Social media e sviluppo umano

Social media e sviluppo umano

PHILIPPE AIGRAIN*

I social media sono software o siti come le webzine (riviste su Internet), i forum online, i blog, i social blog, i microblog, i wiki, i social network, i podcast; siti che raccolgono fotografie, immagini o video, o che svolgono content rating (classificazione dei contenuti) o social bookmarking (condivisione in rete dei propri preferiti). I social media permettono di svolgere delle attività creative ed espressive, e non solo di comunicare: sono molto più importanti di social network come Facebook o di siti 2.0 come YouTube. I due social network sopra citati continuano a ricevere attenzione perché sono gestiti da grandi aziende e raccolgono numerosi utenti grazie ai loro servizi centralizzati. Eppure è lecito pensare che questi grandi servizi centralizzati vadano contro la logica emancipata dei social media.
I social media permettono a ognuno di noi di dare il proprio contributo alla cultura e alla società; mettono nelle nostre mani la comunicazione, la produzione e la distribuzione di attività che, prima dell’avvento di Internet, erano accessibili solo a una manciata di grandi aziende. E al cuore dei social media ci sono i blog. Ogni qual volta leggerete o sentirete dire che i blog sono un’idea superata, pensate a questi dati: secondo le rilevazioni della NM Incite (una consociata della Nielsen/McKinsey) nell’ottobre 2011 c’erano 173 milioni di blog, il 17% in più dell’anno prima; la loro velocità di crescita ha toccato l’apice nel 2009 (il 62% di crescita in un anno) per poi rallentare, sicuramente perché alcuni autori avevano cominciato a usare Facebook per postare contenuti che prima mettevano sui loro blog. I blog, compresi quelli di fotografia, audio e video, sono fondamentali perché sono la casa telematica di un individuo, il suo personale spazio informazionale pubblico (con sezioni private dove, per esempio, si possono conservare le proprie creazioni non ancora pubblicate). E naturalmente c’è chi ha più di un blog, proprio come c’è chi ha più di una casa, e può invitare i lettori a uno dei suoi blog proprio come si possono invitare gli amici a casa propria. Parlando di autori che scrivono narrativa e poesia sul web, il romanziere François Bon ha definito i loro blog e siti personali «alberi i cui rami sono il laboratorio aperto del processo creativo» (si veda Après le livre, Seuil 2011, in formato e-book sul sitohttp://publie.net).

I social media sono tipici della cultura digitale perché affondano le proprie radici negli individui. Naturalmente, se li chiamiamo social è perché i suddetti individui entrano in contatto e interagiscono, comunicano tra loro, sviluppano attività e progetti per mezzo dei social media. Oltre ai blog esistono tutte le tecnologie e i software che li collegano gli uni agli altri; PING che avvisano un sito della pubblicazioni di nuovi contenuti, RSS feed che permettono di inserire la visione dei contenuti di un sito in un altro, tag e bookmark condivisi, oppure l’uso del microblogging per consigliare o criticare dei contenuti, e così via.

Il potenziale sviluppo umano derivante dai social media nasce da una combinazione senza eguali:
– il fatto che l’individuo possa progredire nelle sue attività creative, espressive o produttive a piccoli passi, nessuno dei quali richiede un investimento troppo ingente di tempo ed energie o l’acquisizione di nuove abilità;
– il fatto che gli scopi di questo processo di sviluppo siano totalmente sotto il suo controllo;
– il fatto che una larga parte delle espressioni culturali siano de facto accessibili e riutilizzabili, permettendo così a ognuno di noi di farne dei punti di partenza o delle fonti di ispirazione.

