Letteratura di confine: i chicani

Nel panorama letterario fuori e dentro gli Stati Uniti d’America la letteratura chicana è stata a lungo considerata espressione di una minoranza, esclusa dal canone, al limite sottovalutata, quando non trascurata come più spesso accadeva. D’altra parte essa è figlia di una comunità al confine, la messicoamericana, antica quanto lo stesso continente che popola, complessa e variegata come le mescolanze di sangue che si sono succedute nel corso dei secoli, struggente come i canti dei mariachi che restano inascoltati dai turisti ai tavoli. Certamente la comunità chicana rappresenta un’anomalia, non solamente “vive su un trattino interpuntivo”, prendendo in prestito le parole dello scrittore cubano Firmat, ma il loro essere statunitensi, almeno all’inizio, era un atto involontario. Il Trattato di Guadalupe-Hidalgo (1848) cedeva parte del Messico agli Stati Uniti per cui a quelle comunità venivano imposti una lingua e un ruolo sociale dettato dall’economia. Per non soccombere dovevano elaborare un’identità propria su quel trattino che univa la tradizione nordamericana all’altrettanto poderosa tradizione messicana di stampo iberico. Un lento e tormentato processo di formazione, primariamente di carattere politico-sociale e, conseguentemente, artistico, che ha portato all’autoaffermazione dell’identità chicana.
Le prime organizzazioni in difesa dei diritti dei chicanos risalgono alla fine del secolo XIX. Paghe da fame e condizioni di lavoro meschine spinsero gli operai addetti alla costruzione delle ferrovie, i braccianti nelle piantagioni, i minatori, i taglialegna a unirsi nel 1880 in un consorzio denominato Caballeros of Labor e a pretendere dagli Anglos paghe adeguate e il miglioramento della loro situazione attraverso una serie di azioni di sciopero e protesta. Fu l’incipit di una vera e propria “lotta di classe” cadenzata da episodi gloriosi come i Zoot Suit Riots in California nel 1943; la celebre marcia Delano-Sacramento ‒ circa cinquecento chilometri, organizzata dal primo sindacato autonomo negli Stati Uniti, la United Farm Workers Organization Committee (UFWOC), il culmine di uno sciopero andato avanti per mesi nel 1965 sotto la guida del leader César Chávez; o l’istituzione de La Raza Unida Party nel 1970, partito indipendente che spezzava la linea bipolare storica della politica statunitense, nato dalla volontà di Gonzales Tijerina e delle associazioni studentesche spontanee che infiammavano i campus in quegli anni. Un tenace impegno mai quietato, giunto attualmente alla possibile candidatura presidenziale di Mitt Romney, figlio dell’ex governatore repubblicano del Michigan, George Romney, nato nel 1907 in Messico, nello stato di Chihuahua.
La letteratura chicana comincia proprio da qui. Spronati dal boom della letteratura ispanoamericana ed elettrizzati dai successi civili, a cavallo degli anni Sessanta e Settanta si diffusero opere a tematica chicana che, insieme al poderoso apparato critico sull’argomento, redatto da autorevoli studiosi, contribuirono all’individuazione comunitaria. Era giunto il tempo di uscire dall’ombra. Negli anni in cui esplodevano nel paese i movimenti per i diritti civili degli Afroamericani, i chicanos aderirono in massa a “La Causa”, autodeterminandosi come “La Raza” e, conquistata una nuova consapevolezza, mossero al recupero del passato culturale delle comunità pre-colombiane dalle quale discendevano. Il teatro, la poesia, la musica, la pittura, la prosa furono pervase da questo rinnovato orgoglio etnico. La difficoltà a inserirsi nel panorama convenzionale è probabile sia dipeso dall’estrema eterogeneità di tecniche e stili, nonché dal fatto che i testi sono stati prodotti indifferentemente in lingua spagnola e, già dal 1872 con Who would have thought it? di María Ruiz de Burton, in inglese, nel caratteristico bilinguismo del popolo messicoamericano (compresa la variante dialettale caló, sfociata negli ultimi tempi nello Spanglish). Il primo libro a raggiungere una diffusione nazionale, il primo quindi a raccontare la condizione di questa comunità all’intero paese, è del 1945, Mexican Village di Josephina Niggli (in lingua inglese), ma il romanzo consensualmente identificato come iniziatore della letteratura chicana è stato pubblicato nel 1959, Pocho di José Antonio Villareal, la storia di Richard Rubio, dai nove alla maggiore età e della sua famiglia emigrata dopo il fallimento dell’ondata rivoluzionaria di Pancho Villa dal Messico, le proteste sindacali, le segregazioni, la religione, l’amore, la morte. Gli intellettuali chicani si organizzarono nelle strutture universitarie e intorno alle case editrici come la Quinto Sol e produssero una serie di testi che diedero forma alla “Rinascenza chicana”. Le università divennero l’arena dello sviluppo del movimiento, determinando, tra le altre cose, una virata più intellettualistica. Ecco quindi che nei decenni successivi la narrazione si fece complesse, come la struttura del plot e l’impalcatura linguistica. Raymond Barrio, The Plum Plum Pickers (1969), Tomás Rivera, …y no se lo traigo la tierra (1971), Rudolfo Anaya, Bless me, Ultima (1972), Rolando Hinojosa, Estampas del Valle y otras obras (1973), Miguel Méndez, Peregrinos de Aztlán (1974), Estella Portillo, Trampboy rain of scorpions and other writings (1975), Gary Soto, Living Up the Street (1985). In Italia, il mercato librario ha concesso scarsa attenzione a una tendenza che a tutt’oggi è riconosciuta in tutto il mondo e non solo nelle biblioteche universitarie. Nel nostro paese oltre agli autori classici, pochi altri hanno trovato il proprio spazio di affermazione, tra questi Sandra Cisneros, Gloria Anzaldúa, Julia Álvarez, Ron Arías, ma notevoli restano le assenze.

