Vivere in tempo di crisi

Vivere in tempo di crisi

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Questo è un kit composto da 15 antidoti che costituisce un’importante prevenzione per le ansie generate dal contesto sociale che viviamo.

È importante cambiare mentalità e non essere investiti dalle folate di vento di disillusione, di ansia per il futuro. Vivrà meglio chi capirà prima e sarà in grado di disporsi al cambiamento.

Saranno inevitabili alcune generalizzazioni e semplificazioni che mi perdonerete.

1. Il primo antidoto che tiriamo fuori dalla valigetta si chiama “Decrescita”. Per la definizione e la storia vi rimando a Wikipedia. In estrema sintesi, il pianeta non può sopportare il modello di sviluppo dominante dall’ultimo dopoguerra in poi.

Se in termini generali possiamo anche essere convinti dell’opportunità di rivedere il ciclo produzione-consumi, nel particolare delle vite di tutti noi tutto ciò implicherebbe assumere dei comportamenti che implicherebbero cambiamenti importanti e difficili da digerire: per vivere in maniera coerente alla decrescita è necessario quindi un vero e proprio lavoro di ridefinizione psicologica delle nostre abitudini.

 

2. Ciò che la “Decrescita” rappresenta a livello globale il “Downshifitng” declina a livello personale, nelle nostre vite di tutti i giorni. Anche qui per la definizione rimando a Wikipedia ed alle varie pubblicazioni sul tema. La scelta della semplicità volontaria nasce da professionisti e dirigenti che decidono di impiegare diversamente il proprio tempo, vivendo in maniera frugale e risparmiando così risorse da dedicare alla famiglia, agli affetti, al volontariato, alla coltivazione di sé.

I più giovani in attesa di lavoro o con lavori saltuari obietteranno che per loro il “down” non è una scelta, ma una condizione obbligata. Ancora di più cambiare mentalità verso una vita frugale ed essenziale diventa una necessità impellente, un fattore di sopravvivenza e non una scelta che per ora è classificata da molti un po’ snob e fondamentalmente aristocratica.

Cercare con soddisfazione l’essenzialità ed il recupero del tempo per se stessi e per gli affetti combatte il senso di frustrazione permanente.

 

3. Terza idea per la sopravvivenza è una nuova rivoluzione copernicana: Copernico mise finalmente il sole al centro e non la terra, ora dobbiamo mettere al centro il Tempo e non il Denaro. Il tempo non è denaro, come si diceva una volta, ma un bene limitato che non si può scambiare, che si perde irrimediabilmente non appena trascorso, ed il suo trascorrere è ineluttabile.

È vero che se non c’è denaro sufficiente il tempo può essere gramo, è anche vero che la soglia della “sufficienza” del denaro non è oggettiva ma influenzata dalla morale, da usi e costumi. In altre parole lavorando sui falsi bisogni si può diminuire di molto il denaro necessario a fare una vita soddisfacente. I beni materiali spesso sostituisco un orizzonte di senso difficile da trovare nella vita, costituiscono una soddisfazione immediata che esime le persone dall’interrogarsi sul senso della propria esistenza, dal guardarsi dentro e leggere eventuali fonti di insoddisfazione. Spesso ci si getta sui beni materiali perché si ha paura di crescere e cambiare.

In passato, chi si indebitava era guardato con sospetto: magari vivere di poco, ma del proprio. Dagli anni ’60 l’indebitamento è diventato un valore, rate per la lavatrice, la tv, la macchina nuova, più spaziosa, potente e prestigiosa. Poi vennero i mutui e gli italiani (unici nel mondo occidentale) diventano quasi tutti proprietari di casa, perché l’affitto sono “soldi buttati”. In realtà la proprietà di quelle case è per lo più delle banche, in attesa che le famiglie paghino i mutui. La propria vita in mano alla banca, per 15, 20, 25 anni! Spesso nella voglia di crescere ed emanciparsi si acquista una casa più grande, bella e cittadina di quanto sia indispensabile, ed il criterio del denaro sufficiente per vivere cresce, cresce esponenzialmente.

