Dire basta a Mario Monti

Mario-Monti-Bocciato1Dire basta a Mario Monti

Un dato è certo: Mario Monti ha peggiorato la crisi economica. Non è ancora l’ultima resistenza del generale Custer, ma per Italialandia è iniziato il più lungo e noioso film che Cinecittà abbia mai realizzato. Il generale Mario Monti si dimette, ma poi ritornerà in politica sostenuto dalle forze politiche centriste e di destra (tra cui il sostegno della classe politica più ricca del Paese, Casini e Montezemolo, e dello stesso claunesco Berlusconi).

Monti è stato in grado di fornire strumenti per la crescita del Paese?

L’economia dell’austerità è andata avanti per un anno secondo copione. Il generale Monti ha indotto il popolo italiano ad accettare la medicina amara dell’austerità, più e più volte, non riuscendo a produrre risultati. Cosa lascia Monti? Un’Italia in depressione.

L’anno del Commissario Monti in carica è stata una bolla, che, per gli investitori, è sembrata buona finché è durata ma ora si è sgonfiata. E non ci vorrà molto tempo a capire agli italiani e agli investitori stranieri che è cambiato davvero poco rispetto al 2011, tranne che l’economia è caduta in una profonda depressione.

Gli aumenti delle tasse e i tagli alla spesa sociale (istruzione e sanità) hanno un effetto controproducente. Riducendo sia il debito sia la crescita, il rapporto debito-PIL nel breve periodo è aumentato, e nel lungo si ridurrà ancora. Il peggioramento nella sostenibilità del debito pubblico italiano diventerà molto più chiaro il prossimo anno, quando avremo più dati statistici sugli effetti calamitosi dell’austerità.

Grazie all’apparenza di affrontare la crisi in Italia, Monti è stato in grado di costruire un consenso chiaro più tra alcuni politici che tra la gente. Avrebbe potuto mantenere il potere per emanare un reale cambiamento ma così non è stato. Certa classe politica italiana è stata opportunista nel volteggiare come un avvoltoio che aspettava il momento di colpire. Solo alcuni gruppi politici hanno puntato il dito contro Monti fin dall’inizio, tra cui Di Pietro e Vendola. Lo stesso Bersani oggi si smarca, per affermare la leggittimità della sua premiership. Nulla toglie che questi ultimi tre politici restino dei fedeli europeisti. Gli unici in grado, con il neonato Movimento arancione, di fronteggiare uniti il centro-destra e la squadra degli antieuropeisti reali capeggiati da  Beppe Grillo, la Lega e Berlusconi.

Poi c’è il dilemma di come fronteggiare Angela Merkel, l’uomo più potente del pianeta, dopo Barack Obama, s’intende.

Frau Merkel attende che anche il nuovo esecutivo sia ai suoi comandi. Forse farebbe bene a difendersi nella prossima campagna elettorale. La sua riconferma del cancellierato non è certa per la terza volta consecutiva. Sta di fatto che il nuovo premier non potrà solo ossequiare la cancelliera, come ha fatto Monti. Un confronto sui temi delicati della crescita e sugli strumenti per evitare di deprimere ulteriormente l’economia italiana passa anche da una presa di coscienza della signora Merkel.

La vecchia convenzione che Mario Monti sia il riformatore di cui l’Italia ha bisogno non si basa sulla realtà.
L’Italia ha bisogno di un governo con una solida legittimità democratica nella forma di un voto a maggioranza popolare. Questo governo potrebbe avere più forza per perseguire il tipo di riforme strutturali che l’Italia ha urgente bisogno per rilanciare la crescita  perché questo è il vero problema, piuttosto che quello del debito e la riduzione del disavanzo. Le manovre montiane anche in questo hanno fallito e le innumerevoli tasse imposte soprattutto alle classi sociali meno abbienti non sono state accompagnate da un aumento dei consumi.

Chi oggi si appresta a salire sul “cavallo di Troia” del tecnocrate Monti, cercando di tirarlo per il bavero a presiedere il futuro governo dell’Italia, farebbe bene a non nascondersi dietro gli scudi. Casini, parte del Popolo delle Libertà e il neofita Montezemolo (stipendiato con circa 6 milioni di euro annui) farebbero bene a metterci la faccia. Molti esponenti del centro-destra pensano che la copertura del generale Monti possa garantire loro l’espropriazione (meglio chiamarla così che “riconferma”) del seggio parlamentare (illegittima in termini di moralità per molti degli attuali deputati secondo il giudizio di molta gente), nonostante siano inguardabili. Meglio indossare la maschera di Monti piuttosto che farsi riconoscere.

Dire basta a Mario Monti

La meritocrazia e la rimozione del concetto di equita’

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La meritocrazia e la rimozione del concetto di equità

La questione del merito è diventata centrale nel dibattito politico-elettorale del nostro Paese. Creare una nuova sinistra non richiede solo di «rottamare» alcuni dei politici come vorrebbero in molti, ma anche alcune vecchie idee. Il segretario del Partito Democratico ha risposto “va bene più meritocrazia, ma anche più eguaglianza”.

