PER UN MANIFESTO DEI GRUPPI DI LETTURA ITALIANI

PER UN MANIFESTO DEI GRUPPI DI LETTURA
ITALIANI

DIECI IDEE

1- DEFINIZIONE – Condividere la lettura
Un Gruppo di Lettura (GdL) è formato da persone che leggono un libro (o più d’uno)
inisieme.
La lettura dei partecipanti a un GdL è silenziosa e privata. Poi viene condivisa: si
parla del libro, se ne approfondiscono i temi, si condividono le emozioni provate.
Il GdL valorizza la lettura e la discussione come strumento di apertura agli altri e di
dialogo tra diverse visioni e scritture del mondo.
Un gruppo di lettura non fa, dunque, letture di gruppo. Si parla di “lettura
condivisa” per distinguerla, appunto, dalla lettura di gruppo.

2- FORMA – Nessun Gdl è uguale a un altro
I GdL sono gruppi informali, senza struttura definita, senza gerarchie, senza
metodi di lavoro determinati, senza standard unificanti. I GdL hanno in comune
la convinzione che la lettura individuale quando viene condivisa con altri lettori
arricchisca l’esperienza, moltiplichi le prospettive di conoscenza, faciliti lo scambio
culturale.

3- CONFINI – Transito
I GdL sono liberi: nella scelta dei libri, nelle scelte organizzative; nelle scelte dei
singoli lettori di partecipare, di leggere, di essere presenti alle discussioni.
L’esperienza consiglia di creare gruppi dai confini permeabili: in entrata, uscita,
rientro, riuscita e così via.
Un gruppo di lettura che rende difficile il transito tende a privilegiare
l’autoconservazione più della qualità e varietà della discussione. Un gruppo che non
favorisce il transito in entrata e uscita, rischia di irrigidirsi, faticherà a rinnovarsi e
soffrirà molto l’instabilità generata da ogni inevitabile abbandono.
Quando raggiungono la maturità, i gruppi dovrebbero cercare di “gemmare”, ossia
far nascere altri gruppi, magari che non assomiglino troppo ai genitori (cfr. Le note
a margine)

4- LUOGHI – Uno spazio “pubblico”
I GdL vivono meglio se hanno una casa. O meglio un luogo pubblico che faccia
da casa. L’esperienza suggerisce che le biblioteche pubbliche siano il luogo ideale per fare da casa a un gruppo di lettura, il luogo più pertinente per parlare di libri,
luogo aperto, e capace di favorire il ‘transito’. Tuttavia i GdL possono essere anche
nomadi e ambulanti, oppure portarsi la casa appresso come lumache.

5- MODI – Rispetto e accoglienza
Non è necessario fissare regole rigide per la condotta della discussione, il gruppo
si autoregola, trova equilibri che si ridefiniscono ogni volta, dipendenti dal
moderatore, dal numero di partecipanti alla discussione, dal libro discusso. In
generale, lo stile e le regole di discussione dovranno essere basati sul rispetto e
sull’accoglienza dei reciproci punti di vista.

6- MODERATI – È più semplice
La discussione nei gruppi di lettura, funziona meglio se guidata da un moderatore,
in alcuni gruppi chiamato “maestro di gioco” in altri “facilitatore”.
Il moderatore non è un esperto tuttologo, ha una funzione essenzialmente
metodologica e fornisce al gruppo spunti e strumenti utili per la discussione, vigila
sul rispetto delle regole che il gruppo autonomamente si è dato.

7- COORDINATI – Senza gabbie
La spontaneità e libertà di forme organizzative dei GdL dovrebbe essere
accompagnata da un censimento dei gruppi e da alcune forme di coordinamento
autogestito a livello, locale, regionale e anche nazionale, oltre che da momenti di
dialogo con i Gdl internazionali.
Il coordinamento potrebbe agevolare lo scambio di idee, le esperienze di avvio
e organizzazione dei gruppi ma aiuterebbe anche nella condivisione di risorse
materiali come i libri o gli spazi di riunione.
Il coordinamento potrebbe dar vita anche a una sorta di fondazione che sostenga
i singoli gruppi (o le aggregazioni di gruppi), nel cercare forme di finanziamento e
autofinanziamento e nell’organizzazione di eventi e incontri fra gruppi.

8 – LA RETE – GdL virtuali e social reading
Un gruppo di lettura è il prodotto dell’interazione di lettori. Anche se la riunione
dei partecipanti nello stesso luogo per discutere è la manifestazione più frequente e
probabilmente più ricca del GdL, i blog, i social network, i siti specializzati in social
reading possono essere un valido supporto perché favoriscono l’interazione e la
condivisione a distanza della lettura.
Sono anche da sperimentare e far conoscere tutte le varie possibilità organizzative
di integrazione fra le riunioni e l’interazione a distanza dei lettori.