Questo è un’importante fattore di ansia cronica, la tanto desiderata casa di proprietà diventa un Moloch al quale sacrificare la propria vita ed il proprio tempo.

Essere indebitati è “buono”, con poco al mese possiamo avere macchina nuova, il televisore, il computer nuovo, e ci mangiano il Tempo e l’anima, la serenità, che sono gli unici due beni non sostituibili.

 

4. Quarto antidoto è la considerazione oggettiva dei nostri tempi: viviamo più a lungo e meglio, la medicina ha fatto passi da gigante, la gente può avere un’istruzione, siamo più attenti del passato all’infanzia, alle persone più deboli, alla natura ed agli animali, il concetto di razza è sostanzialmente abolito e nasce il dialogo interreligioso. C’è ancora moltissimo da fare, ma solo 50 anni fa tutto ciò sarebbe stato impensabile!

Abbiamo un’aspettativa di vita lunga e relativamente comoda ed istruita. Volere sempre di più, riferito specialmente ai beni materiali, fa in modo di creare nelle persone uno stato di perenne frustrazione e lamentela che ci fa dare per scontato il fatto che i miei genitori sarebbero potuti morire per una semplice polmonite che oggi si cura con 10 giorni di antibiotici e di riposo a casa.

Così viviamo di più, ma rischiamo di farlo depressi e svogliati, frustrati perchè guardiamo sempre a tutto ciò che non abbiamo.

 

5. Gianbattista Vico, XVIII secolo, e Oswald Spengler, XX secolo, ci insegnano che la storia non è un percorso lineare, ed Arnold J. Toynbee, allievo di Spengler, riprende ed esalta la nozione di cicli storici parlando delle civiltà come creature che hanno un loro ciclo vitale, nascono, crescono, invecchiano e muoiono. La principale opera di Spengler si intitola “Il tramonto dell’Occidente”.

Se esistono i cicli in storia dobbiamo allenarci a pensare che l’idea che il futuro sarà sempre garantito è fasulla. Posti di lavoro a tempo indeterminato, stato sociale, pensioni erogate con il metodo contributivo, costi faraonici della politica e dell’apparato statale, risorse dello stato distribuite in maniera clientelare, lavoro per lo Stato e contemporaneo lavoro in nero che permette di pagare la casa al mare e l’Università ai figli appartengono ad un altra epoca.

Il garantismo sindacale si tramuta in scontro generazionale, tra chi ha un lavoro ipergarantito e chi il lavoro non ce l’ha punto. Un giovane che non riesce a lavorare vede con orrore gli operai che si lamentano della cassa integrazione, grazie alla quale invece che perdere il lavoro possono stare a casa pagati, magari poco, ma pagati.

La condizione precedente non è prorogabile, le risorse sono state consumate tutte. Chi gode ancora di privilegi prova a tenerseli stretti, ma per chi non gode di privilegi desiderarli è fonte di frustrazione, ansia, depressione. Smettiamo di desiderare quello che non possiamo avere.

I privilegi sopra elencati non sono esistiti in tutte le epoche ma, considerando i tempi storici, in un breve periodo di esaltazione legato al progresso tecnologico e ad un periodo relativamente sgombro da guerre devastanti.

6. Considerare le cose “sub specie aeternitatis”, come diceva Spinoza: uscire dalla continua attenzione alla nostra esistenza individuale e storica limitata nel tempo.

Guardare più in là, alle generazioni future ed alle altre persone.

Guardare più in su se si possiede una forma di religiosità e di trascendenza.

Dice il filosofo: “ La beatitudine non è il premio della virtù ma la virtù stessa; e non ne godiamo perché reprimiamo le nostre voglie; ma viceversa, perché ne godiamo possiamo reprimere le nostre voglie.”