Quanti di noi sono disposti ad accettare una ‘società dei migliori’ che ci escluda? Cosa accade quando qualcuno ha i requisiti minimi, ma ci viene preferito dal valutatore per qualche criterio che non comprendiamo o, peggio, non condividiamo (e spesso non condividiamo proprio perché ci danneggia)? Siamo disposti ad accettare il giudizio sul merito anche quando quel giudizio ci esclude?

Siamo tutti concordi nel volere una società basata sul merito, ma – oltre gli slogan – c’è il rischio che, in nome di un merito retorico e salvifico, invocato ma non declinato, finiremo per costruire una società di tutti uguali e di inevitabili perdenti che ‘non-se-lo-meritano’, smarrendo in noi, e nei nostri figli, la scoperta dell’originalità, della diversità, dei talenti e delle inclinazioni.

Si pone il problema di individuare criteri di valutazione del merito condivisibili e condivisi (anche quando si perde).

Appare subito evidente come ogni sistema di corruzione, da quello clientelare su piccola scala a quello di stampo mafioso, va in aperta contraddizione con l’idea di società meritocratica. Anche ove vi siano delle ottime condizioni di mobilità sociale, la presenza di una rete criminale (molto spesso strutturale e istituzionalizzata) vanifica ogni tentativo di perseguire il “merito”.

Nel nome del “merito”, non bisogna tuttavia giustificare un sistema economico che – controllato da pochi vertici, spesso i padri di ‘chi ce l’ha fatta’ – non ha intenzione alcuna di creare le basi affinché ciascun individuo venga assorbito nel mercato del lavoro e ricopra il ruolo che maggiormente si confà alla propria attitudine e capacità. Tutti gli individui devono essere messi in condizioni di “equità” nell’individuazione dei soggetti meritevoli. L’equità sociale permette a chiunque, fino di notaio o di operaio, di proporsi per lo stesso posto di lavoro. Non esiste il riconoscimento del merito se non c’è equità, permettendo anche alle classi meno abbienti di “istruire” i propri figli. Senza questo presupposto, la meritocrazia sarà un gioco delle parti ricche della società. L’affossamento dei finanziamenti alla cultura e l’attentato al sistema di istruzione pubblica generano l’esistenza di un monopolio con barriere d’accesso al merito.

Come è organizzata la società meritocratica? In classi sociali. Peggio: in caste. Da una parte stanno intelligenti, arroganti, competitivi; dall’altra stupidi, demoralizzati, umiliati. I valori che la reggono? Competitività e aggressività. A svantaggio di gentilezza, coraggio, creatività, sensibilità, simpatia, tolleranza, solidarietà. La posizione meritocratica condurrebbe addirittura a matrimoni tra persone geniali con un alto quoziente intellettivo.

La coesione sociale di una Nazione è ampiamente determinata dalla equa distribuzione – anche direttamente o indirettamente monetaria – della sua ricchezza. Equità non significa egualitarismo, ma contemporanea capacità di prevenire e sostenere i bisogni, da un lato, e di premiare i meriti, dall’altro. Ogni distribuzione presuppone inesorabilmente una adeguata produzione di ricchezza. Il merito è dunque la risultante di due componenti: il talento che ciascuno ottiene dalla lotteria naturale e l’impegno profuso dal soggetto nello svolgimento di attività o mansioni varie.

Ben diverso è il giudizio nei confronti della meritorietà che è il principio di organizzazione sociale basato sul “criterio del merito” e non già del “potere del merito”. È certo giusto che chi merita di più ottenga di più, ma non tanto da porlo in grado di disegnare regole del gioco – economico e/o politico – capaci poi di avvantaggiarlo. Si tratta cioè di evitare che le differenze di ricchezza associata al merito si traducano in differenze di potere decisionale.

Prendiamo l’istruzione. Se dobbiamo selezionare i migliori dobbiamo basarci sul titolo di studio e sul voto. Ma quando cresce l’offerta di lavoratori con lo stesso titolo di studio, la domanda dovrà selezionare sulla base di titoli aggiuntivi, generando inflazione da titoli. Un maggior grado di istruzione cresce in valore se decresce il numero di quelli che lo posseggono e diventa un ‘bene posizionale’. La corsa ai titoli di studio genera ‘scarsità sociale’: più sono i titoli mediamente posseduti da una popolazione di aspiranti candidati a un ruolo, minore è la chance di ottenere il ruolo cui si aspira. È qui che la questione del merito cessa di essere facile retorica e diventa un problema serio di meccanismo di selezione.

Quella contro i concorsi universitari truccati può sembrare una battaglia di retroguardia. Alcuni sostengono che il vero problema sia la cronica mancanza di finanziamento della ricerca scientifica e che sia quindi fuorviante sollevare uno scandalo ogni volta che si assiste alla manipolazione di un concorso, perché il clamore distrae da cause più importanti per cui lottare.

