Si leggono ancora libri?

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Le persone leggono sempre meno libri. In molti casi, oltre a libri religiosi e libri di testo necessari, forse, è difficile trovare libri che sono letti nel tempo libero. Non dobbiamo minimizzare l’effetto devastante su un popolo, di una non-cultura della lettura. La gente dovrebbe leggere. In realtà, le persone non leggono, ma ciò non è proprio evidente. La realtà è che i libri sono in competizione con molti altri mezzi per l’attenzione della popolazione. Siamo diventati afflitti da disturbi da deficit di attenzione, grazie a Internet. Internet ha cambiato le nostre vite e ci ha cambiato in modo misterioso. Non ci sono confini che Internet non possa violare. È inarrestabile nell’abbattere muri fisici.

Lasciatemi ammettere che ci sono aspetti negativi significativi alla crescente globalizzazione del nostro mondo. Tuttavia, se chiedete a una persona che vive in un posto sperduto, la tecnologia l’ha liberata dalla solitudine. Ha il telefono cellulare, si fa raggiungere in qualsiasi momento. Non puoi sapere quanti usi può avere il cellulare. Nelle notti in cui non c’è corrente in casa tua, puoi usare il cellulare come una torcia per trovare il bagno.

Siamo testimoni viventi di cambiamenti sismici nel modo in cui ora si accede al processo delle informazioni. L’industria dell’editoria tradizionale è alle corde, sostenuta solo dalla prepotenza di coloro che insistono sul fatto che i libri devono essere scritti, e che verranno letti se la gente va nei centri commerciali e compra i libri. Ci siamo ridotti a vendere i libri al supermercato, come merce disposta sullo scaffale tra un barattolo di fagioli e un ammorbidente. Ma poi ovunque si guardi, i giornali stanno morendo, stanno finendo in decomposizione. Sopravvive solo la pubblicità, mentre le notizie sono diventate secondarie, si potrebbe dire, superflue. Forse un domani leggeremo sulla carta stampata solo i necrologi. Edicole, librerie: tutto superato, stantio, antico, inutile. Leggerò il mio giornale sul mio iPad o smartphone.

L’editoria tradizionale è alle corde. Non sopravviverà per molto tempo.

Le case editrici si stanno rifacendo il look, sforzandosi di recuperare lo spazio che è minacciato dalla democratizzazione della pubblicazione – che ci è regalata gratis su Internet. Le case editrici sono in competizione con i nuovi strumenti di espressione. La gente sta andando verso il nuovo mezzo come fonte primaria di informazione, educazione e intrattenimento. Le case editrici tradizionali hanno molto da essere preoccupate. Esse storicamente dipendevano dal libro per la loro sopravvivenza.

Il libro è avviato a una morte molto lenta?

Ma ci siamo chiesti se non è vero che le nuove tecnologie possono anche aggravare il divario economico tra abbienti e non abbienti all’interno e tra le nazioni? Gli scrittori si lamentano che la gente non legge più. Ma poi, è vero che la gente non legge? Forse non legge più libri, ma legge nei cyber-caffè, e nei posti di lavoro. Ovunque la vita lo consenta, la gente legge senza sosta. Non leggerà libri, ma legge tonnellate di roba sui propri telefoni cellulari, sui computer portatili, su qualsiasi cosa abbia uno schermo. I nostri scrittori hanno solo bisogno di trovare un modo per consegnare creativamente le loro idee usando questo mezzo.

La gente in realtà legge molto più di quanto pensiamo. Dobbiamo passare le nostre idee dove sono le persone. C’è una fucina di giovani che naviga sui social network: Twitter e Facebook. Legge l’equivalente di un capitolo di un libro al giorno, solo che non se ne rende conto. La fame di lettura è tutta lì.

Si leggono ancora libri?