Bastano pochi minuti per aprire un blog su WordPress.com, ma il giorno in cui decidiate di passare alself-hosting (magari affidandovi a un hosting provider) potrete continuare a usare lo stesso software open source di WordPress e trasferirvi i contenuti del vostro blog. In altre parole, non sarete costretti a sacrificare l’autonomia in favore della comodità. Nelle comunità di scrittura letteraria online la cosa che più mi colpisce è la frequenza con cui gli autori decidono di cambiare le proprie piattaforme o il loro aspetto per adattarle a nuovi progetti o scopi. Non c’è alcuna differenza tra lo scegliere gli strumenti, e a volte addirittura svilupparli, e i contenuti per cui sono usati. Come è ovvio, le persone hanno competenze diverse: le più difficili da acquisire riguardano l’uso delle parole o delle immagini e l’interazione sociale. Ma i social media forniscono una gigantesca scuola en plein air per lo sviluppo umano.

Questo potenziale è minacciato da alcune tendenze contemporanee. La prima ha a che fare con quello che spesso abbiamo dato per scontato su Internet: il fatto che la produzione di un individuo sarà sempre ragionevolmente ricercabile, accessibile e tramessa tanto quanto la produzione di una società internazionale o di un governo. Questa neutralità di Internet, sua caratteristica fondamentale, è minacciata quando si accede alla rete tramite dispositivi mobili o specializzati come lettori di e-book e persino quando ci si collega con la normale connessione domestica. Gli operatori telefonici, in particolare i membri dell’ETNO (cioè gli ex monopolisti) stanno cercando di inserire dei provvedimenti nella revisione del trattato dell’ITU (International Telecommunication Union). Se ci riuscissero, non sarebbe altro che un coup d’état privato contro Internet.

Ho già citato l’altro pericolo, dovuto alla centralizzazione dei servizi. Facebook ne è il caso più estremo, poiché ambisce a centralizzare non solo gli utenti e i loro dati, ma anche vari tipi di media che sarebbe meglio gestire separatamente. Anzi, nella cultura digitale è essenziale saper usare ciascun social medium per lo scopo per il quale è stato sviluppato, ad esempio servirsi del microblogging per formulare una breve idea o per suggerire o criticare un contenuto segnalato tramite un link abbreviato. A questo proposito, in pochi anni il microblogging è diventato un canale chiave per consigliare contenuti web (compresa l’autopromozione) e una forma di espressione unica, oggi celebrata nella “twitteratura” e nei festival di poesia su Twitter, e naturalmente accusata da altri ambienti di essere un inutile ronzio e di abbassare il livello della cultura. Twitter nasce da un’idea meravigliosa che è stata spinta con efficacia sul mercato. Eppure, la sua posizione dominante ha ben poco a che fare con qualsivoglia innovazione radicale abbia mai prodotto. Anzi, alcune delle innovazioni più importanti, come gli hashtag (le “parole chiave” segnalate dal simbolo #) e i re-tweet, sono riconducibili agli utenti. Twitter domina il mercato principalmente grazie ai suoi effetti di rete: è arrivata per prima ed è difficile spodestarla perché l’utente vuol essere dove sono tutti gli altri e ascoltare.

Una funzionalità “alla Twitter” può essere raggiunta su un’implementazione distribuita in cui i tweet e le interazioni di tutti gli utenti siano self-hosted o “ospitati” su server distribuiti. Prima o poi gli utenti di Twitter si accorgeranno che tutta la loro storia di microblogging è accessibile solo con grande fatica e con un sotfware “terzo”, usando delle API (Application Programming Interface), il cui utilizzo è soggetto a regole arbitrarie stabilite da una società quotata in borsa e spinta dai suoi azionisti a “monetizzare” gli utenti. A quel punto forse prenderanno in considerazione delle alternative, ma potrebbe essere troppo tardi. È meglio esplorare queste alternative oggi, anche solo per fare pressione su Twitter e altri servizi simili perché diventino più aperti.

* Philippe Aigrain è tra i fondatori di La Quadrature du Net, un collettivo per la difesa delle libertà dei cittadini su Internet. È autore di Sharing: Culture and the Economy in the Internet Age, Amsterdam University Press, 2012. Questo testo è stato preparato per la pubblicazione in occasione del suo intervento alla Social Media Week di Torino (settembre 2012).