È vero, per rilanciare l’università ci vogliono più risorse. Ma i contribuenti non sono disposti a finanziare una istituzione che ancora troppo spesso serve a sistemare parenti e amici, piuttosto che a produrre ricerca per il benessere e lo sviluppo del paese. La trasparenza dei concorsi rischia di peggiorare con la riforma Gelmini.

meritocrazia

Permettendosi di rinviare l’ingresso nel lavoro a forza di sommare titoli si alimenta diseguaglianza e l’equazione aristocrazia-plutocrazia; viene meno l’offerta di lavoratori per occupazioni con ‘conoscenza tacita’ non misurabile (specie nei servizi, nell’artigianato, nei beni culturali ecc.); la concorrenza per il merito genera standardizzazione dei percorsi formativi e dei curriculum, un esercito di uguali in concorrenza.

L’apartheid del lavoro, oltre a essere ingiusto, ha distrutto la produttività, perché il precario bravo raramente riceve dalle imprese gli investimenti in formazione e in sviluppo professionale, che alla fine ci rimettono in produttività. E l’immettere ogni anno molto meno studenti eccellenti (un terzo) delle società nordeuropee con scuole capaci di seguire i più lenti ma anche di valorizzare i più bravi, non creerà la classe dirigente per fare ripartire l’economia del nuovo millennio.

La competizione va bene per i vertici della politica e della economia, ma se estesa alle masse dei lavoratori e degli studenti può portare, per esempio, a licenziamenti di massa e alla perdita del «diritto allo studio». Ne deriva che l’unico modo efficace per ridurre la diseguaglianza è quello di ridistribuire la ricchezza dai ricchi ai poveri.

Obiettivo condiviso è quello di sostenere, anche attraverso la riforma degli assetti contrattuali, lo sviluppo economico, la crescita della occupazione e l’incremento delle retribuzioni. È certo giusto che chi merita di più ottenga di più, ma non tanto da porlo in grado di disegnare regole del gioco – economico e/o politico – capaci poi di avvantaggiarlo. Si tratta cioè di evitare che le differenze di ricchezza associata al merito si traducano in differenze di potere decisionale. Non è bensì accettabile che tutti gli uomini vengano trattati egualmente – come vorrebbe l’egualitarismo. Tutti però devono essere trattati come eguali, il che è quanto la meritocrazia non garantisce affatto. In altro modo, mentre la meritrocrazia invoca il principio del merito nella fase della distribuzione della ricchezza, cioè post-factum, la meritorietà si perita di applicarlo anche nella fase della produzione della ricchezza, mirando ad assicurare l’eguaglianza delle capacità. Il riconoscimento della meritorietà e dell’equità sociale in tutti i settori del lavoro sarà essenziale per governare un Paese fermo da 25 anni.

La meritocrazia e la rimozione del concetto di equita’

