla sfiducia interpersonale.

Il nostro grave problema oggi non è semplicemente che molte persone sono abituate a dire bugie. Le persone si sono allontanate dalla verità per un motivo o per un altro. Il problema ora è che ci sembra di raggiungere un punto di ribaltamento in cui un impegno essenziale per la verità non sembra più essere assunto nella nostra società.

Quali sono i segni di questo nella società contemporanea?  Sulla carta stampata, nelle trasmissioni televisive e sui siti di notizie online, il giornalismo ha perso credibilità con gran parte del pubblico nei pregiudizi percepiti nel rappresentare i fatti. Negli affari civili, il discorso politico non è più considerato una fonte  affidabile di informazioni.  In un tale contesto, i fatti possono essere manipolati o costituiti al servizio di un interesse predeterminato, non presentati in modo preciso e poi esaminati in buona fede. Ciò è preoccupante, perché i leader impostano le loro comunicazioni in tutta la sfera pubblica.

Insegnare l’onestà non è più una priorità nelle nostre scuole.

Più preoccupante di tutti è che l’onestà non è più una priorità in molti dei contesti in cui vengono educati i giovani. Il futuro di ogni società dipende dallo sviluppo del carattere dei suoi giovani. È nei primi anni di vita e nei primi due decenni in particolare, quando le virtù fondamentali diventano parte integrante dei caratteri acquisiti. Anche se le persone possono imparare, crescere, e modificare se stessi a qualsiasi età, questo tipo di apprendimento diventa sempre più difficile in quanto le abitudini si consolidano nel tempo. L’onestà è un ottimo esempio di virtù che diventa abituale nel corso degli anni se praticata in modo coerente, e lo stesso si può dire della disonestà.

L’onestà è la virtù più strettamente legata alla missione accademica di ogni scuola. In materia di “integrità accademica”, le scuole hanno la responsabilità primaria di trasmettere agli studenti l’importanza dell’onestà come virtù pratica ed etica. Purtroppo, molte delle nostre scuole oggi mancano di tale responsabilità.

Di tutte le cose che possono lacerare profondamente il tessuto morale di una scuola, barare è tra le più dannose, perché getta in dubbio la fedeltà della scuola alla verità e alla correttezza.

Per gli educatori, cercare l’opportunità di aiutare gli studenti a imparare dai propri errori, è materiale su cui lavorare.

Eppure molti insegnanti, al fine di evitare azioni legali e di contesa con l’altro versante, guarda dall’altra parte se i loro studenti copiano le risposte degli esercizi o la traduzione delle versioni. Incredibilmente, alcuni insegnanti in realtà hanno incoraggiato gli studenti a barare.

È praticamente impossibile trovare una scuola che tratta l’integrità accademica come una questione morale. Si nota una mancanza di interesse palpabile tra docenti e personale nel discutere il significato morale di barare con gli studenti. Il problema qui è la bassa priorità di onestà nella nostra agenda per la scuola in modo specifico e all’educazione dei figli in generale.

Negli anni passati, non c’era molta esitazione nella nostra società su come utilizzare un linguaggio morale per insegnare ai bambini le virtù essenziali tra cui l’onestà. Per noi, oggi, può essere uno shock culturale sfogliare le vecchie edizioni di McGuffey Readers, usate in molte scuole americane fino alla metà del XX secolo, per vedere come facilmente gli educatori una volta impegnavano il tempo a inequivocabili lezioni di morale agli studenti. Oggi, quando barare è considerato da alcuni insegnanti una risposta scusabile per un incarico difficile, o addirittura una forma di pro-attività sociale, la nostra società rischia un futuro di intorpidimento morale provocato da un calo di onestà e di tutte le virtù che contano su di essa. Si avverte la mancanza di coltivare la virtù nei cittadini: ciò può essere una minaccia letale per qualsiasi democrazia.