(articolo tratto da La Stampa 24/09/2012)

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Social media e sviluppo umano

Insegnamento di Giuseppe Di Vittorio: cultura e lavoro

Giuseppe Di Vittorio : cultura e lavoro

Le generazioni moderne sanno poco o nulla di Giuseppe Di Vittorio, certamente una delle personalità più ricche e affascinanti espresse dal movimento sindacale italiano. Vien da chiedersi fino a che punto la sinistra italiana si sia realmente resa conto della crisi di una vecchia cultura politica e dei suoi aspetti più sconcertanti, come la fatale subalternità corporativa delle lotte sociali, il primato del partito, l’impossibilità per il sindacato di esprimersi come soggetto politico. Di Vittorio con la sua concezione dell’autonomia del sindacato, del sindacato come soggetto politico, ha saputo indicare una prospettiva riformatrice in cui proposta e iniziativa di massa erano unite da un nesso inscindibile, capace di vagliare la validità e la coerenza di ogni singola scelta politica in un processo democratico che sfuggisse alle insidie del trasformismo, del leaderismo e del consenso passivo verso i “capi”. Di Vittorio ha il merito storico di avere avviato la rottura delle liturgie del leninismo, anche grazie a un’acuta percezione della complessità del processo sociale, che spingeva il sindacalismo confederale in una dimensione politica

“Io non sono, non ho mai preteso, né pretendo di essere un uomo rappresentativo della cultura. Però sono rappresentativo di qualche cosa. Io credo di essere rappresentativo di quegli strati profondi delle masse popolari più umili e più povere che aspirano alla cultura, che si sforzano di studiare e cercano di raggiungere quel grado del sapere che permetta loro non solo di assicurare la propria elevazione come persone singole, di sviluppare la propria personalità, ma di conquistarsi quella condizione che conferisce alle masse popolari un senso più elevato della propria funzione sociale, della propria dignità nazionale e umana… La cultura non soltanto libera queste masse dai pregiudizi che derivano dall’ignoranza, dai limiti che questa pone all’orizzonte degli uomini: la cultura è anche uno strumento per andare avanti e far andare avanti, progredire e innalzare tutta la società nazionale…

Io sono, in un certo senso, un evaso da quel mondo dove ancora imperano in larga misura l’ignoranza, la superstizione, i pregiudizi, gli apriorismi dogmatici che derivano da questa ignoranza. Io lo conosco quel mondo, profondamente. Ci sono vissuto e so quanto siano grandi gli sforzi che occorrono per tentare di uscirne. Ma in quel mondo, dietro quel muro, vi sono ancora milioni di italiani, milioni di fratelli nostri. Tutte le iniziative, tutte le forme di organizzazione, tutti i tentativi debbono essere fatti per accorrere in aiuto di questi nostri fratelli, per aiutarli a liberarsi da questa ignoranza, perché anch’essi possano provare a sentire le gioie e i tormenti dell’accesso al sapere. Dobbiamo andare fra quelle masse di nostri fratelli, chiamarle, stimolarle alla vita nuova, al sapere, al conoscere, a vedere alto e lontano; dobbiamo andare come un trattore potente su un terreno incolto da secoli per fecondarlo e trarlo a coltura, a vita, a bene della società…”

 Stralcio dal discorso al II congresso della cultura popolare, Bologna 11 gennaio 1953

 