La finta seduzione del populista

silvio-berlusconi-profilo1Viviamo in un’epoca in cui l’immagine trionfa sulla verità, che si tratti di sport, televisione (reality) o politica. Negli anni Novanta, Silvio Berlusconi fondò il partito aziendale chiamandolo “Forza Italia”. Non aveva una piattaforma. Berlusconi era la piattaforma. L’uomo Berlusconi non era un genio, ma sembrava un genio perché le sue aziende, grazie a coperture politiche dell’epoca precedente al suo ingresso in politica, erano il prototipo dell’Italia ricca, prosperosa ed efficiente. Berlusconi è stato il populista tra i populisti. L’essenza del populismo è il trionfo individuale sull’ideologia, sulla politica, e anche sulla realtà. Il “Populista” definisce quel politico dal linguaggio poco ortodosso e aggressivo che demonizza le élite ed esalta la gente comune. Un voto per il politico populista è un voto contro la politica stessa. La presunzione dell’elettorato è che il politico populista porterà al governo e al Paese un’onestà rinfrescante e una profonda comprensione verso il popolo, qualità che spesso mancano in politica.
Eppure il populista offre raramente una di queste qualità. Berlusconi non è un estraneo ai meccanismi. Guarda e parla come l’uomo medio, ne condivide alcune delle sue preoccupazioni reali, ma nessuna delle sue preoccupazioni economiche (Mediaset, di cui è proprietario, fattura 9 miliardi di euro, mentre Berlusconi dichiara un reddito di circa 48 milioni di euro). Egli è il trionfo dell’immagine sulla verità, la cosa per cui invece è stato eletto. In passato, Berlusconi è stato clamorosamente considerato “umano” ed è stato amato per i suoi difetti. La sua chiacchierata onestà, le gaffe, le barzellette, gli incontri con la bandana, la dedizione alle giovani figure femminili di cui si è sempre circondato, prima e, soprattutto, dopo il fallito matrimonio con Veronica Lario hanno ampliato i suoi difetti, quelli a cui l’uomo comune ha attinto finora per farne il capro espiatorio dei propri difetti. Lo sviluppatore dell’antipolitica Silvio Berlusconi, l’uomo che imbarazzava il Paese all’estero, era, in casa propria, il comunicatore più espressivo, il vero imbonitore delle televendite mediatiche basate sulla protesta e la disobbedienza. I venti anni trascorsi al potere hanno smorzato i toni della protesta di massa: oppositori, sindacati, intellettuali hanno scoperto il fianco ai suoi colpi bassi. Nel breve interregno di Prodi, in cui un governo di centrosinistra ha relegato per poco tempo Berlusconi all’opposizione, si è notato come fosse complesso governare una nazione. Prodi era visibilmente invecchiato mentre era in carica. Berlusconi, benché abbia più volte fatto ricorso alla chirurgia estetica, ha reso apparentemente tutto semplice, anche se lui stesso non sia riuscito ad afferrare i problemi complessi del paese.
Fino a che punto il politico populista Berlusconi si è alienato l’elettorato? La risposta sembra essere: fino a quando la verità non è venuta a galla. Berlusconi è finto, è sempre stato finto. Era un dato di fatto già prima anche ai suoi sostenitori, ma c’era un motivo per cui, favorevoli e demonizzatori di Berlusconi si erano sottomessi alla sua forza dominante. Oggi la rabbia sociale si è concretizzata nei fatti. Berlusconi è un uomo umanamente vecchio. Le sue “bravate”, percepite in passato come un diversivo tipico dell’uomo, oggi sono interpretate diversamente. L’uomo qualunque, che era giunto al potere tra le ovazioni degli uomini qualunque, è interpretato come un abusivo dei palazzi del potere. La rabbia sociale si è organizzata. L’uomo comune-populista-ricco Berlusconi si è dovuto confrontare con l’uomo-tecnico-pragmatico-equilibrato Mario Monti e con l’uomo buono-onesto-competente Pier Luigi Bersani. La schiettezza del populista, che prima era intesa come una forma di verità, ha mostrato il suo vero volto. Il populista ha fallito, e oggi, parlando a vanvera, ripresenta se stesso alla guida di un nuovo governo. Le tasse non sono state ridotte, il debito pubblico è aumentato disperatamente, l’Italia sprofonda nel baratro, ma la colpa non è di Berlusconi. “E’ tornato il Pagliaccio” hanno tuonato all’estero.
Perché la “rabbia sociale” non ha portato, nel ventennio berlusconiano, a disordini o proteste? In passato, una rabbia diffusa e la passività collettiva potevano coesistere fianco a fianco. Eravamo arrabbiati, ma non avevamo intenzione di fare qualcosa al riguardo. Avevamo delegato il populista Berlusconi a rappresentarci.
Con l’avvento di internet, abbiamo speso la nostra rabbia sui blog e non abbiamo messo alcuna rabbia nella protesta reale. La tecnologia ha separato e reso più indiretta la nostra comunicazione, impersonale ed emotivamente piatta.
C’è stato un declino in termini di condivisioni di idee tra persone. La perdita delle ideologie ha aggravato la nostra insicurezza. La tecnologia ha giocato un ruolo nel nostro isolamento. Oggi, invece, la tecnologia è diventata l’arma vincente. Purché i politici imparino a colloquiare con la gente. Prima che l’immagine plastica di un uomo, solo al comando, non si riprenda la Repubblica.

La finta seduzione del populista

Non ammazzare la cultura. Di cultura si deve vivere.

cultura-9Non ammazzare la cultura. Di cultura si deve vivere.

“Negli ultimi decenni, il ritmo di cambiamento del mondo è andato accelerandosi. Il rapido emergere di nuove tecnologie e la crescente globalizzazione hanno significato per l’Europa e altre parti del mondo una svolta profonda, caratterizzata dall’abbandono di forme tradizionali di produzione industriale e dalla preminenza assunta dal settore dei servizi e dall’innovazione. Le fabbriche sono progressivamente sostituite da comunità creative, la cui materia prima è la capacità di immaginare, creare e innovare”. Questa visione si traduce in modo ancora più articolato e tuttora in corso di definizione all’interno della visione strategica dell’Europa 2020, che delinea alcuni assi strategici portanti di grande importanza:

1. Nuovi spazi per la sperimentazione, l’innovazione e l’imprenditorialità nel settore della cultura e della creazione.

2. Rispondere meglio ai fabbisogni di competenze delle industrie culturali e creative.

3. L’accesso al finanziamento per gli imprenditori culturali e creativi.

4. La dimensione locale e regionale delle industrie culturali e creative.

5. La mobilità e la circolazione delle opere culturali e creative.

6. Il rapporto tra scambi culturali e commercio internazionale.

L’Italia fatica nelle ultime generazioni a tenere il passo di paesi un tempo outsider ma oggi molto più efficaci di noi nell’allevare e nel far maturare nuovi talenti. Le evidenze che supportano l’idea che i settori culturali e creativi siano una delle forze trainanti dei nuovi modelli di economia basati sulla conoscenza sono chiare e concordanti. A livello regionale europeo, ad esempio, esiste una netta relazione tra livello locale di concentrazione delle industrie creative (in termini di occupazione settoriale) e prosperità in termini di PIL pro capite.