William Damon

LA FUGA DEGLI ONESTI

Letteratura di confine: i chicani

Nel panorama letterario fuori e dentro gli Stati Uniti d’America la letteratura chicana è stata a lungo considerata espressione di una minoranza, esclusa dal canone, al limite sottovalutata, quando non trascurata come più spesso accadeva. D’altra parte essa è figlia di una comunità al confine, la messicoamericana, antica quanto lo stesso continente che popola, complessa e variegata come le mescolanze di sangue che si sono succedute nel corso dei secoli, struggente come i canti dei mariachi che restano inascoltati dai turisti ai tavoli. Certamente la comunità chicana rappresenta un’anomalia, non solamente “vive su un trattino interpuntivo”, prendendo in prestito le parole dello scrittore cubano Firmat, ma il loro essere statunitensi, almeno all’inizio, era un atto involontario. Il Trattato di Guadalupe-Hidalgo (1848) cedeva parte del Messico agli Stati Uniti per cui a quelle comunità venivano imposti una lingua e un ruolo sociale dettato dall’economia. Per non soccombere dovevano elaborare un’identità propria su quel trattino che univa la tradizione nordamericana all’altrettanto poderosa tradizione messicana di stampo iberico. Un lento e tormentato processo di formazione, primariamente di carattere politico-sociale e, conseguentemente, artistico, che ha portato all’autoaffermazione dell’identità chicana.
Le prime organizzazioni in difesa dei diritti dei chicanos risalgono alla fine del secolo XIX. Paghe da fame e condizioni di lavoro meschine spinsero gli operai addetti alla costruzione delle ferrovie, i braccianti nelle piantagioni, i minatori, i taglialegna a unirsi nel 1880 in un consorzio denominato Caballeros of Labor e a pretendere dagli Anglos paghe adeguate e il miglioramento della loro situazione attraverso una serie di azioni di sciopero e protesta. Fu l’incipit di una vera e propria “lotta di classe” cadenzata da episodi gloriosi come i Zoot Suit Riots in California nel 1943; la celebre marcia Delano-Sacramento ‒ circa cinquecento chilometri, organizzata dal primo sindacato autonomo negli Stati Uniti, la United Farm Workers Organization Committee (UFWOC), il culmine di uno sciopero andato avanti per mesi nel 1965 sotto la guida del leader César Chávez; o l’istituzione de La Raza Unida Party nel 1970, partito indipendente che spezzava la linea bipolare storica della politica statunitense, nato dalla volontà di Gonzales Tijerina e delle associazioni studentesche spontanee che infiammavano i campus in quegli anni. Un tenace impegno mai quietato, giunto attualmente alla possibile candidatura presidenziale di Mitt Romney, figlio dell’ex governatore repubblicano del Michigan, George Romney, nato nel 1907 in Messico, nello stato di Chihuahua.
La letteratura chicana comincia proprio da qui. Spronati dal boom della letteratura ispanoamericana ed elettrizzati dai successi civili, a cavallo degli anni Sessanta e Settanta si diffusero opere a tematica chicana che, insieme al poderoso apparato critico sull’argomento, redatto da autorevoli studiosi, contribuirono all’individuazione comunitaria. Era giunto il tempo di uscire dall’ombra. Negli anni in cui esplodevano nel paese i movimenti per i diritti civili degli Afroamericani, i chicanos aderirono in massa a “La Causa”, autodeterminandosi come “La Raza” e, conquistata una nuova consapevolezza, mossero al recupero del passato culturale delle comunità pre-colombiane dalle quale discendevano. Il teatro, la poesia, la musica, la pittura, la prosa furono pervase da questo rinnovato orgoglio etnico. La difficoltà a inserirsi nel panorama convenzionale è probabile sia dipeso dall’estrema eterogeneità di tecniche e stili, nonché dal fatto che i testi sono stati prodotti indifferentemente in lingua spagnola e, già dal 1872 con Who would have thought it? di María Ruiz de Burton, in inglese, nel caratteristico bilinguismo del popolo messicoamericano (compresa la variante dialettale caló, sfociata negli ultimi tempi nello Spanglish). Il primo libro a raggiungere una diffusione nazionale, il primo quindi a raccontare la condizione di questa comunità all’intero paese, è del 1945, Mexican Village di Josephina Niggli (in lingua inglese), ma il romanzo consensualmente identificato come iniziatore della letteratura chicana è stato pubblicato nel 1959, Pocho di José Antonio Villareal, la storia di Richard Rubio, dai nove alla maggiore età e della sua famiglia emigrata dopo il fallimento dell’ondata rivoluzionaria di Pancho Villa dal Messico, le proteste sindacali, le segregazioni, la religione, l’amore, la morte. Gli intellettuali chicani si organizzarono nelle strutture universitarie e intorno alle case editrici come la Quinto Sol e produssero una serie di testi che diedero forma alla “Rinascenza chicana”. Le università divennero l’arena dello sviluppo del movimiento, determinando, tra le altre cose, una virata più intellettualistica. Ecco quindi che nei decenni successivi la narrazione si fece complesse, come la struttura del plot e l’impalcatura linguistica. Raymond Barrio, The Plum Plum Pickers (1969), Tomás Rivera, …y no se lo traigo la tierra (1971), Rudolfo Anaya, Bless me, Ultima (1972), Rolando Hinojosa, Estampas del Valle y otras obras (1973), Miguel Méndez, Peregrinos de Aztlán (1974), Estella Portillo, Trampboy rain of scorpions and other writings (1975), Gary Soto, Living Up the Street (1985). In Italia, il mercato librario ha concesso scarsa attenzione a una tendenza che a tutt’oggi è riconosciuta in tutto il mondo e non solo nelle biblioteche universitarie. Nel nostro paese oltre agli autori classici, pochi altri hanno trovato il proprio spazio di affermazione, tra questi Sandra Cisneros, Gloria Anzaldúa, Julia Álvarez, Ron Arías, ma notevoli restano le assenze.