LA DONNA E LA CULTURA
Lo abbiamo sentito parecchie volte: “L’inferiorità delle donne è dimostrata dal fatto che mai scoperto nulla, nono sono mai nati dei Leonardo da Vinci e dei Fermi tra le donne.” Anzi, c’è chi lo dice ancora oggi. Ebbene sì è vero, salvo rarissime eccezioni (ad esempio Marie Curie, Rita Levi Montalcini), nel corso dei secoli non ci sono state molte donne-genio che abbiano inventato o scoperto qualcosa di eccezionale. E come potevano se la loro destinazione “naturale” era fare figli e occuparsi della casa? La cultura, quella che precede ogni possibilità di emergere in campo culturale, non era estesa alle donne bensì ai soli uomini e neppure a tutti. Gli schiavi, ad esempio, non avevano il diritto, e, infatti, neppure tra loro è nata una figura culturalmente importante. Se spostiamo la nostra attenzione su un altro campo, quello sportivo ad esempio, vediamo come le nazioni con un maggior numero di medaglie, alle Olimpiadi, sono quelle che hanno una diffusa pratica sportiva e sin dalla più tenera età. Dal momento in cui le scuole vennero aperte anche alle donne e la cultura divenne un fatto accessibile, sia ai maschi che alle femmine, cominciarono ad emergere alcune importanti figure femminili. Ma questo diritto di parità in campo scolastico è alquanto recente e non possiamo pretendere che se ne vedono i frutti in breve tempo. La stessa educazione che i maschi ricevono, li avvia verso una maggiore qualificazione culturale, mentre permangono ancora, verso le femmine, alcuni  pregiudizi che le scoraggiano. Se è vero che entrambi, maschi e femmine, hanno raggiunto parità di diritti, poiché nessuna legge italiana pone divieto alle femmine nell’affermazione professionale, in realtà solo pochissime donne raggiungono traguardi professionali di prestigio. E, cosa ben più grave, sono ben poche le donne che detengono posti importanti nella vita politica o economica della nazione. La stessa qualificazione professionale tra le operaie è nettamente inferiore a quella dell’uomo, cosicché tocca ad esse occupare quei posti meno qualificanti e meno retribuiti.
Sono questi i frutti di una secolare posizione d’inferiorità della donna? O vi è da parte delle femmine stesse remora profonda ad impegnarsi culturalmente e professionalmente? Probabilmente entrambe le cose. Si registrano casi di donne che, giunte all’apice del successo, mollano tutto e ritornano a dedicarsi al vecchio ruolo di madre e di moglie ma sempre per libera scelta.

Il tempo, le nuove tecnologie e le invenzioni non sono serviti a migliorare le condizioni e l’immagine della donna, nella maggior parte del globo. Le donne sono infelici, insoddisfatte, confuse, maltrattate, discriminate ed emarginate; vivono nella paura, tra violenze ed abusi all’interno di mura “sicure e silenziose”: nelle loro case, nei luoghi di lavoro da parte di familiari o amici. Molti pensano che oggi la donna debba essere quella della TV, della pubblicità, ma allora la schiavitù delle donne non è finita. Il passato ci “regala” donne rinchiuse in case, mute e sofferenti nella loro solitudine e indifferenza da parte della società maschile e oggi le ritroviamo schiave di un’identità che non appartiene loro: molte di loro, infatti, hanno rafforzato involontariamente il maschilismo. La donna è apertura all’accoglienza, entusiasmo per l’amicizia, tolleranza del dolore, costanza negli impegni, capacità di scelte forti e definitive, eccezionalità di intuito. Peccato che la mentalità corrente non sappia leggere tutta questa ricchezza e si fermi ad elencare piuttosto i difetti e i cedimenti. La donna è molto diversa da come viene presentata dalla pubblicità e dai mass-media. È necessario allora che l’uomo e le donne riscoprano le loro radici, i loro ruoli, le loro capacità per poi collaborare reciprocamente per spezzare le catena della violenza e creare quella del rispetto e della dignità. Forse solo allora la donna potrà dire di essere più felice.

LAVORO

‘’L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro…’’; questa, che è una delle più celebri frasi della nostra costituzione, esprime tutto il peso che il sociale e il lavoro hanno nella suddetta Carta; apporto che le fu conferito da una delle personalità più forti e importanti del novecento italiano: Giuseppe Di Vittorio.

Art.3.  “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”

Art,37. “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e stesa parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni del lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.”

Art.51. “Tutti i cittadini dell’uno e dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge.”