I paesi nei quali la mancata partecipazione culturale assume proporzioni più ridotte sono i paesi nordici, nei quali si riscontrano allo stesso tempo performance innovative a livello di sistema paese molto buone. Interessante è un caso come quello dell’Estonia, che pur essendo un piccolo Paese ex comunista, ha mostrato in questi anni una notevole propensione a sviluppare forme avanzate di digitalizzazione della propria economica e della pubblica amministrazione – un fenomeno che sembra riflettersi perfettamente nei livelli particolarmente alti di partecipazione culturale. All’interno di questa classifica, l’Italia presenta livelli di partecipazione molto bassi (fa peggio solo la Spagna): un dato che segnala in modo piuttosto chiaro come attualmente, nel nostro Paese, il ruolo relativamente marginale della cultura all’interno del dibattito sullo sviluppo riflette una più intrinseca debolezza dal punto di vista dell’inserimento della sfera culturale negli spazi stessi della vita quotidiana dei cittadini. L’inefficacia dell’azione di politica culturale è quindi la conseguenza di un più profondo limite sociale, uno stato di cose particolarmente preoccupante per un Paese che viene universalmente identificato con i temi e i valori della produzione culturale.

Sorprendentemente, d’altra parte, gli italiani tendono a dichiarare che la cultura gioca un ruolo molto importante nelle proprie vite, addirittura in misura superiore a quanto accade in paesi con livelli di partecipazione ben più alti.

Ma d’altra parte, se si prova a verificare cosa sia in concreto la cultura per gli italiani, si scopre che essa tende ad identificarsi e in parte a confondersi, da un lato, con la scienza e più in generale con la conoscenza e, dall’altro, con la famiglia e con l’educazione.

In Europa troviamo, allo stato attuale, una situazione duale relativamente ai modelli di sviluppo a base culturale: da un lato, nei paesi nordici, nel Regno Unito, in Francia, in Belgio e in Olanda e nei paesi di lingua tedesca, nonché in alcuni paesi ex socialisti dell’est come l’Estonia e la Lituania, prevale un approccio basato sulla produzione culturale e creativa; dall’altro, nella maggior parte dei paesi mediterranei come l’Italia e la Grecia e in molti paesi ex socialisti, ad esempio Bulgaria, Romania, Repubblica Ceca e Ungheria, prevale invece un approccio centrato sul turismo culturale nel quale la cultura gioca un ruolo abbastanza ancillare.

L’approccio europeo si fonda su quella che potremmo chiamare la classificazione canonica delle industrie culturali e creative, nella quale si evidenziano, nell’ordine: un nucleo di settori non organizzati industrialmente e strutturalmente non orientati alla formazione di profitti se non in sotto-ambiti relativamente limitati (arti visive, spettacolo dal vivo, patrimonio storico-artistico); cinque settori che costituiscono le industrie culturali vere e proprie, ovvero quei settori di produzione nei quali l’esperienza culturale assume un carattere non funzionale (non configura cioè ulteriori utilità rispetto alla fruizione culturale in quanto tale) – ovvero l’editoria, il cinema, la musica, la radio-televisione ed i video-giochi; tre settori che corrispondono alle industrie creative, nelle quali la componente creativa è bilanciata da considerazioni di utilità relative a funzioni extra-culturali, ovvero il design (che comprende anche la moda e, in prospettiva, anche l’industria del gusto nella sua componente più qualitativa e di ricerca), l’architettura e la pubblicità. La differenza tra industrie culturali e creative non sempre è colta ma è di fondamentale importanza: a differenza di quanto accade nell’industria culturale, in quella creativa il metro di valutazione combina appunto elementi creativi con giudizi funzionali: una bella pubblicità che non è efficace nel favorire le vendite di un prodotto, un’architettura spettacolare che però non risulta vivibile per chi la abita, o una bella sedia che però provoca il mal di schiena a chi ci si siede sono esempi di prodotti che possono raggiungere anche esiti notevoli dal punto di vista estetico ma falliscono in tutto o in parte dal punto di vista funzionale, pregiudicando così il loro potenziale di mercato e quindi la profittabilità dei loro produttori.

Industrie creative

Design

Architettura

Pubblicità

Industrie culturali

Film e video

Televisione e radio

Videogiochi

Musica

Libri e stampa

Core delle arti

Arti visive

Spettacolo dal vivo

Patrimonio storico-artistico

Industrie collegate

Produzione di computer e lettori digitali, industria della telefonia mobile, ecc.