7. Ridimensionare le aspettative senza per forza rinunciare ai sogni. Il problema della disoccupazione intellettuale è legato al fatto che la società italiana non è realmente evoluta al passo con il quale sono evolute le aspettative di miglioramento della condizione sociale. Si laureano molte più persone di quante un’Italia fondamentalmente sclerotica, gerontocratica ed arretrata riesca ad assorbirne. Oggi laurearsi non è poi così difficile, le Università pubbliche costano poco, genitori con il diploma superiore o con la terza media mettono al centro della loro vita l’aspettativa di avere un figlio laureato, ci si può laureare anche impiegando 10 anni per compiere un percorso di studi per il quale ne servono la metà.

Spesso ci si laurea impiegando troppo tempo e con percorsi di studi di scarsa qualità. Un tempo bastava laurearsi comunque e sperare in un concorso, prima o poi entravano tutti, bastava uno zio democristiano o socialista, la laurea era solo un pretesto. Oggi le raccomandazioni non sono finite, anzi, ma ci sono meno risorse, quindi i laureati devono confrontarsi con il mercato del lavoro che vede l’Italia fanalino di coda nelle professioni intellettuali, devono poi confrontarsi, in epoca di globalizzazione, con i giovani colleghi stranieri, forse meno forti sotto l’aspetto teorico ma più preparati per lavorare.

Non rimane che puntare sulla laurea come strumento di crescita personale, non strettamente legato alla possibilità di utilizzare quella laurea in modo tradizionale. In altre parole occorre sentire il famoso discorso che Steve Jobs tenne alla Stanford University nel 2005 (disponibile su Youtube), leggere la sua biografia (magari per completezza leggere anche “Se Steve Jobs fosse nato a Napoli”) e farsi così l’idea che i percorsi lineari e scontati non esistono più ed occorre fare un bell’esame di realtà ed un business plan, valutare il proprio grado di creatività, spirito di sacrificio e disponibilità al cambiamento prima di infilarsi in una situazione potenzialmente frustrante come le formazione universitaria.

Dedicare invece un tempo sistematico alla conoscenza, a coltivare se stessi nella cultura, secondo le proprie inclinazioni e le proprie possibilità, senza che ciò abbia un’immediata ricaduta utilitaristica.

 

8. Lavorare meno, per scelta o perforza, ridurre i consumi al minimo essenziale, scegliere di non abitare perforza al centro di una grande città, visto che il fiorire delle seconde case ha svuotato i piccoli Comuni, dove si possono trovare soluzioni abitative affascinanti e meno costose, con ritmi più rilassati e più tempo per coltivare se stessi. Non esiste solo la metropolitan way of life, adottata purtroppo anche nei piccoli centri.

 

9. Osservare e non subire le stagioni che cambiano, osservare ed assaporare i cambiamenti giornalieri della luce, dei suoni, degli odori. Rallentare quando viene sera e comunque quando siamo stanchi, senza violentare continuamente il nostro sé mantenendolo in uno stato di accelerazione permanente, incurante dei segnali del corpo e dell’ambiente.

 

10. Mantenere costante l’esercizio fisico, curare la postura, la respirazione. Non sono indispensabili le costose palestre.

 

11. Affrontare l’horror vacui. Talvolta viviamo un “tutto pieno” che ci permette di non pensare, di non sentire, di non sperimentare la paura del vuoto, dell’incertezza della vita e del futuro. Correndo, annaspiamo verso certezze che comunque non arrivano e bruciamo così il tempo che abbiamo a disposizione.

 

12. Rendiamo sacro ed importante ogni gesto della nostra vita, anche i più piccoli ed insignificanti. Apparecchiamo la tavola con cura, con amore, lentamente e con senso estetico. Prepariamo il cibo con calma e mangiamo lentamente.