 

IL LAVORO È UN’EMERGENZA DEMOCRATICA

L’intervista a Fulvio Fammoni, presidente della Fondazione Di Vittorio, è stata pubblicata dal quotidiano, “Il Tirreno”.

Rabbia, esasperazione, assenza di prospettive. Con qualche ministro che di fronte a vertenze come l’Alcoa allarga le braccia e dice: Non c’è più niente da fare. “Il sindacato ha reagito, lottato ma dopo quattro anni di crisi tremenda, in primo luogo occupazionale, servono risultati”, commenta Fulvio Fammoni, sino a pochi mesi fa membro della segreteria nazionale della CGIL e ora preidente della Fondazione Giuseppe Di Vittorio.
Rigira tra le mani il rapporto sull’occupazione appena sfornato dall’Ires, l’ufficio studi della confederazione, che disegna un’Italia in ginocchio con 4 miliardi e mezzo di cittadini dentro l’area della “sofferenza occupazionale”.

Che cosa significa?

“Che ai due milioni e settecentomila disoccupati censiti dall’Istat bisogna aggiungere un milione e settecentomila cittadini definiti scoraggiati e cassa integrati. Questi dati sono il frutto di scelte antiche e recenti”.

Quali scelte sbagliate?

“E’ evidente che il meccanismo scelto per ridurre il deficit ha presentato il conto al lavoro e ai lavoratori.”

Monti dice che ha salvato l’Italia dal baratro.

“Per far tornare i conti ha però operato una politica di tagli al bilancio che si sono scaricati sull’economia reale. Le scelte del governo hanno avuto un effetto depressivo sull’economia e si sono scaricate sui lavoratori.
I dati sull’occupazione sono inoppugnabili.”

L’Italia va peggio degli altri?

“Peggio rispetto al tasso di disoccupazione europeo. Inoltre un terzo dei nuovi disoccupati nell’Ue sono italiani. Il governo non sembra reagire a quest’emergenza, l’Italia scende sempre più in basso”.

Le riforme fatte non funzionano?

“Far pagare tutto al lavoro e scaricare la crisi sui lavoratori non solo ha effetto depressivo ma si ripercuote sui consumi e la produzione. Che cosa fa quell’area enorme di disoccupati, inoccupati, scoraggiati e cassa integrati? Che cosa può consumare? Noi siamo un Paese manifatturiero che utilizza il 70% del suo prodotto nel mercato interno. Chi compra in queste condizioni di perdita di lavoro?”

Eppure la riforma Fornero intendeva togliere lacci, liberare il lavoro…

“E invece la disoccupazione giovanile non è mai stata così devastante. Fornero e il governo avevano promesso che con la riforma sarebbe cambiato il sistema di vita degli italiani. Non so se gli italiani siano contenti di come stanno vivendo”.

Che cosa fanno invece le imprese?

“Di fronte alla crisi operano comprimendo i costi del lavoro: un lavoro meno pagato, pensano sia meglio. Sono miopi, perché in Italia abbiamo un enorme addensamento di qualifiche medio basse che, quando la crisi sarà attenuata, faranno fatica a ricollocarsi. E con la crisi c’è stata una compressione dei diritti, una maggiore ricattabilità”.

Monti dice che le tasse non può abbassarle sino al pareggio di bilancio.

“Un grave errore. Oggi intervenire sul fisco non solo è una questione di giustizia ma anche un elemento produttivo di cresita. Il pareggio di bilancio con il Pil in calo o stagnante non potrà essere conseguito.”

Il governo promette crescita…

“Parole, piani fumosi e dilatati nel tempo. C’è bisogno di lavoro, subito. E’ un’emergenza democratica”.

Insegnamento di Giuseppe Di Vittorio: cultura e lavoro

Democrazia e partecipazione

Democrazia e partecipazione. Sarebbe meglio dire: la democrazia è partecipazione?