Questo quadro già così complesso e articolato viene ulteriormente arricchito dallo sviluppo dei nuovi settori dei contenuti culturali e creativi su piattaforma digitale, che in gran parte non si adattano del tutto alla precedente classificazione, che fa riferimento a schemi produttivi e organizzativi in genere anteriori all’ultima ondata della rivoluzione digitale. Piattaforme di contenuti online come quelle legate ad aggregatori con una componente social più o meno spiccata come Youtube, Flickr. Ci troviamo dunque nel mezzo di un processo di rapido cambiamento, nel quale l’organizzazione stessa dei settori culturali e creativi subisce un ri-modellamento pressoché continuo, che porterà con tutta probabilità all’emergere di nuove classificazioni e di nuove forme di interdipendenza strutturale tra settori.

La rivoluzione prodotta dalla crescente diffusione delle tecnologie digitali di produzione dei contenuti culturali e creativi, che da un lato permette ad utenti anche semiprincipianti di avere accesso a tecnologie estremamente potenti e sofisticate e dall’altro rende tali tecnologie sempre meno dipendenti da specifici supporti hardware e sempre più accessibili in termini di prezzi, tende a favorire una diffusione sempre più profonda e capillare della produzione e circolazione di tali contenuti pressoché in ogni angolo del globo. La necessità di un ripensamento complessivo del modello di riferimento, e lo spostamento dell’enfasi dalla cultura come settore ancillare al turismo alla cultura come settore industriale di primo piano e dall’alta valenza strategica passa anche per il nostro paese da una rinnovata capacità di entrare a far parte in modo più attivo di questo poderoso flusso globale di ridefinizione della geografia culturale, riuscendo ad andare al di là di logiche limitate e strumentali di promozione della dimensione più ‘manifatturiera’ della moda, del design e del cibo, per tornare ad esaltarne le valenze socio-culturali più sottili, per sottolinearne e stimolarne la portata innovativa, per tornare a promuovere una visione della cultura e della creatività italiana più integrata strategicamente e più dinamica, complessa, articolata di come la si presenta oggi.

Le conseguenze dell’immobilismo: come è cambiata nel tempo l’identità culturale italiana nel contesto globale

All’inizio del Novecento, l’Italia è dominatrice incontrastata nel campo dell’arte, vince anche se di stretta misura nell’architettura, è seconda solo ai francesi nel design e nella moda, non è in posizioni di primo piano nel teatro e nel cibo, mentre il cinema deve ancora fare la sua comparsa. Alla metà del Novecento (ovvero, nel corso degli anni Cinquanta), l’Italia parte dal terzo posto nell’arte e scivola al quarto nel corso del decennio, parte dal quarto e scivola al quinto nell’architettura, conquista una breve supremazia nel cinema che però perde già prima della fine del decennio, si mantiene al quinto posto nella moda, oscilla tra il quinto e il sesto posto nel design e nel teatro, e mostra una progressione dal settimo al quinto posto nel cibo. Nel 2000, l’Italia è settima (su sette) nell’arte, nel teatro e nel cinema, è sesta nell’architettura, è quarta nel design, è terza nel cibo e nella moda. In altre parole, quel che emerge è che nel corso del novecento l’Italia perde nettamente posizione nei settori culturali, mentre mantiene una buona percezione globale nei settori creativi legati al design in tutte le sue forme, pur non potendo vantare in nessun campo una posizione di preminenza globale. L’unica area nella quale si registra un miglioramento di lungo termine di posizione relativa nel corso del secolo è quella del cibo.

Ciò che questi dati ci dicono è che, contrariamente alle nostre convinzioni radicate, l’identità culturali italiana è preda di un lento ma abbastanza costante processo di erosione rispetto ai competitor globali che, a differenza di noi, lavorano sul tema dell’identità culturale non soltanto in termini di estrazione di rendita, facendo cioè leva soltanto sui successi e sulle glorie del passato o, nel caso di settori creativi come la moda o il design, del passato prossimo, ma investono decisamente sul rinnovamento e il rafforzamento del potenziale creativo attuale. Non è un caso che l’unico settore che guadagni posizioni sulla scala globale sia quello del cibo: è infatti l’unico settore culturale e creativo nel quale in Italia, negli ultimi anni, si è fatta una reale politica di crescita del pubblico in termini di informazione, competenza, sensibilità alla cultura del territorio. La drammatica sottovalutazione del potenziale strategico della cultura, e il sostanziale disinvestimento che ne è la conseguenza, stanno così progressivamente togliendo spazio ed energia al nostro posizionamento globale in termini di valore aggiunto culturale legato all’identità della nostra produzione, a scapito di paesi con una tradizione culturale spesso molto minore, ma di fatto oggi molto più dinamici e propositivi di noi.

