L’Islam e’ una religione di pace o di guerra?

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Come affrontare la sfida dell’Islam militante? L’Islam è una religione di pace o di guerra? È suscettibile di riforme? Perché così tanti musulmani sembrano attratti dall’estremismo? Cosa significano nel mondo di oggi parole come islamismo, jihadismo e  fondamentalismo?

Maajid Nawaz è un musulmano di origine britannica che ha attraversato una fase fondamentalista radicale e fu imprigionato in Egitto; successivamente è diventato un moderato. Ha scritto un libro, insieme all’inglese Sam Harris, dal titolo “Islam and the Future of Tolerance: A Dialogue”.

Secondo la visione di molti occidentali, l’Islam socialmente conservatore è una porta per l’Islam violento, e le due cose devono essere combattute con pari determinazione, anche se questo significa un enorme aumento del numero di persone che si stanno affrontando, rinunciando a un utile alleato contro il jihadismo.

Harris sostiene che i musulmani liberali come Nawaz sono impegnati in un compito quasi impossibile: dimostrare che la loro fede sia veramente una religione di pace quando i principi e scritture della fede suggeriscono altro.

Harris vede l’elaborazione di una comprensione pacifica e tollerante dell’Islam come impresa encomiabile, che solo i musulmani possono intraprendere, ma è scettico di una qualche possibilità di successo. La risposta di Nawaz è misurata. Egli dice che l’Islam non è né una religione di pace, né una religione di guerra. È semplicemente una religione, oggetto di molte interpretazioni diverse nel corso dei secoli, e ancora ritratta in molti modi diversi.

Egli riconosce che i riformisti come lui, che vogliono coniugare l’Islam con l’autorità secolare e le idee occidentali circa l’uguaglianza sono in piccola minoranza nel mondo islamico. Ma lui insiste sul fatto che gli islamisti (nel senso di persone che credono di utilizzare il potere dello stato per imporre una particolare versione dell’Islam) sono anche una minoranza.

La più grande categoria di persone nel cuore islamico sono “musulmani conservatori” che, di solito, non vogliono imporre la loro religione allo Stato perché vogliono mantenere il diritto alla propria comprensione di ciò che questo conservatorismo religioso intende. Inoltre questi musulmani conservatori possono essere molto utili come alleati contro l’islamismo e il jihadismo, ma possono anche opporsi agli occidentali sui diritti di sesso e di parità.

Il mondo comprende 1,6 miliardi di musulmani, circa il 10% sono aperti, fin d’ora, a una forma di Islam che si adatta comodamente con la laicità, i diritti umani e l’uguaglianza. Solo il 10% del totale sono sostenitori del jihadismo violento. Il restante 80% è composto da credenti conservatori, né liberali né islamisti.

Nawaz dice in questo libro che si dovrebbe accettare di supportare quel 75-80% che sono conservatori se lo scopo è quello di isolare l’islamismo in generale e, in particolare, il jihadismo. Questo tuttavia comporterebbe un isolamento di quel 10% di musulmani riformatori che respingono i conservatori e combattono una battaglia ideologica solitaria implacabile pur di convincere il restante 90% dei musulmani al loro modo di pensare.

Sarà possibile un dialogo civile ma onesto? Il risultato sarebbe illuminante e affascinante. Affrontare ogni questione spinosa sull’Islam porta ad attacchi personali e accuse di islamofobia. Si può arrivare a un dibattito incisivo sull’Islam tra un credente musulmano e un non credente di Allah? In un lontano passato, abbiamo avuto persone illuminate come l’Imam Abu Hanifa. Egli era fermamente convinto che un codice di leggi non può rimanere statico per troppo tempo, con il rischio di non soddisfare le esigenze della gente. Così sosteneva l’interpretazione delle fonti della legge islamica (usul al-fiqh) in risposta ai bisogni della gente. Questa forma dinamica di legalismo non sostituisce il Corano e la Sunna. Anche gli imperatori Mughal si impegnarono in un dibattito con cristiani, indù e buddisti.

Affermare che l’Islam non potrà mai cambiare significa asserire che il Corano e gli hadith, che costituiscono il fulcro della religione, devono essere sempre interpretati nello stesso modo. Ma sostenere questa tesi ne rivela l’errore, perché nulla delle cose umane dura in eterno. Tutto ha una storia. E ogni cosa ha un futuro che sarà diverso dal suo passato.