I rapporti tra democrazia e partecipazione costituiscono il capitolo più controverso della scienza politica. Con la nascita delle società complesse della modernità questo modello di
democrazia si è evoluto verso nuove forme di democrazia rappresentativa ove il governo viene esercitato in nome dei cittadini, piuttosto che dai cittadini. Si introduce così una separazione tra governanti e governati che, in presenza dello sviluppo di un capitalismo di consumo che sottrae tempo e motivazione alla partecipazione politica, ha portato ad un impoverimento della stessa concezione di democrazia.

La conseguente “apatia” dei cittadini nei confronti della partecipazione politica viene non solo compresa ma in un certo senso legittimata.

Come si può realizzare una maggiore democratizzazione dei processi decisionali della politica allargando gli spazi per un coinvolgimento dei cittadini?

La democrazia diretta

I vantaggi della democrazia diretta:

I.) È l’unica forma di democrazia «pura». Si assicura che la gente rispetti la legge, perché molti possono rispettarla in quanto le approvano personalmente. La loro “volontà generale” diventa legge. Non c’è un abisso tra il governo e il popolo.

II.) Lo sviluppo personale; la democrazia diretta porta a una società colta. I cittadini sono informati e aggiornati così come molti sono invitati a prendere parte alla politica per capire come funziona la società o addirittura come dovrebbe funzionare.

III.) La democrazia diretta non consente alle persone di mettere al primo posto la loro fede perché i politici eletti non possano distorcere l’opinione pubblica.

IV) Un legittimo governo, la democrazia diretta assicura che il governo è stabile e il 100% è legittimo perché i cittadini sono responsabili delle decisioni che prendono e non si può incolpare nessun altro.

Inconvenienti di democrazia diretta:

I.) La democrazia diretta è incredibilmente impraticabile nel mondo moderno. Questa forma di democrazia richiede a tutti i cittadini si impegnano in politica e partecipino al processo decisionale (in base all’idea di uguaglianza politica). Tutti i cittadini devono essere in grado di incontrarsi in un unico luogo per esprimere la loro opinione. Questo è impossibile per l’intera popolazione.

II.) Anche la democrazia diretta implica che la politica è l’unico lavoro per i cittadini, che non si può pretendere di avere una carriera o di una vita personale, i cittadini non sarebbero in grado di svolgere qualsiasi altra attività.

La Democrazia rappresentativa

Caratteristiche della democrazia rappresentativa:

I.) La partecipazione popolare è indiretta: i cittadini scelgono chi prenderà le decisioni attraverso il voto elettorale.

II.) La partecipazione popolare è limitata come l’atto di votare è limitato. Si vota infatti ogni quattro-cinque anni.

III) La partecipazione popolare è mediata, le persone sono legate al governo attraverso varie istituzioni.

I vantaggi della democrazia rappresentativa:

I.) È una democrazia pratica. La democrazia rappresentativa è l’unica forma di democrazia che è effettivamente possibile, nel mondo moderno; la partecipazione popolare è breve e limitata.

II.) Si forma un governo di esperti. La democrazia rappresentativa prende decisioni attraverso i politici di professione; queste persone sono generalmente più istruite e con maggiore esperienza della maggior parte del popolo. Pertanto essi sono in grado di governare in base alla loro conoscenza che possiedono per l’interesse nazionale.

III.) La democrazia rappresentativa prevede la mediazione tra i cittadini e il governo. I cittadini comuni sono liberi di andare avanti con la loro vita poiché sono sollevati dal peso del processo decisionale, che consente a molti cittadini di avere una carriera e una vita sociale in quanto solo chi deve governare può decidere.

IV.) Si crea stabilità politica. La democrazia rappresentativa mantiene la stabilità in quanto il popolo è distanziato dalla politica, più è coinvolto più si appassiona e s’impegna, difficilmente accetta compromessi. La stabilità politica è mantenuta in quanto i cittadini dello Stato sono propensi ad accettare compromessi.

Democrazia rappresentativa

Inconvenienti di democrazia rappresentativa:

I.) La democrazia rappresentativa, in teoria, è una formalità. Questo perché l’atto del voto è quando il governo decide le elezioni. La gente in teoria non è responsabile di alcun controllo sul governo tra le elezioni, determinando della democrazia rappresentativa un insuccesso.