Le linee di confine sono spazi disomogenei, indefinibili e inconclusi ai quali si cerca di dare corpo attraverso muri, filo spinato, barricate ideologico-culturali atte a delimitare uno stato e quindi un potere. Attività di molto simile al processo che porta all’identità individuale e collettiva. Come su una mappa le linee di confine, così un popolo distingue l’interno della propria ideologia fondante, dalla realtà esterna. Tale processo di costruzione dell’identità collettiva è innegabilmente più complesso quando la comunità in questione esiste lungo un confine, come quello che da Tijuana a Brownsville separa con un taglio sanguinante due mondi, Messico e Stati Uniti. La comunità dei chicanos ha lottato e lotta ancora per imporre la propria esistenza, senza lasciarsi dominare, imponendo uguaglianza e parità di diritti rispetto alle altre comunità del melting pot e in questo la letteratura, come in molti altri casi, è servita da megafono. Ha scosso i pilastri del canone per cui Davy Crockett deve convivere con lo schnorrer e tutti e due con la Maliche, concedendo ai chicanos il proprio seggio nell’illustre parlamento della letteratura nordamericana.

Alfredo Agostini

Letteratura di confine: i chicani

Il ruolo della letteratura per ragazzi

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Quando si parla di letteratura per ragazzi prima o poi si rende necessaria una definizione e siamo consapevoli dei labili confini che a volte hanno fatto sì che testi nati per adulti o per ragazzi transitassero da un confine all’altro dei loro originari ambiti.
La letteratura per giovani adulti è spesso pensata come un grande abisso tra i materiali meravigliosamente emozionanti e coinvolgenti per i bambini e quelli per gli adulti, mentre i giovani adulti sono spesso sottovalutati nella programmazione delle pubblicazioni librarie. Vi è, tuttavia, un certo numero di narrativa creata appositamente per gli adolescenti che si occupa delle possibilità e dei problemi della vita contemporanea. Questi romanzi sui problemi contemporanei riflettono i tempi difficili in cui i giovani lettori stanno diventando maggiorenni, ma anche i giovani hanno bisogno di ridere di se stessi e del loro mondo e di sfuggire a questo mondo con la fantasia.