9 – LA BIBLIOTECA – La migliore amica. L’esperienza di questi anni di attività dei vari gruppi di lettura ha evidenziato il ruolo
decisivo delle biblioteche publiche nell’organizzare i GdL, nel fornire loro “la casa”,
nel procurare i libri, nell’offrire il lavoro dei facilitatori.
Una forma di scambio importante che le biblioteche potrebbero gestire è
rappresentato dal “prestito a lotti”, ossia di copie multiple dello stesso libro, ai GdL
attraverso la rete e la struttura del prestito interbibliotecario nazionale.
Alcune biblioteche sono all’avanguardia in questa opera e potrebbero essere la
spina dorsale del coordinamento dell’intero movimento dei gruppi di lettura (cfr. 7).
Le biblioteche che ignorano le esigenze dei gruppi di lettura e non offrono loro
il sostegno, così importante, dovrebbero, d’altra parte, essere sensibilizzate
sull’importanza dei GdL per la promozione della lettura.

10 – HAPPENING – I Gdl si incontrano
I GdL cercheranno di incontrarsi per fare il punto sullo stato del movimento dei
lettori almeno una volta ogni due anni in una modalità che potrebbe essere di un
grande happening di gruppi di lettura.

Note a margine

GEMMARE E CONTAGIARE
La diffusione e lo sviluppo dei gruppi di lettura è il risultato dell’attività di
contagio da parte di GdL già esistenti, che diventano modello per altri lettori che
intraprendono l’organizzazione di nuove iniziative.
Importante è anche il processo di “gemmazione” di nuovi gruppi dai GdL esistenti.
In genere questo avviene quando un gruppo diventa molto numeroso; quando una
parte del gruppo intende coltivare letture dedicate ad argomenti specifici, a un
autore o un genere.
Un gruppo così formato gode i vantaggi dell’esperienza dei membri che lo avviano e
dell’organizzazione, della logistica e degli spazi del GdL da cui gemma.

GEMELLARSI
Un’altra forma di espansione del movimento dei Gruppi di lettura è il risultato
di attività di gemellaggio fra GdL, alleanze “locali” per la condivisione di attività,
risorse (libri), idee, spazi. Ma anche per organizzare eventi, per negoziare raccolte
di finanziamenti e ingaggiare sponsor.

SCHIENA DRITTA: la fabbrica del libro
Il gruppo di lettura è uno spazio pubblico di interazione fra lettori realisti e
consapevoli davanti all’industria del libro, alle sue dinamiche, alle sue pratiche
commerciali.
Questo rende ciascun gruppo un potenziale interlocutore per gli editori e per tutta
la “fabbrica del libro”. Il GdL dovrebbe essere attento alle furbizie del mercato editoriale, alla moltiplicazione di inutili titoli sui banchi delle librerie, alla sparizione
dai cataloghi degli editori di titoli “essenziali”.
Il GdL sa affrontare con attenzione e senso critico “laico” le novità, la ricerca
esasperata dei bestseller, la serialità, i generi, gli autori sopravvalutati. E non teme
scelte di lettura “commerciali” né quelle anacronistiche o fuori moda.
Insomma, un GdL sa leggere tutto.

SCHIENA DRITTA: le istituzioni
Il GdL dialoga con le istituzioni. Anche con le biblioteche che lo ospitano assistono,
curano. Insomma il gruppo di lettura è un soggetto autonomo che tutela la libertà
di lettura di tutti e promuove il diritto alla lettura.

estratto da GRUPPI DI LETTURA:

il blog dei gruppi di lettura, e le riflessioni sui libri e le letture condivise di noi *lettori comuni*

http://gruppodilettura.wordpress.com/2012/10/29/per-un-manifesto-dei-gruppi-di-lettura-italiani/#comments

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PER UN MANIFESTO DEI GRUPPI DI LETTURA ITALIANI

L’eterno fascismo italiano. Una gita fuori porta al mausoleo del maresciallo Graziani.

L’eterno fascismo italiano. Una gita fuori porta al mausoleo del maresciallo Graziani.