POSIZIONE MONDIALE ITALIA

                       ARTE   ARCHITETTURA  DESIGN  MODA  CIBO

ANNO 1900     1a                     1a                        2a                2a             2a

 

ANNO 1950     3a                    5a                       1a               5a               2a

 

ANNO 2000     7a                     6a                        4a               3a              3a

 

Rilanciare il modello italiano: un nuovo modo di intendere il potenziale di sviluppo del nostro patrimonio storico-artistico

 

Per rilanciare il modello italiano di sviluppo a base culturale occorre mettere in atto delle strategie di sviluppo locale che restituiscano spazio e impulso a quei fattori di sviluppo che sono stati progressivamente trascurati e che nella situazione attuale, in assenza di interventi specifici, contribuiscono a minare la nostra capacità competitiva.

Incubatori di imprenditorialità creativa.La produzione culturale e creativa è una delle aree più promettenti a livello globale per la generazione di nuova imprenditorialità, ma per quanto in Italia si inizi a considerare seriamente il tema dell’innovazione e del sostegno delle start up giovanili, l’attenzione verso questo settore, malgrado le potenzialità e i continui richiami all’importanza della cultura per il futuro del nostro paese, è pressoché nulla. Il recupero degli edifici di pregio storico-architettonico viene sempre finalizzato alla valorizzazione turistica, ma nessuno sembra pensare che in Italia quegli edifici sono storicamente serviti a produrre cultura e pensiero, e forse in alcuni casi è a questo scopo che potrebbero essere recuperati.

Acceleratori design-oriented. Uno dei temi sensibili di maggior rilevanza per il modello italiano è la ridefinizione creativa di produzioni dal forte radicamento territoriale e dal forte contenuto potenziale di design, che nella fase attuale hanno operato più secondo logiche di filiera tradizionali che sulla spinta di un forte investimento nella caratterizzazione creativa della loro produzione.

Spazi di relazione. Piuttosto che programmare l’apertura di spazi culturali per flussi di turisti sporadici o addirittura in qualche caso inesistenti, sarebbe possibile progettare la destinazione d’uso di questi spazi in primo luogo a beneficio dei residenti, per affrontare il tema decisivo e del tutto trascurato dei bassi tassi di partecipazione culturali dei cittadini italiani.

Spazi residenziali per artisti e professionisti creativi. La pratica delle residenze creative ha ormai una lunga tradizione, è oggi molto diffuso a livello internazionale, e trova anche in Italia molte significative manifestazioni, e può contribuire in molti modi ad aumentare la capacità innovativa e la connessione internazionale di un territorio. Proporre un programma di residenze significa essenzialmente mettere a punto un programma continuativo di scambi di talenti, progetti e competenze con altri territori con i quali si vuole stabilire un rapporto di cooperazione strategica di lungo termine.

Spazi di produzione di conoscenza. Da sempre sono note le potenzialità degli spazi di pregio storicoartistico nell’ospitare centri di formazione e di ricerca di respiro internazionale, una funzione che si integra in modo particolarmente naturale ed efficace con le altre sopra definite. La costituzione di partnership con realtà accademiche e scientifiche prestigiose, la presenza di ricercatori e studenti provenienti da varie nazioni del mondo, la possibilità di attrarre investimenti tanto ai fini del recupero che della gestione degli spazi costituiscono opportunità.

Spazi commerciali e industria del gusto. Di fronte all’inesorabile trasformazione degli spazi commerciali dei centri storici italiani in repliche sempre più letterali ed omogenee di un unico modello, nel quale sono presenti sempre gli stessi marchi, gli stessi concept dello spazio vendita, gli stessi allestimenti e gli stessi prodotti, sarebbe forse opportuno pensare ad una rivitalizzazione di spazi di elevata valenza storico-culturale dotati delle caratteristiche e della localizzazione adatte per ospitare anche funzioni commerciali di particolare interesse e pregio culturale, con riferimento tanto alle eccellenze del territorio che ad un’offerta esterna di particolare pregio, qualità ed innovatività.

Spazi di produzione culturale. Da ultimo, ma non per ultimo, rimane naturalmente la funzione della produzione culturale in quanto tale: mostre, performance, concerti, conferenze, e così via: una attività che trova un suo senso nel momento in cui non viene più concepita come un segmento estremo e limitato di una più vasta industria dell’intrattenimento, ma come un nodo centrale di un sistema di innovazione sociale orientato all’uso più attivo e creativo delle competenze e dei talenti disponibili.

Dal Rapporto “L’Italia che verrà” di Pierluigi Sacco Professore Ordinario di Economia della Cultura IULM.

Non ammazzare la cultura. Di cultura si deve vivere.

La critica letteraria è al servizio dei potenti gruppi editoriali?

La critica letteraria è al servizio dei potenti gruppi editoriali?

