Georges Simenon e Hamao Shiro. Lettere al giudice a confronto

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Tutto narrato in prima persona, ‘Lettera al mio giudice’ di Georges Simenon è un romanzo-monologo, la lunga confessione a cuore aperto di un assassino che scrive al proprio giudice nel tentativo di spiegare le proprie pulsioni.

Non si tratta di una richiesta di perdono. Quello che la voce narrante sogna di trovare nell’ascolto del giudice è piuttosto l’umana comprensione di un altro uomo, un qualcuno di potenzialmente simile che forse può capire il labirinto di passione e possesso che l’ha condotto al gesto fatale.

Su questa struttura si sviluppa la narrazione del protagonista che ci porta per mano dalla sua vita ordinata di ‘uomo perbene’, piatta e monotona fino al confine con l’inesistenza, al delirio di passione e morte che scaturisce dall’incontro con una ‘ragazza minuta, pallida, arrampicata su alti tacchi’ che stravolge la sua vita. E l’epilogo di morte sembra l’unico possibile, quasi fosse per paradosso il vero atto vitale di una natura maschile che il protagonista confessa al proprio ascoltatore chiedendogli implicitamente una tacita complicità.

‘Lettera al mio giudice’ è un libro atipico nella produzione di Simenon e probabilmente il suo romanzo più introspettivo e psicologico. Le spinte emotive che portano alle azioni dei protagonisti, le fantasie più recondite vengono descritte magistralmente accanto alle contraddizioni del quieto vivere convenzionale che fa da sfondo a tutta la vicenda.

La prima storia intitolata ‘Il discepolo del demonio’ di Hamao Shirō è quella di un uomo chiamato Eizo, accusato e sotto processo per omicidio di una donna giovane e bella, sua ex amante. Il monologo del protagonista è raccolto in una lettera a un pubblico ministero, ex mentore e amante di Eizo, Tsuchida Hachiro. I due si erano incontrati durante gli anni degli studi superiori, e Eizo rapidamente era caduto sotto l’incantesimo di Tsuchida. Infatti, Eizo incolpa della sua situazione attuale Tsuchida, dicendo che “Se non avessi incontrato te quando ero un ragazzo, non sarei mai finito in questo posto. Tu non mi hai insegnato il crimine ma mi hai trasmesso la personalità di un criminale.” Eizo espone le vicende concrete del caso. Quello che segue è una storia tragica, in cui Eizo scrive che, a causa della tutela di Tsuchida, si è costruito una “filosofia demoniaca.”

Hamao era un avvocato e proveniva da una famiglia molto ben agiata. Si ritirò dai tribunali per diventare una scrittore di gialli, e uno dei primi sostenitori dei diritti dei gay in Giappone. Morì giovane, e questo suo breve romanzo risale al 1920, circa venticinque anni la pubblicazione di ‘Lettera al mio giudice’ di Simenon.

Le due “lettere” scansionano entrambe i dettagli del delitto e sono indirizzate a un procuratore. La vittima non chiede perdono al suo carnefice, non paventa l’assoluzione al suo delitto, ma con orgoglio si dilunga sulle motivazioni che lo hanno portato in carcere. La formula della “lettera” costruisce lentamente una realtà, martellando il marmo fino alla cesellatura finale. Perversione, desiderio insoddisfatto, crudezza di una vita sprecata e rabbia per una società che è ritenuta ingiusta sono concetti che si ripetono in queste curiose e speculari opere di errori, avvelenamenti ed effetti intrisi dalla droga o da stupefacenti. La cultura, l’ansia, la rassegnazione e il male vanno di pari passo in queste storie di vite spezzate, piene di modelli di lettura e sfumature nascoste. La prospettiva, come se fosse un film di Akira Kurosawa, svolge un ruolo importante in entrambi gli atti criminali.

‘Lettera al mio giudice’ di Georges Simenon (Adelphi, 2003)

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‘Il discepolo del demonio’ di Hamao Shirō, (Atmosphere libri, collana asiasphere, 2015)

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