di Christian Raimo

Ce la si fa in un pomeriggio. Si può prendere l’A24 uscendo a Castel Madama per spingersi verso i monti Simbruini fino al confine del Lazio, salendo in direzione Subiaco e lasciandosi alle spalle astrusi ristoranti cinesi lungo le fermate del Cotral o paesucoli inerpicati che avrebbero dovuto essere le “Cortina d’Ampezzo degli Appennini” nel 1980 – e in cui trent’anni dopo ancora non è arrivata l’acqua corrente – come Monte Livata o Campo dell’Osso, per poi riprendere la statale 411, seguire la “via Cesanese del vino” fino a arrivare dopo un’ora e mezza di tornanti tra gli aceri, i faggi, i lecci con le foglie rossicce in punta, alla curva all’entrata del paese di Affile, e da lì a sinistra salire per una strada sterrata ripida da farsela tutta in prima e parcheggiare accanto a questo benedetto famoso mausoleo dedicato al maresciallo Rodolfo Graziani. Un monumento in mezzo al niente dedicato al cittadino illustrissimo di Affile, al Soldato con la S maiuscola, come dicono qui gli amministratori locali. Oppure al superfascista, come diremmo noi, al responsabile di uno sterminio etnico nella guerra italiana in Cirenaica e in Abissinia, al repubblichino della prima ora, al collaborazionista, al sostenitore acceso delle leggi razziali, al criminale di guerra secondo l’Onu per l’utilizzo di gas tossici e bombardamenti degli ospedali della Croce Rossa, al “macellaio del Fezzan”, al condannato a 19 anni di carcere dopo il 1945 che scontò inspiegabilmente solo quattro mesi, al presidente onorario dell’MSI, al protagonista del brano Lettera al governatore della Libia in qualità di “idiota” (così come lo definisce Battiato).

Questa cosa, chiamiamola così, questo cubo di mattoni con due scritte incise nella pietra (“Patria” a sinistra e “Onore” a destra) che chiudono una bandiera italiana in mezzo, qualora vi foste posti l’interrogativo, è di una bruttezza inappellabile. Una costruzione infantile, demenziale, squallida, che campeggia al lato di una calata di cemento sopra un presunto parco dove sono stati piazzate due riproduzioni di cannone da prima guerra mondiale, dei lampioni ancora non funzionanti, una fontanella, un altro parallelepipedo di cemento più tre tavolini di legno, semmai qualche avventore con un’estetica da militarismo trash volesse farsi un pic-nic, qui, sotto l’occhio di due telecamere che proteggono i confini da mandala del sacrario.

Dentro – nel sancta sanctorum – c’è una testa scolpita di Graziani, anche questa di una fattura talmente grossolana da sembrare una parodia, per terra cinque sei prime pagine incorniciate di giornali del Ventennio (L’Italia, Il secolo dei bei tempi, Il meridiano d’Italia) che inneggiano alle imprese del nostro, una lapide a lui dedicata, un leggio vuoto.

Dopo cinque minuti che siete qui è probabile che la reazione più istintiva che potrebbe scaturirvi è quella di trovare un piccone e vandalizzare questo posto. A neanche un mese dall’inaugurazione c’è chi l’ha fatto e ora la porta del sacrario e le pareti sono tutte zozze di vernice e dappertutto scritte di Assassino che a loro modo lo rendono un monumento all’antifascismo – invisibile (chi mai verrebbe nel borgo montanaro a visitare questa roba?) ma vivo (perché nessuno si prende la briga ad esempio di imbrattare tutti i giorni l’obelisco dell’Olimpico con scritto DUX?).

Ma più interessante delle indignazioni viscerali sono le domande sul perché a un sindaco come Ercole Viri e alla sua piccola cittadinanza venga in mente nel 2012 di farsi dare 127mila euro dalla Regione Lazio e spenderli in questo modo? Insomma, che tipo di sotto-cultura è il fascismo contemporaneo: una passione kitsch tipo quelli che si travestono da cosplay o una recrudescenza di un passato da figli di puttana razzisti e colonialisti mai rielaborato (come per esempio sostengono i libri di Angelo Del Boca dedicati alle nostre guerre d’Africa o quelli di Alberto Maria Banti sulla formazione dell’identità italiana)?

Una mezza risposta la si può trovare pascolando tra un bar e l’altro del centro di Affile o scorrendosi le foto che l’amministrazione locale ha postato per immortalare l’evento dell’inaugurazione. Nei jpg si vedono una trentina di paesani che per una sera, dopo i discorsi solenni, trasformano lo spiazzo del luogo sacro prima in uno stand da sagra con tanto di damigiane e marmitte per una spaghettata e poi in una minibalera quando il sole è definitivamente tramontato.