II.) C’è stata la crescente preoccupazione di come i politici rappresentano il popolo, sia attraverso la delega del mandato, o per rappresentazione descrittiva. Molta gente non riesce a farsi rappresentare da coloro che sostengono di rappresentarli.

La democrazia liberale

Una democrazia liberale è una forma di democrazia rappresentativa, quindi indiretta. Il diritto di reggere e governare si ottiene attraverso il successo elettorale sulla base di eguaglianza politica (una persona, un voto). Essa combina l’obiettivo liberale di governo limitato con un impegno per la democrazia e la partecipazione popolare.

In una democrazia liberale, le condizioni devono essere soddisfatte:

– Le elezioni devono rispettare il principio del suffragio universale e devono essere libere ed eque.

– La libertà civile e dei diritti individuali sono garantiti.

– Il governo deve operare in un quadro giuridico, costituzionale.

– Un’economia capitalista o privata.

Una democrazia liberale tenta di bilanciare il bisogno di democrazia con le libertà individuali e i diritti.

La democrazia liberale

Ci sono due tipi principali di democrazia liberale:

I.) C’è democrazia costituzionale quando il governo opera nell’ambito di chiari orientamenti costituzionali garantisce la tutela dei diritti individuali e delle minoranze. La democrazia costituzionale è associata con i paesi che hanno una costituzione codificata, tipo Stati Uniti, Francia, Italia e Germania.

II.) Non vi è democrazia maggioritaria in cui gli interessi di maggioranza hanno la precedenza sulle minoranze. Questa regola della maggioranza sottolinea gli interessi collettivi della società, piuttosto che gli interessi individuali.

La crisi della partecipazione.

A causa della crescente apatia degli elettori, l’Italia soffre di una crisi di partecipazione.

Nelle ultime elezioni regionali siciliane, meno della metà degli elettori ha votato, e il partito più votato è stato il Movimento 5 stelle. Gli iscritti dei partiti politici tradizionali sono diminuiti nel corso degli anni.

La lealtà a un partito è diminuita. Molte persone non si identificano con un partito o con l’insieme dei valori rappresentati da esso. Questo porta a molti “elettori fluttuanti”.

Tuttavia l’attivismo è aumentato, negando l’idea di una crisi di partecipazione. Il problema è legato alla disillusione della politica. Tuttavia l’affluenza alle urne è di vitale importanza per la salute di una democrazia rappresentativa.

Una crisi della democrazia?

Ci sono tre fattori principali che potrebbero spiegare l’affluenza in calo in tempo di elezioni.

Si potrebbe sostenere che la società, in generale, è diventata più materialista alla luce del consumismo attuale.

I media hanno causato enormi problemi di fiducia al popolo minando i valori per la politica. I media si sono allontanati da un’analisi politica seria spostando l’attenzione della gente sugli scandali di diversi politici, anziché approfondire i temi sociali.

Da parte loro, i politici non hanno fatto nulla per migliorare e recuperare la fiducia del popolo nella politica.

I politici sembrano preoccuparsi solo di essere eletti, tralasciando i principi e i valori morali.

C’è stata una crescita di portavoce che distorcono la verità per fornire risposte favorevole, al fine di ottenere il sostegno. La politica è diventata una questione di stile piuttosto che di sostanza.

I partiti hanno preso le distanze dalle ideologie che erano le loro radici.

Rafforzare la democrazia

Si attua mediante un ampliamento alla diretta partecipazione dei cittadini mediante un uso più ampio di referendum. Un referendum è un voto popolare attraverso il quale l’elettorato esprime il suo punto di vista su una politica particolare. Essi sono utilizzati per informare il governo delle diverse opinioni del popolo. I referendum sono un dispositivo di democrazia diretta.