Solo non tenendo conto della natura umana e ignorando più di un millennio di cambiamenti reali nell’interpretazione del Corano si può affermare che quest’ultimo sia stato interpretato allo stesso modo col passare del tempo. I cambiamenti riguardano questioni come il jihad, la schiavitù, l’usura, il principio che “non c’è costrizione nella religione” e il ruolo delle donne. Inoltre, i numerosi interpreti importanti dell’Islam degli ultimi 1.400 anni – come ash-Shafi’i, al-Ghazali, Ibn Taymiya, Rumi, Shah Waliullah e Ruhollah Khomeini – furono in profondo disaccordo tra di loro riguardo al contenuto del messaggio dell’Islam.

Per quanto fondamentali possano essere il Corano e gli hadith, essi non rappresentano, però, la totalità dell’esperienza musulmana; l’esperienza accumulata dalle popolazioni islamiche dal Marocco all’Indonesia e oltre non è meno importante. Soffermarsi sulle scritture dell’Islam è come interpretare gli Stati Uniti esclusivamente attraverso la lente della Costituzione; ignorare la storia del Paese porterebbe a una comprensione distorta.

In altre parole, la civiltà islamica medievale primeggiava e i musulmani di oggi, qualunque parametro s’impieghi, sono fanalini di coda. Ma se le cose possono peggiorare, possono anche migliorare. Nel corso della mia carriera, ho assistito all’ascesa dell’islamismo dai suoi timidi esordi – quando scesi in campo nel 1969 – al grande potere di cui oggi gode. Ma se l’islamismo può crescere, può anche tramontare.

È dopo gli anni ’70 che assistiamo alla rinascita dell’Islam come forza politica. La questione palestinese e la rivoluzione islamica in Iran vi daranno un contributo. I motivi, diversi da regione a regione, hanno in comune l’esperienza del fallimento dell’economia e del sistema politico nonché i deludenti tentativi di affrancamento dal sistema coloniale che ne ha caratterizzato il passato.

Alcuni gruppi islamici sostengono che il fallimento delle società musulmane è la diretta conseguenza della dipendenza dal materialismo dell’Occidente e del tradimento delle regole della sharî‘a, la filosofia di vita che dovrebbe permeare la politica e la società. Per questo ritengono che i musulmani debbano tornare al Corano e all’esempio del Profeta, in modo particolare reintroducendo nel diritto le leggi islamiche, e facendo sì che lo sviluppo economico e sociale si ispiri ai valori dell’Islam. Questa rinascita ha avuto un forte impatto sulla vita pubblica e privata dei musulmani del Medio Oriente.

C’è anche da tener presente che negli anni ’80 e ’90 si sono sviluppati forti movimenti fondamentalisti in diversi stati musulmani, soprattutto in Medio Oriente, in Nord Africa, in Pakistan e in Afghanistan, che hanno proseguito la loro lotta nei confronti del “potere empio”. Pensiamo ai gruppi islamici della Jamaat al-Jihad con Sadat e la Jamaa Islamiyya con Mubarak in Egitto; ai gruppi islamici armati (GIA) dell’Algeria; ial National Islamic Front (NIF) di Hasan al-Turabi in Sudan; al movimento per la resistenza islamica (Hamas) di Ahmad Yassin e la Jihad Islamica della Palestina; ai Talibani dell’Afghanistan… per citarne solo alcuni. Però, al carattere di islamismo attivista, l’organizzazione al Qaeda ha sommato il carattere di terrorismo internazionale, da tutti conosciuto.

Sembra, dunque, che il fondamentalismo (radicalismo), più che per l’identità della prassi politica e religiosa dei suoi movimenti, si caratterizzi per una assoluta alterità culturale e ideologica che lo contrappone all’Occidente. Da qui le crescenti difficoltà per le élite modernizzatrici e per le correnti intellettuali laiche dei Paesi musulmani di stabilire rapporti di dialogo con il mondo occidentale, senza sacrificare sull’altare della modernità i valori della tradizione islamica.

Oggi è possibile, tra persone con diversi punti di vista, avere una conversazione civile e imparare gli uni dagli altri?

Un’interpretazione liberale e riformista dell’Islam può rappresentare per gli anti-islamici un ostacolo alle loro ideologie.