Anche se siamo soltanto a un’ora e mezza di macchina da Roma, qui al parco Radimonte di Affile sembra di essere in un altro mondo, ma per certi versi in un mondo familiare. Qualcosa di conosciuto piuttosto che un’oscura galassia di nostalgici criminali. Guardatele le facce con la barba non fatta nelle foto, e le magliette stazzonate, e il cameratismo da spiaggia, e le pose da rimorchione, quindi andatevi a leggere un libretto uscito l’anno scorso per Guanda, La canottiera di Bossi. L’ha scritto Marco Belpoliti, partendo da una piccola epifania tanto arbitraria quanto efficace: la somiglianza abbacinante tra le foto d’antan del duce in canotta e quelle del senatur in medesima mise. Per immaginare di capire qualcosa di quel fenomeno viscido che Sciascia definiva “l’eterno fascismo italiano” non bisogna andarsi a studiare Evola ma forse rintracciare invece in un’antropologia ibrida quello che è un carattere nostrano trasversale e perenne. I neofascisti di Affile sono gli stessi provinciali vitelloni che s’iscrivevano al Pnf nel 1925 o che ingrossavano i raduni della Lega ai tempi in cui Bossi invitava alla secessione. Gente di paese che aspira a un balcone a Piazza Venezia o a un palco a Pontida, e che per fare le prove costruisce un monumento al valor patrio qui sulla collinetta accanto all’aia delle galline. Questo tipo di fascismo, ideologico del margine, apologetico del risentimento, fieramente anti-intellettuale, paesano, indiscutibilmente machista, inventore di tradizioni inesistenti, nazionalista in modo cafone com’era in Jugoslavia negli anni ’90, questo tipo di fascismo qui è una forza mimetica che può mutare come un ceppo di virus resistente agli anticorpi di qualunque anti-fascismo. Si può mimetizzare in uno dei tanti leghismi atomizzati che attraversano l’Italia, dalla Sicilia a Belluno, nel citismo redivivo nella Taranto martoriata dall’Ilva, nel populismo bloggarolo di un Grillo che posta sul suo sito l’impresa a nuoto sullo Stretto di Messina… È un fascismo da bar: insulti, gallismo, battutacce sulle donne, un vaffa, un altro giro. Apparentemente marginale; se non corrispondesse all’educazione politica e sentimentale di una parte consistente di italiani. Apparentemente innocuo; fino a quando non si toglie la canottiera, indossa una divisa e imbraccia le spranghe. Qui, in quest’inno di cemento alla maleducazione morale, oggi ha il suo orripilante monumento.

Questo articolo è uscito su Pubblico del 24 ottobre 2012.

L’eterno fascismo italiano. Una gita fuori porta al mausoleo del maresciallo Graziani.

La cultura secondo Nichi Vendola

La fabbrica della creatività

Ascoltando Go-Do di Jonsi, 2010

Leggendo Massa e potere di Elias Canetti, Adelphi, 1981

 Vedendo Nashville di Robert Altman, 1975

 “La gente non mangia cultura.

Giulio Tremonti

8.10.2010

Nel Paese che spende assai meno dell’1% del proprio budget in cultura, abbiamo dovuto sopportare anche le battute odiose del tremontismo coatto. Sedici anni d’ignoranza pervasa dall’idea che artisti e produttori di cultura siano dei parassiti scansafatiche, inetti al lavoro vero. E che il dibattito politico possa farsi a suon di tabelline e diti medi.

Un ciclo che sta chiudendosi con il più drammatico taglio al Fondo Unico dello Spettacolo della storia e con la totale assenza di idee per il rilancio di patrimonio artistico e attività culturali. Il crollo di una delle gallerie di Pompei ne è la metafora più atroce.

L’investimento pubblico in cultura e necessario perché il mercato non investe dove non ci sono margini immediati. Lo dobbiamo a noi stessi e alle generazioni che verranno. Investire in cultura, tanto più nei momenti di crisi economica, salva il Paese dallo sfarinamento morale e dalla deriva economica, perché cultura significa innovazione e creatività. Innovare significa allargare la base produttiva, creando ricchezza da redistribuire.

La destra italiana non capisce questo processo.

Perché non ha compreso che tutto sta cambiando nel mondo.

Avere vent’anni oggi, infatti, non significa solo essere certi che flessibilità e precarietà siano sinonimi. Significa anche raggiungere mete e persone lontane con voli a basso costo, avere libero accesso a fonti di in/formazione multiple e plurali, conoscere cose che, gli esseri umani cresciuti anche solo cinquanta anni fa, non potevano nemmeno immaginare possibili. È un mondo nuovo, innervato di conoscenza e di competenze diffuse, liberamente accessibili e condivisibili.

A patto che, per chiunque, sia consentito studiare, approfondire, conoscere e avere accesso alle nuove tecnologie della comunicazione orizzontale, basate sul web. A patto, cioè, che il tasso d’ingiustizia del futuro, non si misuri tra chi sa usare una macchina e chi ne subisce i suoi usi distorti. Tra chi ha accesso al sapere – e al potere – e chi rimane impigliato nel bozzolo disperante della propria condizione sociale di partenza.

Per questo pensiamo che vada immediatamente innervata l’intera penisola di fibra ottica, per garantire l’accesso al web veloce e a servizi pubblici comuni. Un bene prezioso, la rete internet, perché veicola contenuti e facilita la comunicazione tra lontani e diversi.

Comunicare e trasferire contenuti. Due lemmi, se si pensa bene, che solo apparentemente sembrano in contrasto fra loro. Sono, infatti, uniti dal formato e veicolati dall’industria culturale.