 

13. Seguiamo al massimo un notiziario al giorno. I toni enfatici con cui vengono trasmesse le notizie, il martellamento mediatico, il catastrofismo sparato come colpi di mitraglia, l’illusione di poter avere sotto controllo gli eventi se consultiamo continuamente telegiornali e agenzie di stampa attraverso tv, smartphone o tablet non fanno altro che aumentare i livelli di ansia e depressione.

Disinstallate dagli smartphone tutte le agenzie di stampa e le notizie real time. A meno che non siate giornalisti che si occupano di cronaca, finanzieri o agenti di borsa non vi serve conoscere tutte le ore l’andamento delle Spread, vi viene solo angoscia e comunque non cambia nulla di sostanziale.

 

14. Godere dell’arte in tutte le sue forme, intesa sia nell’aspetto creativo contemplativo che nell’aspetto produttivo della tecnica. L’arte crea delle forme, come la natura, contemplare l’arte e creare delle forme è un processo naturale, non occorre essere Van Gogh, basta dedicarsi all’ascolto ed all’osservazione, alla fotografia, al cinema, alla musica, entrare in una chiesa del XIV secolo, oppure anche mettersi in grado di riparare un mobile, una finestra. Creare e contemplare. Il bello cura.

 

15. Rendere il viaggio parte della propria vita. Il viaggio è una dimensione interiore, come insegna I Vagabondi del Dharma, romanzo meno noto di Kerouac. Non sempre il viaggio costa, è possibile camminare, come insegnano i progetti come Camminare per conoscere. Siamo pieni di borghi, chiese, monasteri, riserve naturali, anche vicino a casa di ciascuno di noi. L’Italia potrebbe vivere di natura e cultura.

 

Vivere in tempo di crisi

Annus horribilis 2013

Annus horribilis 2013: mille anni dopo.

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I grattacieli svettano nell’atmosfera e sulle persone che si riparano le teste con gli ombrelli pubblicitari. Abitiamo la metropoli di venti milioni di cittadini da centotrenta anni, ma le medicine e i trapianti ci lasciano ben sperare in una lunga vita. In un parco invaso dai canguri nani, c’è posto anche per un cimitero, forse l’ultimo rimasto prima della legge sulla cremazione obbligatoria. Croci smunte fanno ombra a steli sconnessi. Eppure si leggono ancora alcune iscrizioni sulle lapidi, dove immagini e ricordi di altri nomi si sono spenti dopo un’incommensurabile esistenza. Era gente del XXI secolo, più di mille anni fa, che appartenevano al peggiore periodo della storia dell’uomo. Uomini senza speranza, il cui scopo era uscire dall’oblio di corruzione politica e dal narcisismo di altri uomini che si erano incarnati nei fautori del destino. Il Museo della Democrazia custodisce l’antica carta costituzionale prima che venisse superata da epoche ormai lontane. I soccorritori della Moralità e dell’Etica l’hanno recuperata durante gli scavi della settantesima linea della metropolitana. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Poche righe scolorite impresse sulla carta, per diritti ormai acquisiti da secoli nella nostra civiltà. Possibile che, un tempo, si rimarcasse la necessità di un lavoro quando oggi non c’è uomo senza lavoro e lavoro senza uomo? Come avranno vissuto quelle donne e quegli uomini nell’oscurantismo? Nulla è rimasto dopo la Grande Rigenerazione. Nomi svaniti nel nulla, potenti dimenticati dalle pagine della storia: gente morta per sempre.

Annus horribilis 2013

Quella crisi del libro senza sconti

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Il mondo editoriale fa il punto sulla legge Levi: è servita davvero?