Siamo consapevoli anche del fatto che né un elemento esterno al libro come oggetto (presenza di illustrazioni, dimensioni dei caratteri, numero delle pagine, tipo di edizione), né un elemento relativo ai contenuti (semplicità o complessità del linguaggio, genere letterario, età dei protagonisti, dimensione fiabesca o realistica) sia determinante per la definizione di un testo come libro per ragazzi.
Per altro la letteratura per ragazzi non si è sottratta alla disputa sui fini. Il libro per ragazzi deve divertire o educare?
Avendo presenti le molte insidie e la riduttività insite nelle definizioni e sentendo fortemente il senso di responsabilità ogni volta che ci si rivolge alle/i giovani abbiamo compiuto alcune scelte.
Ci sembra utile tener presente l’affermazione di Bianca Pitzorno che “Ciò che definisce un libro per bambini è un insieme di fattori che possono essere approssimativamente definiti come “Il suo discorso”. Un discorso che “interessa” il bambino, e non necessariamente l’adulto, nel suo nucleo più profondo. Che trova un’eco nella sua esperienza più interiore, nel suo sistema di valori, nei suoi sforzi, se non nel suo modo di organizzare mentalmente il significato della vita”. (B.Pitzorno, Storia delle mie storie, Pratiche ed., 2002).
Ciò non significa peraltro che l’autore sprofondi nel mondo dei  ragazzi e dimentichi il suo ruolo di adulto e di educatore, perché certamente il pubblico delle lettrici e dei lettori più giovani si aspetta che lo scrittrore interpreti sì il suo mondo, ma con strumenti letterari e culturali più “ampi e complessi dei suoi”. La qualità letteraria per altro non deve essere, nella letteratura per ragazzi, inferiore a quella dei libri per adulti.
Ancora una volta ci può essere utile per definire il nostro atteggiamento rispetto alla letteratura per ragazzi/e il richiamo che B. Pitzorno fa al concetto di pedagogia nel suo significato etimologico di condurre il ragazzo, cioè di camminare al suo fianco tenendolo per mano. “Di condurlo per il mondo, parlando con lui del mondo, regalandogli la mia esperienza e accettando il dono della sua, che non vale di meno solo perché è più breve. Di camminare col bambino per mano perché stare insieme a lui è fonte di piacere, di scoperta, di appagamento” (B.Pitzorno, op.cit.).
Con una maggiore libertà nei contenuti e nella forma, la letteratura per giovani adulti si sta muovendo verso un collegamento più stretto con la letteratura per adulti, ed i lettori di questa fascia di età possono leggere libri principalmente per adulti. I cambiamenti sociali ed i mass media hanno, in qualche modo, spinto i giovani ad anticipare la maturità, o almeno una facciata di maturità. Ciò che potrebbe essere appropriatamente pensato per un ragazzo di quattordici anni è oggi più idoneo per un lettore notevolmente più giovane. Spesso, tuttavia, ciò che viene percepito come la conoscenza o la maturità è solo a livello superficiale, e i giovani lettori hanno bisogno di una grande quantità di tempo per riflettere attraverso la letteratura. Gli adolescenti sono come gli adulti “inesperti”, e la letteratura offre un rifugio sicuro per accumulare esperienza.
Attraverso la trama di un romanzo, un lettore è in grado di confermare le proprie esperienze di vita, illuminare e acquisire conoscere da quelle esperienze, e indirettamente ampliarle ed estenderle. Anche se ognuno di noi deve camminare da solo, autenticare le nostre esperienze, e rendere i nostri propri significati e il senso della verità nel mondo che conosciamo, c’è sempre una tensione tra l’unicità della persona e gli elementi comuni della condizione umana. Questa tensione è evidente nella vita quotidiana, ma si rivela più pienamente nella storia del libro. La trama è sempre stata un modo molto potente di avventurarsi al di là delle azioni con cui entriamo in contatto con persone, luoghi, idee e degli eventi di fuori del nostro range di normalità.
Al di là delle possibilità, c’è sempre la necessità di aiutare i bambini a trovare le motivazioni e il piacere di leggere.
Nella scuola la lettura è sempre stata usata dagli insegnanti come attività funzionale e strumentale, per l’utilità pratica che ne poteva derivare, soprattutto nella scrittura e nella corretta espressione. Non si è valutato il “piacere del leggere”.
Per questa ragione quando si parla di lettura a scuola si deve operare un cambiamento di ottica, bisogna abbandonare preconcetti e sovrastrutture per ridare un valore al leggere.
Si tratta di riconoscere all’atto del leggere la dimensione di libertà e anche di puro intrattenimento.
LETTURA COME ACQUISIZIONE STRUMENTALE
È sempre stato un fine primario della scuola per consentire la piena integrazione dell’individuo in una società alfabetizzata.
La società degli anni ‘50-’60 era caratterizzata da alti tassi di analfabetismo, per cui l’obiettivo prioritario era quello di insegnare a leggere sul piano strumentale e decifratorio, tanto da condizionare le modalità d’impiego del libro in ambito scolastico. Contestualmente, si accese la polemica sui manuali scolastici e i libri di lettura per le scuole elementari accusati di non stimolare in modo adeguato la riflessione e il pensiero critico e di modificare l’intelligenza e la fantasia degli alunni perché questi sono poco originali, inadeguati e privi di spessore culturale.