Lo stupro come arma di guerra in Bosnia

Lo stupro come arma di guerra in Bosnia di Alessandra Modica

Lo stupro come tecnica bellica. Dopo le violenze della seconda guerra mondiale, la Shoah e il genocidio, più volte è stato detto che niente di tutto ciò sarebbe più accaduto. Ma la storia ha dimostrato che, come affermato dalla saggezza popolare, “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. E così più volte fenomeni di femminilizzazione della pulizia etnica e violenza di genere durante i conflitti sono tornati sotto i nostri occhi.

Un fenomeno comune, di cui è difficile parlare. Per diversi motivi: innanzitutto perché nelle questioni legate alla guerra le donne hanno ancora poco spazio. Ma non solo. Il problema principale è legato al fatto che non sempre chi ha subito violenza sessuale ha voglia di parlarne. Per paura, per vergogna, o per non ripercorrere quei momenti dolorosi. Parlare, ricordare, raccontare al mondo quello che è accaduto, però, è fondamentale perché non si ripetano gli errori del passato.

In Bosnia ed Erzegovina gli stupri e le altre forme di violenza sessuale erano pratica comune durante la guerra degli anni 1992-95. Il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (Tpij), istituito nel 1993 per punire gravi violazioni del diritto umanitario, violenza sessuale inclusa, però, è stato in grado di occuparsi solo di una piccola parte di casi. Anche la Corte sui crimini di guerra, istituita nel 2005 per i casi che il Tpij non potrebbe giudicare, ha condannato solo 12 persone per crimini di violenza sessuale.

Così le donne si sono autoorganizzate (in associazioni come Donne in nero e il Centro per le Donne Vittime di Guerra con sede a Zagabria) al fine di consentire alle vittime di stupri di raccontare le loro storie e riabilitare le loro vite.

Sono tante le donne della Bosnia ed Erzegovina che continuano a convivere con le conseguenze fisiche e psicologiche dello stupro e della tortura sessuale, senza avere adeguata assistenza medica e psicologica adeguata. Lo denuncia Amnesty Inernational con un rapporto pubblicato oggi sulla situazione a Tuzla, nel nord est del Paese.

Tuzla era stata dichiarata durante la guerra “zona franca”. Per questo motivo era stata scelta da molte donne come luogo sicuro dove andare a rifugiarsi per sfuggire alle violenze. Le cose, però, sono andate diversamente (come già a Srebrenica).
Per esempio, dopo quasi vent’anni, sulla rubrica del Corriere della Sera ‘Le persone e la dignità’ M., tornata a Zvornik da Tuzla, racconta:

Ricordo ogni cosa, e vorrei non ricordarla. Ricordo le torture. Mi picchiavano fino a quando non riuscivo più a stare in piedi. Venivano a prendermi e mi lasciavano sola in una stanza con un uomo. Sono stata in prigione per tre mesi, senza avere la minima idea di dove fossero i miei figli. Passavo le notti a immaginare cosa gli fosse successo. Adesso, anche se prendo delle pillole prima di addormentarmi, faccio sempre quei sogni. Sono tornata ad abitare a casa di mio figlio, con sua moglie e la loro bambina di cinque anni. Sopravviviamo a stento con la mia pensione. Mio figlio e sua moglie non ricevono sussidi e non hanno alcuna possibilità di trovare lavoro. Qui non ho assicurazione sanitaria, quindi devo fare 100 chilometri per andare da un dottore a Tuzla…

Ed L.