Maria Galluzzo

da Europa Quotidiano

«Io non vendo sconti, vendo libri». Alla fine dell’Ottocento Ulrico Hoepli, fondatore dell’omonima casa editrice, replicava così a chi gli chiedeva un occhio di riguardo sul prezzo di un volume. L’editore, che era anche libraio, conosceva in profondità il lavoro che stava dietro la nascita di un libro e il valore speciale che lo caratterizzava. Una merce non qualunque e quindi non svendibile. Un episodio rievocato ieri dall’attuale presidente della casa editrice, Giovanni Ulrico Hoepli, in occasione di un convegno organizzato alla camera dalla commissione cultura per fare un bilancio sulla legge Levi, che appunto regolamenta i prezzi dei libri, a un anno dalla sua entrata in vigore (1 settembre 2011). A discuterne sono state convocate tutte le voci degli addetti al settore – editori grandi, medi e piccoli, distributori, librai indipendenti, di catena e online – insieme ai più alti riferimenti istituzionali della materia: Lorenzo Ornaghi, ministro per i beni e le attività culturali, Paolo Peluffo, sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega all’informazione e all’editoria, e Manuela Ghizzoni, presidente della commissione cultura.
Un giro di orizzonte che parte da un punto da tutti condiviso: l’obiettivo che si pone la legge Levi, e che è riassunto nel primo articolo del provvedimento («Contribuire allo sviluppo del settore librario, al sostegno della creatività letteraria, alla promozione del libro e della lettura, alla diffusione della cultura, alla tutela del pluralismo dell’informazione ») è da tutti ampiamente condiviso. Nessuno mette in dubbio che la bibliodiversità sia un bene che va difeso dalle politiche aggressive degli sconti e dalle strategie dei grandi gruppi editoriali.
Tutti d’accordo sulla necessità che il settore dovesse essere regolamentato, come accade in altri paesi europei. Leader in materia la Francia, dove dal 1981, secondo la legge che porta il nome dell’allora ministro della cultura Jack Lang, nessun libraio può scontare libri più del 5 per cento rispetto al prezzo dell’editore. Oltralpe le librerie sono il cuore del paese. A seguire Inghilterra e Germania.
E non potrebbe essere diversamente in Italia, fa notare il rappresentante di uno dei colossi del nostro mondo editoriale, Alessandro Bompieri, ad di Rcs libri: «In un paese in cui all’incirca metà della popolazione non legge nemmeno un libro all’anno, in cui una percentuale perfino più alta non ha dimestichezza con i testi scritti, in cui l’abbandono scolastico raggiunge livelli sconosciuti alle altre grandi nazioni europee, è cruciale diffondere i libri e la lettura: in qualunque forma, grazie alle piccole librerie o ai centri commerciali o al commercio online o al successo degli ebook. Fallire in questa missione significa minare alle basi ogni tentativo di ripresa, ogni miglioramento della competitività, ogni speranza di rinascita».
Le opinioni, però, si modulano diversamente quando si passa all’analisi dei dati e la domanda diventa: la legge Levi ha contribuito allo sviluppo del settore? Lo sconto sui libri di “varia” consentito per tutto l’anno ai librai fino al 15 per cento, e fino al 25 per cento agli editori nelle quattro settimane di campagne promozionali previste dalla legge, hanno aiutato il mercato librario in tempo di crisi? E ancora, l’aver escluso dicembre dai periodi di queste campagne è stata una buona scelta?
A comparare i dati dell’anno pre e post legge Levi prodotti da Nielsen per il Centro per il libro e la lettura e dall’Associazione italiana editori, l’analisi diventa critica: si comprano meno libri, si legge di meno, si spende meno.
Colpa della crisi o della legge? Più probabile la prima causa. La cosiddetta legge anti-Amazon «ha messo ordine negli sconti mettendo in condizioni di parità la grande e la piccola distribuzione ma è stata fatta durante una gravissima crisi economica e finanziaria e quindi è difficile valutarne l’impatto», nota il sottosegretario Peluffo. In effetti, osserva Stefano Mauri di GeMS, «è stata paracadutata su una foresta in fiamme», ed è quindi molto difficile distinguere gli effetti. Ma ad esame obiettivo è lecito pensare che la nuova disciplina abbia evitato il peggio calmierando i prezzi e sostenendo i fragili editori indipendenti. Mauri però, in compagnia di molti altri colleghi, sostiene che tra le modifiche alla legge sarebbe necessario allungare la durata delle promozioni editoriali che fino ad oggi sono state «segmentate, dispendiose e inefficienti». Soprattutto, aggiunge Bompieri, occorre «eliminare il divieto di sconti a dicembre ». Perché «ridurre il potenziale promozionale proprio nel periodo di maggiore vendita?».
Tra le tante, un’ulteriore domanda: la legge Levi ha perseguito il suo obiettivo di promuovere il libro e la lettura? Stefano Parise, presidente dell’Associazione italiana biblioteche, esprime qualche perplessità: «L’impossibilità di accedere a sconti superiori al 20 per cento ha avuto come inevitabile conseguenza la riduzione del volume di acquisti». Le biblioteche sono considerate «utenti finali».
Un anno dopo la legge Levi dunque si discute. E questo è un segnale molto positivo. La legge per ora ha fatto un buon lavoro, osserva il ministro Ornaghi, trovando «un punto di equilibrio tra esigenze diversificate». Il capitolo è tutto aperto: incombe la digitalizzazione e sulle biblioteche, anello centrale della catena della promozione della lettura, il ministero è pronto al confronto. In ballo c’è il futuro dello sviluppo del paese.