Conosciamo l’etica hacker e amiamo compulsivamente l’i-phone o il blackberry. E invidiamo il nerd compagno di viaggio in treno o aereo che usa con disarmante disinvoltura palmari e touch screen, scivolando virtuosamente sugli schermi del nostro desiderio consumistico. E ci innervosiamo, figli incantati e saettanti, nel vedere i nostri nonni e genitori alle prese con le penne usb o le connessioni adsl.

E allora occorre capire, di questa grande rivoluzione quotidiana e di questa guerra permanente tra formati e offerte premium, cosa dobbiamo salvare e cosa dobbiamo sconfiggere, per consentire al maggior numero di cittadini d’aver accesso ai contenuti e diritto di parola, senza censure né cesure della propria identità. La parola scritta arriva ovunque e non trasporta soltanto l’informazione, che invece può essere nascosta, fermata, diffamata, ma trasferisce qualcosa che solo gli occhi del lettore possono smentire e confermare. Questa potenza non puoi fermarla se non fermando la mano di chi la scrive. La potenza della parola spaventa. Per il governo italiano è più temibile Saviano che falso in bilancio.

La libertà di stampa, ripristinata dopo la caduta del regime fascista, è un baluardo fondamentale della nostra Costituzione. È un principio su cui deve tornare a discutere l’intera classe politica. Ma questo atteso dibattito è stato rimandato per troppo tempo. Oggi occorre ripensare all’intera strutturazione del panorama mediatico, ostaggio degli interessi di una sola persona su cui, peraltro, grava il conflitto di interessi più grande della storia italiana, del duopolio Rai-Mediaset e dell’occupazione partitica della tv di Stato.

Contemporaneamente, crediamo sia possibile abbattere i muri innalzati dai potenti e dai governi a protezione dello status quo. C’è un Italia migliore che non si vede ma che vive nella realtà di internet e nel luogo possibile della Rete in cui un numero indefinito di persone dialogano, si scambiano esperienze facilitando la conoscenza e la naturale predisposizione dell’essere umano all’empatia.

La Rete consente l’estensione delle capacità delle donne e degli uomini e preme per l’attuazione di forme di democrazia partecipata, in cui ognuno è chiamato al proprio compito di cittadino del mondo. Internet rimpicciolisce il pianeta e allarga il dialogo permettendoci di osservare ciò che succede in ogni parte del mondo. Pensiamo al ruolo della Rete e delle sue applicazioni nella vicenda delle scorse elezioni politiche in Iran. Anche le grandi testate e i telegiornali utilizzavano immagini e video amatoriali estratti dalla rete. Pensiamo a come tutto il mondo abbia avuto la possibilità di osservare e guardare ciò che altrimenti sarebbe stato impossibile per via della censura imposta dal governo iraniano. E pensiamo a Neda, divenuta simbolo di quella lotta e di quelle rivendicazioni proprio perché la sua morte ha bucato i limiti e i confini del suo paese, entrando nel nostro privato, riannodando i fili di un’umanità lacerata. La Rete costruisce pace perché unisce, perché narra porzioni di racconto che altrimenti non avrebbero voce.

L’altro spunto di riflessione è l’ostacolo alla libera circolazione della musica che minaccia lo sviluppo della produzione discografica e multimediale. Non è stata la tecnologia informatica a uccidere la musica e, insieme, a farla risorgere grazie ad i-tunes? E cosa aspettiamo ad abbassare l’iva sulla musica, introducendo su tutta la filiera dei prodotti multimediali e culturali una tassa di scopo capace di rispettare i vincoli posti dalla Ue?

Noi pensiamo vada riformata la gestione dei diritti di proprietà intellettuale a partire dalla Siae. E che vadano introdotte le licenze di creative commons che, insieme all’uso sapiente della leva fiscale che va necessariamente abbassata sui prodotti culturali e alzata su quelli di mero intrattenimento e consumo di massa, sono la migliore risposta contro la pirateria, per sottrarre al controllo di aziende globali il controllo sulle idee di tutti.

 

Perché le idee sono il lievito del tempo nuovo, quello che stiamo gia vivendo

 

Un mondo dalle mille possibilità. Di mille futuri possibili, di mille nuovi lavori di concetto e di occasioni di crescita economica immateriale. Per questa ragione riteniamo opportuno che, nei tavoli ministeriali del Tesoro, si calcoli, oltre al Pil, anche il Pns: il “Prodotto Nazionale Sapere. E ancora, per riflettere sulle opportunità di questo mondo e sulle sue insidie, si pensi alla moltiplicazione dei canali televisivi, indotta dal change over al digitale terrestre. Oppure al diffondersi pervasivo dei tablet e degli smart phone che vivono di app(licazioni). Agli ebook. O, ancora, alla diffusione di contenuti cross mediali via web.