In passato si cerco di sconfiggere l’analfabetismo attraverso la cultura di massa garantendo a tutta la popolazione l’acquisizione di competenze di base (leggere, scrivere, far di conto). Oggi, assicurato questo traguardo, è indispensabile proporsi obiettivi più ampi e articolati cioè stimolare e potenziare peculiari processi cognitivi.
LETTURA COME ATTIVITÀ COGNITIVA
Spesso insegnamento e apprendimento della lettura è stato considerato come acquisizione di abilità tecniche quali rapidità, fluidità della lettura, cura della dizione, espressività ecc. relative, come afferma Barthes, alla mera “operazione del leggere” senza considerarla come “sviluppo dell’intelligenza critica”
In tempi recenti si è rivendicato, recuperato il significato del leggere come esercizio del pensiero , della riflessione e la capacità di critica.
Bisogna, quindi, andare oltre la semplice funzione strumentale (decodificazione) della lettura, in
quanto essa plasma ed esercita il pensiero logico , potenzia le attività cognitive generali.
LETTURA COME ACQUISIZIONE DI CONOSCENZA
La lettura ha un valore inestimabile nella formazione dell’uomo perché consente l’accesso al sapere e alle fonti più importanti della nostra tradizione culturale.
Il libro fa da tramite tra il presente e il passato, infatti nei secoli passati la comunicazione scritta, affidata al libro, ha tramandato ai posteri il sapere dei saggi e dei dotti.
Secondo Cartesio “la lettura dei buoni libri è come una conservazione con le persone più oneste dei secolo passati” che ne sono stati autori.
La lettura in passato era il mezzo di accesso al sapere, alla conoscenza, che introduceva ai segreti del mondo adulto.
Oggi invece, i mezzi di comunicazione di massa basati sull’immagine, hanno modificato la connotazione del libro quale deposito esclusivo di conoscenza umana, perché hanno reso improvvisamente disponibile anche ai piccoli un certo tipo di conoscenza del mondo adulto.
Il conoscere è garantito da molti nuovi mezzi che in certi casi esercitano una vera e propria concorrenza al libro, ad es. la cinematografia scientifica consente di accedere ad ambienti e civiltà lontane.
Spesso si assiste ad un’ottusa esaltazione del libro in contrapposizione ai mezzi di comunicazione di massa (tv). Come se tutti i libri fossero meritevoli di essere letti. Questo non è vero perché, in piena affermazione con l’industria culturale, anche il mercato editoriale obbedisce a logiche di mero consumo.
È certamente vero che la comunicazione per immagini non svolge la funzione di potenziamento del pensiero astratto come può fare il libro, ma è altrettanto vero che la comunicazione filmica, teatrale, televisiva possono veicolare conoscenze significative a volte anche in modo più efficace rispetto al libro.
Ciò che occorre sottolineare è la diversità del tipo di attività implicata: la conoscenza ottenuta attraverso il libro si distingue per:
–          Tempi più dilatati
–          Maggiore concentrazione
–          Impegno di elaborazione dell’informazione più elaborato
Inoltre la lettura procede solo in virtù dell’iniziativa di colui che legge, mentre, la fruizione di altri mezzi può avvenire anche senza vigile attenzione o concentrazione da parte del soggetto.
LETTURA FUNZIONALE
L’industria culturale vede il libro come oggetto di consumo da utilizzare in forma meramente strumentale a fini di studio, professionali, di aggiornamento e informazione.
Negli ultimi anni, si è assistito a una proliferazione di manuali volti ad addestrare professionisti, tecnici, studenti, e di metodi e tecniche di lettura veloce, produttiva e funzionale.
Senza sminuire il ruolo della lettura informativa, occorre segnalare il rischio di una caduta di interesse per la lettura gratuita, di intrattenimento e di svago.
LETTURA COME FORMA DI ESPERIENZA
La lettura che “comunica esperienza” è la narrativa, cui vengono riconosciute sia la funzione di svago e intrattenimento, sia quella di arricchimento intellettuale ed esistenziale.
Un opera narrativa (racconto o romanzo) rappresenta modi di sentire, sentimenti, atteggiamenti, opinioni, valori, diffusi in una cultura.
La finalità educativa e formativa prioritaria della lettura è la sollecitazione della coscienza critica, quindi risulta necessario “uscire” da una letteratura a sfondo educativo e moralistico basata sulla mera trasmissione di “ buoni sentimenti”.
Durante la  lettura vengono sperimentati processi psicologici  provate emozioni e passioni.
La lettura vissuta come “esperienza emotiva”, che conforta e produce sollievo all’uomo attraverso la rappresentazione e armonizzazione dei conflitti.
LETTURA COME PIACERE
Gli studiosi di problemi educativi sostengono che la forma di educazione più efficace è quella che suscita nel discente “il piacere per il testo” (piacere e gusto di leggere).
Secondo alcune teorie il piacere della lettura dipende dal personale apporto del lettore nella costruzione del significato del testo, frutto della propria sensibilità e delle esigenze psicologiche innescate dal testo stesso.
Secondo la riflessione di matrice psicoanalitica il significato del libro risiede nell’esperienza psichica che esso produce nel soggetto. E. Detti parla di “lettura sensuale” nel senso che bisogna considerare la lettura nella sua pienezza perché si legge anche con i sentimenti e con il corpo, oltre che con la mente. Lettura come immersione in un universo magico dove il lettore dimentica tutte le sue preoccupazioni per “evadere in un mondo fantastico”.