Per i referendum

Il referendum fornire solo un’opinione pubblica in un determinato momento. I referendum promuovono l’educazione politica. Agiscono come uno strumento per ampliare la partecipazione, scatenando il dibattito su questioni particolari, che portano all’elettorato informazione ed educazione.

Rafforzare la democrazia

Obbligatorietà del voto elettorale. La crisi di partecipazione potrebbe essere risolta con l’introduzione di voto obbligatorio?

Per il voto obbligatorio

La nozione del voto obbligatorio va contro l’idea di democrazia, è una violazione della libertà individuale. Le persone possono scegliere di non votare in quanto potrebbero essere demotivati dalla mancanza di scelta tra i partiti e il sistema politico attuale.

La Democrazia digitale. La causa della crisi è la partecipazione con l’atto fisico di andare a votare. Molti di noi sono legati ai posti di lavoro, alle famiglie e alla vita sociale e non trovano il tempo per votare. Il voto diventa essenzialmente un peso. Molti chiedono una moderna forma di democrazia. Forse potremmo integrare la democrazia con l’era digitale, proiezione interattiva, e-mail, ecc.

LA SVOLTA

Per una democrazia digitale

La democrazia digitale consente una più facile partecipazione. La democrazia elettronica consentirebbe agli elettori di esprimere il proprio punto di vista con facilità senza avere una distrazione importante nella loro vita quotidiana, con un effetto positivo sulla partecipazione. La crisi della democrazia può essere spiegata come l’impossibilità della politica attuale a non essersi modernizzata. I cittadini hanno la possibilità di partecipare alle diverse forme di democrazia in maniera più diretta.

La democrazia digitale è relativamente facile da organizzare, altre forme di democrazia come il referendum richiedono molto tempo, risorse e costi maggiori.

La democrazia digitale non rappresenta una minaccia per l’”integrità” della democrazia. I diritti dei cittadini sono maggiormente tutelati e visibili a tutti.
La democrazia digitale permette al politico e ai partiti di entrare in contatto con i cittadini attraverso la Rete, cioè internet. L’uso di blog, filmati da commentare, newsletter ed email permette al politico di avere un contatto diretto con elettori e oppositori. Il politico di oggi che non sa e non vuole utilizzare questi strumenti di comunicazione dovrebbe farsi da parte. E’ auspicabile una maggiore diffusione di questi mezzi nei prossimi anni. Il cittadino pretende una maggiore partecipazione alla politica e la rete rappresenta lo strumento per essere aggoirnato delle attività del politico e per rimanere in comunicazione con questi. E’ auspicabile che il politico risponda all’email dei cittadini, altrimenti in mezzo di comunicazione diretto, come internet, può ritorcersi contro. E’ altresì auspicabile che non solo le più giovani generazioni ma anche le persone più mature imparino a comunicare tra di loro e con i politici attraverso la rete.

Come si rafforza la democrazia?

Riduzione dell’età per il voto. Oggi i giovani sono molto insoddisfatti a causa della stampa scandalistica che li definisce “giovani delinquenti” o “bamboccioni”. Abbassare l’età di voto migliorerà la maturità nei giovani. Anche l’età della maggioranza è incoerente. A 16 anni si è in grado fare le stesse cose del diciottenne. Con la crescita di una serie di organizzazioni giovanili democratiche, si potrà abbassare l’età di voto.

Abbassare l’età per votare

Il politico sarà costretto ad affrontare  gli interessi e le problematiche dei giovani, come la droga, l’alcol, la scuola, lo sport, la cultura, il divertimento e tutti gli interessi giovanili che sono sempre più ignorati portando a una generazione dimenticata.

È inammissibile dire che i giovani di 16 anni sono immaturi e ignoranti. Non si sembra che attualmente sia negato il diritto di voto agli adulti ignoranti.

Abbassando l’età per votare i giovani rafforzano i loro interessi nella politica. Questo porta a un più forte impegno politico come un’altra porzione della società che partecipa alla politica.

La partecipazione rafforza la democrazia.

Democrazia e partecipazione