Sono infinite, a pensarci bene, le possibilità di investire per i privati nelle multiformi applicazioni delle nuove tecnologie e della produzione culturale. Perché anche le imprese hanno compreso che l’unico modo per farcela è dare all’Italia una vocazione “glocale”, che faccia leva sulla ricchezza del patrimonio storico, orografico, architettonico, artistico, naturale, trasformandoli in fattore di conoscenza, competenza e promozione della propria unicità nel mondo.

È tempo di immettere, nel circuito produttivo dei contenuti, un sapere finalmente critico, una leva di giovani talenti che abbia già sorbito e digerito le maria defilippi e i grandi fratelli, come cascami di un tempo andato, morto, sepolto. Superato come la tv generalista del pleistocene, dato che la tv del prossimo futuro è quella delle nicchie e della multi piattaforma.

E la politica, le istituzioni, cosa possono fare per sviluppare queste occasioni, garantendo profitti per le imprese e buoni salari per i lavoratori, arricchimento culturale per i cittadini, rispetto per l’estetica, democrazia nell’accesso alle fonti e libertà creativa agli sviluppatori?

La politica deve, innanzitutto, attenuare tutti i fumi della distrazione di massa, stimolando la creatività e non la piatta comunicazione. Moltiplicando i luoghi di partecipazione collettiva al lavoro creativo, tramite il coworking; offrendo possibilità tramite il microcredito e l’abbassamento delle soglie di accesso al credito bancario. Occorre fare una cosa grande e semplice: creare il Ministero della produzione creativa e accorparvi tutte le deleghe oggi sperse nei mille rivoli di altrettanti ministeri.

Un Ministero della produzione creativa significa uscire dalla trappola della sola conservazione dei beni culturali ai fini della promozione turistica, e introdurre l’idea d’industria creativa. L’insieme, cioè, di originalità, etica, cultura, estetica e identità. La capacita di custodire e, insieme, innovare. Perché la cultura e testimonianza di civiltà. Le industrie culturali e creative italiane dispongono di un potenziale in gran parte inutilizzato di crescita e di occupazione.

Il recente libro verde descrive un’industria della creatività europea capace di contribuire con il 2,6% al Pil della Ue a 27 paesi, occupando circa 6 milioni di persone. Se il mercato del lavoro in Europa registra una contrazione tra il 2002 e il 2004, negli stessi anni, l’occupazione nel settore culturale è cresciuta di un 1,85%. Secondo il Creative Economy Report del 2008 l’industria creativa rimane uno dei principali settori del commercio mondiale in termini di crescita. La bilancia commerciale dell’Ue a 27 paesi, per esempio, nei principali settori legati alla creatività ha registrato nel 2007 un surplus di 30 miliardi di euro. L’industria creativa è pertanto un settore caratterizzato da notevoli prospettive di crescita nel lungo termine. Questo potenziale riguarda tutti i paesi e le regioni del mondo. Ma noi siamo italiani, abbiamo in più la ricchezza di un territorio unico e inimitabile.

Creatività e innovazione sono i soli fattori in grado di consentire a un sistema economico di reggere le sfide della competizione globale. Con l’innovazione si diffondono idee che migliorano l’efficienza dei sistemi produttivi e la funzionalità dei prodotti. Con la creatività si guadagna in bellezza, perché l’atto creativo e il più appagante dei desideri realizzati. E si passa “dal made in Italy allo styled in Italy”.

Ma cosa intendiamo esattamente per industria creativa?

Oltre ai settori tradizionali delle arti (arti dello spettacolo, arti visive, patrimonio culturale), l’industria creativa comprende anche i film, i dvd e i video, la televisione e la radio, i videogiochi, i nuovi media, la musica, i libri e la stampa, il design, la moda, la pubblicità e la comunicazione.

