I politici, il linguaggio e il difetto di farsi capire

orwell1I politici, il linguaggio e il difetto di farsi capire.

Un periodo di elezioni è sfortunatamente sempre un’occasione privilegiata per constatare quanto George Orwell* avesse ragione quando, concludendo il suo saggio su “La politica e la lingua inglese”, osservava che “la lingua politica – che, con delle variazioni, è comune a tutti i partiti politici, dai conservatori ai progressisti – è concepita per fare apparire verosimili le menzogne e rispettabile l’omicidio, e per dare un aspetto di solidità alle mere chiacchiere”. È vero che Orwell scriveva nel 1946, in circostanze storiche abbastanza particolari, e che un buon numero di cose ingiustificabili sembra essere diventato, da allora, senz’altro difficile da giustificare a tal punto che, a prima vista, si esiterebbe molto di più a sostenere che “il linguaggio e gli scritti politici consistono in gran parte nella difesa dell’indifendibile”. Tuttavia, non è per nulla sicuro che le cose siano cambiate a tal punto e che non abbiamo quasi sempre le stesse ragioni per pensare che, in virtù di una fatalità disperante alla quale è straordinariamente difficile resistere, la lingua politica non può “non essere costituita in gran parte da eufemismi, da vaghe petizioni di principio completamente fumose”. Nel 1946 George Orwell dunque pubblicava ”Politics and the English Language ”: si tratta di un saggio incentrato sulla corruzione della lingua inglese e il linguaggio come “strumento di espressione” in grado di esprimere, portare alla luce il proprio pensiero, e non nasconderlo o peggio, impedirlo. Il legame tra lingua, politica e pensiero è uno dei temi riccorenti nelle opere di George Orwell. Nel saggio l’autore critica in particolare la “bruttezza ” e l’imprecisione della lingua inglese a lui contemporanea. Per Orwell alla base della corruzione della lingua vi era fondamentalmente una causa di natura politica ed economica, sino a diventare essa stessa causa del declino politico e della società. George Orwell riteneva che la prosa politica fosse destinata a nascondere la verità, la corruzione, piuttosto che a esprimerla; per questo motivo il linguaggio usato doveva essere necessariamente vago e senza significato. Questo nuovo ”tipo” di prosa quasi incomprensibile, divenne una sorte di ”epidemia”, un ”contagio” che si era esteso anche a chi non aveva affatto intenzione di nascondere la verità. A tal proposito George Orwell raccomanda invece il ”Plain English”: uno stile di comunicazione chiaro, breve, privo di clichè e di gergo inutile, insomma, facile da comprendere. Lo stile ”pomposo”, poco chiaro e ricco di termini aulici, poco comuni, diviene una sorta di eufemismo: ossia una perifrasi in grado di attenuare l’asprezza di un concetto. Il grande nemico del linguaggio pulito è la falsità: quando la differenza tra il vero e gli obiettivi dichiarati si tende ad utilizzare paroloni ed idiomi esausti. Orwell suggerì quindi sei regole elementari in maniera tale da evitare il tipo di errori che espone nel saggio. Secondo Orwell per i suoi contemporanei era facile cadere nella tentazione della cattiva scrittura, usando frasi senza senso o banali. Conclude affermando quindi che il progresso della cosiddetta ”cattiva scrittura” è reversibile, offrendo perciò al lettore le sei regole suddette:

1. Mai usare una metafora, similitudine o altra figura retorica che siete soliti vedere sulla stampa.
2. Mai usare una parola lunga quando una corta va bene altrettanto.
3. Se è possibile tagliar via una parola, tagliatela sempre.
4. Mai usare il passivo quando potete usare l’attivo.
5. Mai usare una locuzione straniera, un termine scientifico, una parola di qualunque gergo se riuscite a
pensare all’equivalente in comune inglese.
6. Violare qualunque delle regole precedenti piuttosto che scrivere qualcosa di barbaro.