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La crisi del settore dei quotidiani degli Stati Uniti ha portato i giornali ad abbattere tutti i costi inutili tra cui soprattutto le recensioni di libri. Il New York Times è l’unico giornale americano che offre un supplemento letterario.Vi è anche il rischio che la stessa cosa succeda in Germania. Le recensioni online potrebbero colmare il divario? Quanto è pericoloso un rapporto confidenziale tra i critici e gli autori?

Un’alternativa alla contrazione delle critiche letterarie sui giornali può essere offerta ai media online? Dopo tutto, su internet non ci sono solo recensioni di dilettanti, ma c’è anche la critica professionale.

È pur vero che attualmente le recensioni online non possono sostituire in egual misura quelle tradizionali. I critici amatoriali e professionali su internet tendono a mancare dell’autorità dei critici della carta stampata. La loro imparzialità non può essere verificata, soprattutto in considerazione che parte degli esperti amatoriali, con il pretesto di una presunta democratizzazione della critica letteraria, stanno in realtà de-professionalizzando il critico.

Chi può garantire, dopo tutto, che i blogger non pubblichino ottime recensioni su internet o che le case editrici non si scrivano da sé le proprie recensioni?

Negli anni recenti, forse per un fenomeno che coincide con il lungo periodo di crisi economica, la tendenza nella critica letteraria verso il giornalismo di servizioaccompagna e rafforza le attività di marketing del critico, senza alcuna distanza critica e senza giudizio critico.

I critici corrono il rischio di essere utilizzati come prolungamento dei dipartimenti di marketing degli editori, producendo solo recensioni ammorbidite e cantando le lodi dei titoli più venduti delle case editrici, che in ogni caso dominano il mercato del libro grazie alla pubblicità aggressiva. Tutto ciò avviene per i grandi gruppi editoriali. Non è infrequente che ci siano pagine sui giornali di un annunciato bestseller già prima che sia stato messo in vendita. Non a caso si tratta di autori che pubblicano solo con i più grandi gruppi editoriali. Il margine, per un critico, di verificare e scoprire nuovi talenti e nuove forze che provengono dall’estero, scrivendo una recensione obiettiva del contenuto letterario, è veramente esiguo. Le grandi case editrici “commissionano” le recensioni, come oggi pagano le librerie di catena per esporre le proprie novità. Il critico, come il libraio, è sempre più condizionato dal marketing e dall’esigenza di “fare cassa”, considerando la penuria di lettori in Italia e l’aumento delle spese gestionali di un gruppo editoriale. Oggi si verifica che i diversi supplementi letterari settimanali a importanti quotidiani (La Repubblica, La Stampa, Corriere della Sera, Avvenire, Sole24ore, Manifesto) Oggi si verifica che sono a volte degli imbonitori del mercato librario, quasi dei vivandieri che di critico hanno ormai ben poco. È perfettamente comprensibile che molti lettori si allontanano da qualcosa che non sono più in grado di condividere. La critica letteraria online è in un campionario completamente diverso: di fatto emette brillanti sentenze presentate nei modi più disparati, sebbene si avverta più sentimento che critica.

È impossibile ignorare la graduale diminuzione della reputazione della critica della carta stampata. I giovani critici letterari, in particolare, reagiscono con strategie diverse a questa crisi che mette a rischio il loro sostentamento. Molti critici sono preoccupati soprattutto per il loro prestigio sociale e la propria carriera. In questo caso, i buoni rapporti con i detentori del potere nelle case editrici sono la priorità – è una questione di attenzione mettendo orecchiabili suono-morsi di lode, che possono essere utilizzati per le fascette pubblicitarie dei libri, migliorando la visibilità stessa del critico.

È più divertente il parere dei lettori che di certi critici. Per questo, Anobii, Goodreads, i pareri su Amazon, ibs e tutti i blog letterari  guadagnano il riconoscimento e rafforzano il settore. La piccola e media editoria trova i suoi spazi nel pubblicizzare i propri titoli, scavalcando le morbosità dei critici della carta stampata. Il presunto difetto di recensioni naif contrasta con l’ampiezza del fenomeno critico, non più rinchiuso nel piccolo cerchio dei tutori della critica letteraria. Aumentano le recensioni, aumentano i lettori, e, prima o poi, aumenterà la qualità delle recensioni. I nuovi professionisti passano per la Rete e anche i giornali dovranno tenerne conto.

Internet offre la visibilità a tutti e il critico della carta stampata, o si adatta alle mutate condizioni di mercato e alle aspettative dei lettori, non rinunciando al proprio giudizio critico e all’imparzialità, osubiranno il pesodei potenti del mercato. Al critico è richiesto un giudizio di abilità, passione e indipendenza, indispensabili ad alimentare il legame con la comunità solidale di autori e dei loro lettori.

Se i libri giusti trovano i giusti lettori, il merito è anche la mediazione critica da parte dei critici letterari in base alla loro credibilità. Il tentativo di legittimare sempre di nuovo questa credibilità è il compito gratificante del critico.

La critica letteraria è al servizio dei potenti gruppi editoriali?