Una riforma sistemica e nuovi investimenti pubblici sono decisivi per restituire all’Italia una visione ambiziosa: occorre, infatti, attenuare l’invasione di prodotti culturali stranieri e favorire la produzione di un’identità multiculturale locale che aiuti anche l’integrazione dei popoli migranti che ci attraversano. Per farlo è necessario parlare un linguaggio dei segni universale e tecnologicamente avanzato aiutando le imprese a rafforzarsi e unirsi in distretti culturali, favorendo la nascita di scene artistiche territoriali, stimolando la mobilità degli artisti e aiutandoli a vivere in residenze artistiche permanenti che fungano da aggregatori di talenti e di pubblico e da incubatori della diversità culturale. Occorre stimolare la concorrenza superando il duopolio televisivo, stimolando l’accesso alle nuove tecnologie, diffondendo la banda larga. Perché l’unico modo per far aumentare i consumi culturali – obiettivo indispensabile per la sinistra contemporanea – e aumentare la base dei suoi produttori e favorire l’accesso popolare alle arti. Molti economisti considerano i costi marginali della cultura bassissimi. E allora, riprendendo la proposta di Walter Santagata, perché non rendere gratuito l’accesso ai musei pubblici? Poi questi venderanno valore aggiunto, come gadget, ristorazione o eventi. Il nostro obiettivo politico mira ad abbattere gli ostacoli che impediscono la libera fruizione di cultura. È indispensabile promuovere l’imprenditorialità diffusa, favorire gli editori puri, la cultura d’impresa e di management allo scopo di aiutare l’emersione di nuovi pubblici per nuove imprese e nuovi contenuti. Va democratizzato l’accesso alle fonti culturali, rendendo diffuse le attività di formazione attraverso la promozione di una collaborazione più intensa, sistematica e ampia tra le arti, le istituzioni accademiche e scientifiche e le iniziative comuni pubblico-privato. L’accesso al finanziamento delle industrie culturali e creative è limitato perché numerose imprese soffrono di cronica sottocapitalizzazione e incontrano seri problemi per ottenere una giusta valutazione dei loro attivi immateriali, ad esempio i diritti d’autore. Se si pensa non solo al cinema – la più popolare delle forme di produzione artistica – è opportuno prevedere strumenti finanziari innovativi, come il capitale di rischio, il microcredito, le garanzie e altri strumenti di condivisione del rischio. Nuovi interessanti modelli finanziari, mirati in modo più specifico alle industrie culturali e creative, sono emersi. I migliori agevolano l’accesso al credito. Altri mettono in contatto investitori e imprese che necessitano di capitale di rischio per crescere, anche per mezzo di forme di finanziamento collettivo (crowdfunding).

Oggi sappiamo che, per il cinema italiano, tassa di scopo e tax credit, rifinanziamento del Fondo Unico dello Spettacolo a valere su una tassa di scopo, il Centro unico nazionale dell’audiovisivo sono la cura indispensabile. Parimenti fondamentale è la riforma radicale della Rai per impedirne la contiguità con la politica e liberarla dall’assillo della competizione con Mediaset. Perché il credito fiscale funziona se esiste un mercato dei diritti veramente libero. E allora diciamolo, una buona volta, che il mercato dei diritti cinetelevisivi va liberato dal giogo del conflitto di interessi e delle rendite di posizione e che vanno rafforzati e aiutati i produttori indipendenti. Le infrastrutture culturali e i servizi di alta tecnologia, le buone condizioni di vita e le buone possibilità d’impiego del tempo libero, il dinamismo delle comunità culturali e la forza delle industrie culturali e creative locali sono sempre più considerati i veri fattori di attrattività per imprese, talenti e pubblico. Il turismo del futuro è in questo snodo: non basta più offrire meravigliose città d’arte per attrarre i grandi flussi turistici internazionali. L’Italia deve essere un posto alla moda.

Cosa lo è più della creatività e dei giovani?

Ciò di cui avremmo bisogno e un capovolgimento completo del modo di intendere la creazione. Per Goffredo Fofi “la cultura con cui dobbiamo quotidianamente confrontarci è una specie di tranquillante o di sonnifero, che ci distrae e ci aiuta a non pensare invece che a pensare, a dimenticarci invece che a trovarci, è un consumo indifferenziato che nei propositi di chi lo propone e amministra deve servire a renderci inattivi invece che attivi. Le istituzioni della cultura e i suoi gestori si preoccupano del successo e del consenso, della superficie e dell’attualità invece che del radicamento, della lunga durata, della qualità e della possibilità di incidere in profondità nell’humus di una popolazione e di un’epoca”.

La creatività che abbiamo in mente richiede il rilancio delle politiche pubbliche e del protagonismo privato. È la creatività degli spiriti liberi e critici, incapaci di sottomettersi ad alcun potere. L’unica in grado di garantire uno sviluppo rapido e sano del Paese.

È un processo possibile, basta iniziarlo. Adesso.

Nichi Vendola

(da C’è un’Italia migliore, Fandango libri, 2011)

La cultura secondo Nichi Vendola

Casino’ Royale: lo James Bond di Ian Fleming

Era il 1952 quando Ian Fleming, in congedo in Giamaica dopo anni di onorato servizio per la marina militare inglese, dava avvio alla scrittura di Casinò Royale, romanzo dal successo inaspettato che sarebbe poi stato il primo di una lunga serie, di libri come di pellicole cinematografiche.

Pochi elementi in mano a detta dello scrittore, che amava raccontare così l’inizio di un mito: la noia del congedo dopo una vita avventurosa, il nome di un ornitologo famoso, James Bond appunto, e il ricordo lontano di una serata al Casinò di Lisbona. Nasce così  007, l’agente segreto con licenza di uccidere, una sorta di alter-ego del romanziere inglese, che insieme intreccia episodi della sua vita e di invenzione costruendo un personaggio ricco di fascino.