TRATTO DA POLITICS AND THE ENGLISH LANGUAGE:

[…] Ampollosità. Parole quali fenomeno; elemento; individuo; oggettivo; categorico; efficace; potenziale, quasi effettivo; basilare; primario; promuovere; costituire; mostrare, esibire, dimostrare; sfruttare; utilizzare; eliminare, escludere; liquidare, mettere in liquidazione, sono usate per abbigliare una semplice affermazione e dare un’aria di scientifica imparzialità ad un’opinione partigiana.
Aggettivi come epocale; epico; storico; indimenticabile; trionfale; annoso; inevitabile; inarrestabile; vero e proprio sono usati per dare dignità ai sordidi procedimenti della politica internazionale.
Parole ed espressioni straniere come cul de sac, ancien regime, deus ex machina, mutatis mutandis, status quo, gleichschaltung10, weltanschauung, servono a dare un’aria di cultura ed eleganza. I cattivi scrittori, soprattutto di argomenti scientifici, politici o sociologici, sono quasi sempre afflitti dalla convinzione che le parole latine o greche siano migliori delle sassoni, e parole non necessarie come expedite, ameliorate, predict, extraneous, deracinated, clandestine, subaqueous [accelerare, affrettare; migliorare; predire; irrelato, estraneo; sradicato (riferito a culture e popoli); clandestino (aggettivo); subacqueo] e centinaia d’altre guadagnano costantemente terreno rispetto alle corrispondenti anglosassoni.
Parole senza significato. In certi tipi di scritti, soprattutto di critica d’arte e critica letteraria, è normale imbattersi in lunghi passaggi quasi del tutto privi di significato. Termini come romantico, plastico, valori, umano, morto, sentimentale, naturale, vitalità, come usati nella critica d’arte, sono esattamente privi di significato, nel senso che non solo non indicano alcun oggetto conoscibile ma il lettore nemmeno se lo aspetta. Se un critico scrive “La caratteristica più evidente del lavoro del signor X è la sua vivezza” mentre un altro scrive “Ciò che immediatamente colpisce nel lavoro del signor X è la sua caratteristica piattezza”, il lettore lo accetta come una semplice differenza tra opinioni. Se fossero in gioco parole come bianco e nero, anziché i termini gergali dead e
living, egli capirebbe subito che si sta usando il linguaggio in maniera impropria. Molti termini politici sono soggetti agli stessi abusi. La parola fascismo oggi non ha significato se non in quanto indica “qualcosa di non desiderabile”. Le parole democrazia, socialismo, libertà, patriottico, realistico, giustizia, hanno tutte molti diversi significati che non si conciliano tra loro. Nel caso di una parola come “democrazia” non solo non esiste una definizione condivisa ma il tentativo di costruirne una trova resistenze da ogni parte. È sentimento quasi universale che quando definiamo “democratica” una nazione la stiamo lodando: di conseguenza i difensori di qualunque regime proclamano che esso è una democrazia e temono che dovrebbero smettere di usare questa parola se le fosse dato un significato univoco. Le parole di questo genere sono spesso usate in maniera consapevolmente disonesta. Vale a dire, la persona che le utilizza ha una sua propria definizione ma lascia che chi ascolta pensi che intende qualcosa di diverso. Affermazioni come Il maresciallo Petain fu un vero patriota, La stampa sovietica è la più libera del mondo, La Chiesa cattolica è contraria alla persecuzione sono quasi sempre fatte con l’intento di ingannare. Altre parole usate con significati variabili, nella maggior parte dei casi più o meno disonestamente, sono: classe, totalitario, scienza, progressista, reazionario, borghese, uguaglianza. […]

politici_italiani

In conclusione, il politico soffre di un difetto derivante dal suo status: “La sua lettura del mondo è statica e non tiene conto dei movimenti riformatori, in corso o imminenti, che modificano l’equilibrio delle forze anche nel momento in cui prende una decisione”. Di conseguenza, tutte le decisioni politiche hanno la tendenza ad essere conservatrici. Il politico è così occupato a valutare le forze esistenti che dimentica di valutare il suo potere. Un potere di cui si serve per interpretare l’opinione pubblica e non per provare a trasformarla. Chiedere agli uomini politici, che si ritengono chiamati a dirigerci, di essere capaci non solo di valutare lo stato delle forze esistenti, ma anche di modificarlo a vantaggio di coloro che hanno un bisogno urgente e talvolta drammatico di cambiarlo, è chiedere senz’altro troppo. Ma abbiamo il diritto di esigere da loro almeno che non restino ciechi davanti ai segnali che sono quasi sempre gli ultimi a cogliere.

* George Orwell è l’autore di 1984.

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