Lo stupro come arma di guerra in Bosnia

Lo stupro come arma di guerra in Bosnia di Alessandra Modica

Lo stupro come tecnica bellica. Dopo le violenze della seconda guerra mondiale, la Shoah e il genocidio, più volte è stato detto che niente di tutto ciò sarebbe più accaduto. Ma la storia ha dimostrato che, come affermato dalla saggezza popolare, “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. E così più volte fenomeni di femminilizzazione della pulizia etnica e violenza di genere durante i conflitti sono tornati sotto i nostri occhi.

Un fenomeno comune, di cui è difficile parlare. Per diversi motivi: innanzitutto perché nelle questioni legate alla guerra le donne hanno ancora poco spazio. Ma non solo. Il problema principale è legato al fatto che non sempre chi ha subito violenza sessuale ha voglia di parlarne. Per paura, per vergogna, o per non ripercorrere quei momenti dolorosi. Parlare, ricordare, raccontare al mondo quello che è accaduto, però, è fondamentale perché non si ripetano gli errori del passato.

In Bosnia ed Erzegovina gli stupri e le altre forme di violenza sessuale erano pratica comune durante la guerra degli anni 1992-95. Il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (Tpij), istituito nel 1993 per punire gravi violazioni del diritto umanitario, violenza sessuale inclusa, però, è stato in grado di occuparsi solo di una piccola parte di casi. Anche la Corte sui crimini di guerra, istituita nel 2005 per i casi che il Tpij non potrebbe giudicare, ha condannato solo 12 persone per crimini di violenza sessuale.

Così le donne si sono autoorganizzate (in associazioni come Donne in nero e il Centro per le Donne Vittime di Guerra con sede a Zagabria) al fine di consentire alle vittime di stupri di raccontare le loro storie e riabilitare le loro vite.

Sono tante le donne della Bosnia ed Erzegovina che continuano a convivere con le conseguenze fisiche e psicologiche dello stupro e della tortura sessuale, senza avere adeguata assistenza medica e psicologica adeguata. Lo denuncia Amnesty Inernational con un rapporto pubblicato oggi sulla situazione a Tuzla, nel nord est del Paese.

Tuzla era stata dichiarata durante la guerra “zona franca”. Per questo motivo era stata scelta da molte donne come luogo sicuro dove andare a rifugiarsi per sfuggire alle violenze. Le cose, però, sono andate diversamente (come già a Srebrenica).
Per esempio, dopo quasi vent’anni, sulla rubrica del Corriere della Sera ‘Le persone e la dignità’ M., tornata a Zvornik da Tuzla, racconta:

Ricordo ogni cosa, e vorrei non ricordarla. Ricordo le torture. Mi picchiavano fino a quando non riuscivo più a stare in piedi. Venivano a prendermi e mi lasciavano sola in una stanza con un uomo. Sono stata in prigione per tre mesi, senza avere la minima idea di dove fossero i miei figli. Passavo le notti a immaginare cosa gli fosse successo. Adesso, anche se prendo delle pillole prima di addormentarmi, faccio sempre quei sogni. Sono tornata ad abitare a casa di mio figlio, con sua moglie e la loro bambina di cinque anni. Sopravviviamo a stento con la mia pensione. Mio figlio e sua moglie non ricevono sussidi e non hanno alcuna possibilità di trovare lavoro. Qui non ho assicurazione sanitaria, quindi devo fare 100 chilometri per andare da un dottore a Tuzla…

Ed L.

Quando nel 1992 scoppiò la guerra dei Balcani, aveva un figlio di un anno ed era incinta del secondo. Suo marito era in Croazia, aveva trovato lavoro lì. Quando Zvornik venne invasa dai paramilitari serbi, L. riuscì a fuggire e si nascose nei boschi per mesi, insieme ad altri abitanti. Nel gennaio 1993, i profughi di Zvornik uscirono dai loro rifugi per andare verso Tuzla in cerca di cibo e riparo: l’inverno era impossibile. Durante il tragitto, L. e suo figlio rimasero separati dagli altri. Perse i sensi per lo sfinimento. Si risvegliò in un ospedale di Zvornik, circondata da soldati serbi. Le dissero che suo figlio era morto. Incinta all’ottavo mese, la torturarono fino a farle perdere il secondo figlio che aveva in grembo.
I serbi prelevarono L. dall’ospedale e la fecero passare per tre diversi centri di prigionia dalle parti di Zvornik e di Bijeljina, dove venne stuprata più volte. La foto mostra un monumento fatto in uno dei villaggi della zona di Zvornik, per ricordare le oltre 120 donne che, con L., vennero stuprate; 27 di loro furono assassinate.
Alla fine L. fu liberata, in uno scambio di prigionieri. Riuscì ad arrivare a Tuzla, dove rincontrò suo marito.
Finita la guerra, la coppia ha avuto due figli. L. sta male, la sua salute fisica e quella mentale sono compromesse e, ciò nonostante, è lei a occuparsi dei figli, del marito e dei suoceri.

Nel 2010 il governo di Sarajevo aveva promesso l’implementazione di un ‘Programma nazionale per le donne vittime di violenza sessuale nel conflitto e successivamente al conflitto’, ma poi tutto è caduto nell’oblio. E il nuovo governo, formatosi alla fine del 2011, non si è ancora espresso al riguardo. E forse, ancora una volta, non lo farà.

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