Le linee di confine sono spazi disomogenei, indefinibili e inconclusi ai quali si cerca di dare corpo attraverso muri, filo spinato, barricate ideologico-culturali atte a delimitare uno stato e quindi un potere. Attività di molto simile al processo che porta all’identità individuale e collettiva. Come su una mappa le linee di confine, così un popolo distingue l’interno della propria ideologia fondante, dalla realtà esterna. Tale processo di costruzione dell’identità collettiva è innegabilmente più complesso quando la comunità in questione esiste lungo un confine, come quello che da Tijuana a Brownsville separa con un taglio sanguinante due mondi, Messico e Stati Uniti. La comunità dei chicanos ha lottato e lotta ancora per imporre la propria esistenza, senza lasciarsi dominare, imponendo uguaglianza e parità di diritti rispetto alle altre comunità del melting pot e in questo la letteratura, come in molti altri casi, è servita da megafono. Ha scosso i pilastri del canone per cui Davy Crockett deve convivere con lo schnorrer e tutti e due con la Maliche, concedendo ai chicanos il proprio seggio nell’illustre parlamento della letteratura nordamericana.

Alfredo Agostini

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Letteratura di confine: i chicani

Un pensiero su “Letteratura di confine: i chicani

  1. sisipirissi ha detto:

    Quando studiavo per il mio Master of Arts in Texas, ero molto immersa nella letteratura chicana e nello studio del femminino, grazie agli Women Studies che seguivo con passione. La mia tesi fu proprio a proposito di scrittori/scrittrici chicanos/as. Poi, per una serie di eventi, mi sono allontanata dal mondo letterario in genere, ma da alcuni mesi, sto ricominciando a prendere contatto con quella che era la mia specialità 10 anni fa. Pertanto, leggere questo breve saggio, mi ha scaldato il cuore, come chi dopo tanto tempo, ritrova vecchi parenti e scopre che sempre erano presenti nel suo cuore. Ho cercato libri ed opere di letteratura chicana in biblioteca e nelle librerie, senza per’altro trovare molto. Il centro culturale del mio paese, solo recentemente ha adottato “Bless me, Ultima” di R. Anaya, sotto mio suggerimento. Tutto ciò é peró una goccia nell’oceano…
    È una sorpresa e un piacere per me scoprire che qualcuno conosce tale letteratura!

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