«Alle tre del mattino l’odore del casinò, il fumo e il sudore danno la nausea. A quell’ora, il logorio interiore tipico del gioco d’azzardo – misto di avidità, paura e tensione nervosa – diventa intollerabile. I sensi si risvegliano e si torcono per il disgusto». Sin dalle prime battute si percepisce la passione dell’autore per la narrazione e per scene pausate in cui la tensione sale lentamente raccontando un momento storico, quello della Guerra Fredda, ormai romantico e distante per il lettore.

Il casinò è un luogo per pochi, per l’upper class, dove membri di una classe sociale privilegiata, e ancora personaggi emergenti del mondo della finanza e dell’economia, si incontravano sperperando enormi cifre di denaro, inconsapevoli dei cambiamenti che di lì a un decennio avrebbe coinvolto l’intera società.

Se con le donne, già da questo primo volume, Bond è il Bond che conosciamo noi, come agente segreto è invece un personaggio ingenuo, a tratti goffo, che solo gradualmente e attraverso un percorso irto di difficoltà prenderà coscienza delle sue potenzialità. Non è infatti uno degli agenti migliori quando viene scelto da M, ma la sua bravura con il baccarà lo rende adatto alla missione. L’obiettivo prevede l’annientamento di Le Chiffre, banchiere malavitoso del Partito Comunista locale, proprio colpendolo nel suo punto debole: il gioco d’azzardo.

Un romanzo certamente intrigante, coinvolgente, dalla trama ben costruita e con non pochi colpi di scena. L’idea per una lettura tranquilla che conduce all’origine di un mito moderno, rivelandone però aspetti sconosciuti.

Casino’ Royale: lo James Bond di Ian Fleming

Il programma di Barack Obama

GUERRA E PACE

«Quattro anni fa, ho promesso di porre fine alla guerra in Iraq. L’abbiamo fatto. Ho promesso grande concentrazione nella lotta ai terroristi che ci hanno attaccato l’11/9. L’abbiamo fatto. Abbiamo smussato lo slancio dei talebani in Afghanistan, e nel 2014, la nostra più lunga guerra sarà finita. Le trame terroristiche devono essere interrotte. La crisi dell’Europa deve essere contenuta. Il nostro impegno per la sicurezza di Israele non deve vacillare, e il governo iraniano deve affrontare un mondo unito contro le sue ambizioni nucleari».

INDUSTRIA ED ECONOMIA
«Nell’industria potremo avere un milione di nuovi posti di lavoro entro la fine del 2016 ed esportazioni raddoppiate per la fine del 2014. Dopo un decennio di declino, questo paese ha creato oltre mezzo milione di posti di lavoro nella produzione negli ultimi due anni e mezzo».

TASSE E DEFICIT
«Ho tagliato le tasse a coloro che ne avevano bisogno: famiglie della classe media, piccole imprese. Non credo che un altro giro di agevolazioni fiscali per milionari porterà nuovi posti di lavoro o pagherà il nostro deficit. Mi rifiuto di chiedere agli studenti di pagare di più per il college».

ISTRUZIONE

«Si può scegliere un futuro in cui sempre più americani abbiano la possibilità di acquisire le competenze di cui hanno bisogno per competere. Non importa quanti anni e quanti soldi abbiano».

ENERGIA E SICUREZZA
«A differenza di mio avversario, non lascerò scrivere alle compagnie petrolifere il piano energetico di questo paese o mettere in pericolo le nostre coste. Offriamo un percorso migliore, un futuro in cui si continui a investire in eolico e solare e carbone pulito».

IL FUTURO
«I nostri problemi possono risolversi, le sfide possono essere lanciate. Vi guiderò lungo un cammino tortuoso, ma che conduce in un posto migliore. Non pensiamo che il governo possa risolvere tutti i nostri problemi. Ma non credo che il governo sia la fonte di tutti i nostri problemi. Nessun partito ha il monopolio della saggezza. Nessuna democrazia funziona senza compromessi».

IN AMERICA SI PUÒ
«Noi crediamo che un bambino sfuggito alla povertà da grande possa, con una borsa di studio, diventare il fondatore del prossimo Google, o lo scienziato che cura il cancro, o il presidente degli Stati Uniti. È in nostro potere di dargli questa possibilità».

GLI IMMIGRATI
«È giusto che un giovane immigrato cresciuto qui, che qui ha promesso fedeltà alla nostra bandiera non debba essere espulso dall’unico paese che abbia mai chiamato a casa».

GLI SLOGAN
«Nel 2008 dissi ”Sì, possiamo”, oggi dico ”Sì, possiamo ma ci vuole tempo”».

IL LIBRO DI FIDEL CASTRO

«Obama e l’Impero».

Il programma di Barack Obama