Quando nel 1992 scoppiò la guerra dei Balcani, aveva un figlio di un anno ed era incinta del secondo. Suo marito era in Croazia, aveva trovato lavoro lì. Quando Zvornik venne invasa dai paramilitari serbi, L. riuscì a fuggire e si nascose nei boschi per mesi, insieme ad altri abitanti. Nel gennaio 1993, i profughi di Zvornik uscirono dai loro rifugi per andare verso Tuzla in cerca di cibo e riparo: l’inverno era impossibile. Durante il tragitto, L. e suo figlio rimasero separati dagli altri. Perse i sensi per lo sfinimento. Si risvegliò in un ospedale di Zvornik, circondata da soldati serbi. Le dissero che suo figlio era morto. Incinta all’ottavo mese, la torturarono fino a farle perdere il secondo figlio che aveva in grembo.
I serbi prelevarono L. dall’ospedale e la fecero passare per tre diversi centri di prigionia dalle parti di Zvornik e di Bijeljina, dove venne stuprata più volte. La foto mostra un monumento fatto in uno dei villaggi della zona di Zvornik, per ricordare le oltre 120 donne che, con L., vennero stuprate; 27 di loro furono assassinate.
Alla fine L. fu liberata, in uno scambio di prigionieri. Riuscì ad arrivare a Tuzla, dove rincontrò suo marito.
Finita la guerra, la coppia ha avuto due figli. L. sta male, la sua salute fisica e quella mentale sono compromesse e, ciò nonostante, è lei a occuparsi dei figli, del marito e dei suoceri.

Nel 2010 il governo di Sarajevo aveva promesso l’implementazione di un ‘Programma nazionale per le donne vittime di violenza sessuale nel conflitto e successivamente al conflitto’, ma poi tutto è caduto nell’oblio. E il nuovo governo, formatosi alla fine del 2011, non si è ancora espresso al riguardo. E forse, ancora una volta, non lo farà.

Lo stupro come arma di guerra in Bosnia

Due parole su che cosa rende grande un libro

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Si può restare troppo coinvolti quando leggiamo? Invece di essere in grado di godere di un libro per quello che è, dobbiamo scavare più a fondo per strappare ciò che lo distingue.

Perché il fatto è che non esiste un modo giusto o sbagliato di leggere. Dovremmo leggere questi lavori per ciò che non sono i loro punti di forza, come il fatto che ci sembra di godere pensando anche ad altre opere che hanno questi punti di forza. Si potrebbe apprezzare la storia di Twilight di Stephenie Meyer, la cui scrittura è terribile, ma la storia è avvincente? Si potrebbe apprezzare lo stile di scrittura ampolloso di Tolkien? Potremmo passare così tanto tempo ad analizzare alcuni aspetti di questi romanzi, ma qual è il punto cruciale?

La vera letteratura non si limita a fare solo una cosa per bene. Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi non è scritto solo bene, ma la storia è anche seducente. Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain, o anche Uomini e topi e Harry Potter hanno una voce unica e la storia è piacevole. L’ombra dello scorpione è probabilmente la più letteraria di una qualsiasi delle opere di Stephen King, perché riequilibra un tono colloquiale e una narrazione veramente significativi.

E così fanno altri libri ritenuti di grande letteratura. Gli autori trovano l’equilibrio tra storia e stile che alcuni lettori possono non scorgere.

Non fraintendetemi. Ci sono molti “grandi” che sono immeritevoli. Jane Austen era più innamorata della prosa florida rispetto a qualsiasi tipo di narrazione vera e propria, come lo era James Joyce. Penso che John Steinbeck non sia riuscito a trovare il giusto equilibrio in Furore come ha fatto in Uomini e topi. Né ci sono riusciti Mary Shelley o Bram Stoker, che raccontano storie meravigliose in modo tremendo.

E questo è tutto ciò che fa grande la letteratura. Un equilibrio. Un equilibrio tra parole e storia, arte e tecnicità. Come lettori, quando apriamo un libro, abbiamo bisogno di avere una mente aperta. Certo, siamo in grado di apprezzare la storia, ma sta a noi fare in modo che una scrittura atroce sia sempre considerata atroce. Siamo in grado di apprezzare la scrittura, ma dobbiamo fare in modo che la scrittura dica in realtà qualcosa invece di essere solo belle parole.

È compito dei lettori determinare ciò che diventa un grande libro. E non possiamo farlo con i paraocchi, se la nostra ricerca è concentrata a senso unico sulle parole o sulla storia.

Due parole su che cosa rende grande un libro