Il ruolo della letteratura per ragazzi

Sviluppare la mente con la lettura fin da bambini diventa fondamentale

La lettura è un’invenzione culturale relativamente recente. Come tale, il cervello umano manca di connessioni funzionali congenitamente specializzate per la lettura. Solo l’apprendimento intensivo nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza contribuisce allo sviluppo delle connessioni per la lettura. La plasticità corticale indotta da questo insegnamento è difficile da catturare con le metodiche tradizionali dii neuroimaging, a causa della difficoltà di sviluppare attività in grado di sondare in modo equivalente le connessioni nervose per la lettura tra diversi gruppi di età (bambini e adulti). Un recente documento di Koyama e colleghi (2011) ha considerato un nuovo approccio per aggirare questo problema, valutando come la capacità di lettura si rapporta ad un diverso tipo di misurazione di Risonanza Magnetica Funzionale: la connettività cerebrale effettiva nello stato di riposo. La connettività cerebrale effettiva nello stato di riposo non richiede alcun compito di lettura o di stimoli di parole, ma esamina le intrinseche associazioni tra le regioni del cervello, come identificate dalle associazioni in attività mentre il cervello è a “riposo”, o non impegnate in un compito particolare. Queste associazioni possono rivelare la forza delle diverse connessioni tra le regioni, con alcune aree cerebrali più strettamente abbinate ad altre. Questo accoppiamento, o associazione, tra zone del cervello potrebbe rappresentare il risultato di esperienze, con aree cerebrali che sono comunemente co-attivate durante compiti specifici (ad esempio, la lettura) sempre più “in sincronia” anche quando non si esegue questo compito. Koyama e i suoi colleghi ricercatori hanno esaminato la forza delle associazioni delle regioni cerebrali nella lettura in individui, che variano nella capacità della loro lettura, di un gruppo di bambini (8-14 anni) e di un gruppo di adulti (21-46 anni). I risultati hanno documentato che i migliori lettori hanno una più forte associazione tra le aree del cervello linguaggio/parola (ad es., le aree di Broca e Wernicke). I ricercatori hanno inoltre osservato una differenza tra i due gruppi di età. Una tale differenza è stata la più forte associazione negativa tra l’area di riconoscimento della parola e ciò che è conosciuta come la “rete di default”, una serie di regioni cerebrali spesso legata alle divagazioni (o distrazioni) della mente. Lo stesso non è stato trovato per i bambini, tuttavia. Un’interpretazione di questa constatazione è che la lettura altamente automatizzata, come quella realizzata da esperti lettori adulti, coinvolge meno le divagazioni della mente mentre questo potrebbe non essere vero per lettori bambini più abili. Un particolare punto di forza di questa ricerca è che essa riconosce l’importanza di esaminare le differenze tra gli individui (in questo caso, dell’abilità nella lettura). La conclusione di questo studio è importante: sviluppare la mente con la lettura fin da bambini è fondamentale. I bambini, esercitando e costruendo attraverso la lettura una “rete” di collegamenti tra le varie zone del cervello (la lettura nei bambini, a differenza degli adulti, è meno soggetta a distrazioni) potrebbero essere favoriti in una migliore crescita e competitività delle proprie capacità di pensiero e di linguaggio. Sarà possibile, un domani, stabilire che, iniziando a leggere precocemente, fin dalla tenera età, si prevenga o rallenti l’inevitabile decadimento cognitivo in tarda età?

Koyama, M. S., Martino, A., Zuo, X.-N., Kelly, C., Mennes, M., Jutagir, D. R., Castellanos, F. X., & Milham, M. P. (2011). Resting-state functional connectivity indexes reading competence in children and adults. Journal of Neuroscience, 31, 8617–8624.

Sviluppare la mente con la lettura fin da bambini diventa fondamentale