Quella crisi del libro senza sconti

Gli attuali politici sono vecchi e i giovani incalzano

Gli attuali politici sono vecchi e i giovani incalzano

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Siamo diventati vecchi perché il pessimismo fa terra bruciata, siamo diventati vecchi perché stiamo lì a incazzarci quando ci dicono che siamo vecchi, siamo diventati vecchi da quando non ci sovviene più alla mente che le comunità locali, oltre che per essere frequentate, sono fatte per essere vissute; siamo diventati vecchi perché ci siamo chiudendo in teatri per parlare alla gente mentre evitiamo il confronto della piazza, siamo diventati vecchi invecchiati perché questo non è un paese per giovani, e i vecchi rimpiamgono la rivoluzione, pur non sapendo cosa sia, siamo diventati vecchi perché ci abbiamo in testa il pensiero del nostro placement, che tutto corrisponda al nostro target, siamo diventati vecchi perché, pur conoscendo i problemi, non troviamo ancora le soluzioni.

Potremmo rimediare facendoci da parte, dando la possibilità ai giovani di provarci a cambiare questo Paese. Potremmo… se fossimo più giovani, ma siamo diventati vecchi e pensiamo a sostenere che i più anziani i più esperti … ma che chiaramente non è vero. Continuano a venderci l’idea della loro esperienza, ma non menzionano che non ne avevano quando sono stati eletti da giovani.

Da quando nessuno ascolta i giovani, anche questi fanno i capelli bianchi. Da quando non siamo più giovani, garantiamo le raccomandazioni mentre dovremmo valutare i giovani secondo il merito. Da quando non siamo più giovani, tendiamo a sbiadire dietro una scrivania e non vogliamo sentir parlare di stage, prove o progetti, nell’attesa di andare in pensione. Da quando non siamo più giovani, sogniamo un paese a misura di vecchi, ma temiano che ci saranno troppi vecchi quando saremo vecchi.

Da quando i politici sono diventati vecchi, non vogliono lasciare le poltrone o ne vogliono occupare altre.

Questi politici non hanno smesso di fare politica perché sono diventati vecchi, ma sono diventati vecchi perché hanno smesso di fare politica.

Naturalmente non possiamo cambiare il passato. Ma le enormi risorse che i giovani potranno trasmettere anche in politica, con la loro gioia di vivere, sono lì e aspettano solo di essere riconosciute.

Gli attuali politici sono vecchi e i giovani incalzano