Le differenze nella dottrina tra musulmani Riformisti (Coranisti) e musulmani ortodossi spaziano da questioni di scarsa importanza al nucleo delle credenze fondamentali, come i cinque pilastri dell’Islam. Aree significative di divergenza sono:

  1. La shahada (l’affermazione di fede). I Coranisti dicono ‘lâ ilâha illallâh’ (non c’è Dio all’infuori di Dio) invece di usare la versione sunnita lâ ilâha illallâh, Muḥammadur rasûlullâh (non c’è Dio all’infuori di Dio, Muhammad è il Profeta di Dio) o quella sciita lâ ilâha illallâh, Muḥammadur rasûlullâh, wa Ali unwali ullah (non c’è Dio all’infuori di Dio, Muhammad è il Profeta di Dio, Ali è il reggente di Dio). Soltanto la Shahada coranista compare, parola per parola, all’interno del Corano.
  2. I Coranisti rifiutano gli Hadith. I sunniti e gli sciiti affermano che gli Hadith siano ”detti” del Profeta Muhammed che furono radunati più di 100 anni dopo la sua morte, e si ritiene che essi siano stati tramandati oralmente di generazione in generazione. I Coranisti ritengono che la raccolta degli Hadith, sia dal punto di vista del lasso temporale in cui fu eseguita che quanto a metodologia impiegata per raccoglierli, sia debole e piena di contraddizioni rispetto al Corano, e una grande fonte di confusione. I sunniti e gli sciiti considerano il Corano una fonte insufficiente di guida, alla quale mancano i dettagli, e che è completata soltanto da una seconda fonte (gli Hadith).
  3. I Coranisti considerano i quattro mesi proibiti come mesi destinati al pellegrinaggio (Hajj) a Mecca, poiché questo è affermato nel Corano. Mentre i seguaci degli Hadith, sunniti e sciiti, eseguono l’Hajj entro un periodo di 4 giorni.
  4. La schiacciante maggioranza dei Coranisti prega 5 volte al giorno, analogamente ai  sunniti e sciiti ortodossi, tutte le preghiere sono menzionate nel Corano. Una piccola minoranza afferma che ilCorano menziona 3 preghiere e non 5, e quindi esegue 3 preghiere.
  5. I Coranisti non hanno restrizioni al fatto che le donne guidino le preghiere e pronuncino sermoni, poiché nel Corano non si dice nulla che lo vieti, mentre questo è haram (proibito) per i teologi sunniti e sciiti.
  6. Una donna coranista mestruata può eseguire la salat (preghiera), entrare in una moschea e toccare il Corano, poiché il Corano proibisce alle donne mestruate unicamente il rapporto sessuale o il contrarre un nuovo matrimonio entro i primi tre cicli mestruali dal momento in cui ella lascia il marito. Il Corano non menziona altri divieti legati alle mestruazioni.
  7. I Coranisti rifiutano la storia del miraj (viaggio notturno) fornita dagli Hadith, nella quale si suppone che il Profeta Muhammad sia volato al Tempio sul Monte di Gerusalemme su un buraq, sia asceso al cielo, abbia conversato con Mosè e gli altri Profeti e abbia contrattato al ribasso il numero delle preghiere richieste da Allah, che furono infine concordate come 5. I seguaci degli Hadith ritengono che a seguito degli eventi verificatisi nel miraj, la preghiera di un musulmano ha un merito superiore di 50 volte a quello di una singola preghiera, o a quella di un non musulmano, mentre i Coranisti rifiutano il ragionamento e la storia;
  8. L’adhan (chiamata alla preghiera) coranista può essere diverso dall’adhan musulmano ortodosso. L’adhan sottolinea la menzione di Dio Soltanto, poiché il Corano evidenzia che la preghiera e i luoghi di culto sono per Dio Soltanto.
  9. L’ammontare della zakat (elemosine). I seguaci degli hadith forniscono l’obbligo del 2,5% del proprio patrimonio secondo formule basate su fonti secondarie, una volta l’anno, mentre un coranista è libero di donare quanto desidera dell’extra/eccesso, ogni volta che è benedetto da un determinato ammontare di ricchezza/pagamento, sia questo una volta al giorno, una al mese o una all’anno. Il Corano non specifica la cifra da dare, ma il pagamento della zakat deve avvenire in stretta prossimità rispetto al momento in cui il pagamento/ricchezza è ricevuto, poiché è responsabilità della società prendersi spesso cura dei poveri, non una volta all’anno.
  10. La circoncisione, maschile o femminile, non ha alcun ruolo nella teologia coranista.
  11. La maggioranza dei Coranisti interpreta il divieto coranico delle sostanze inebrianti ritenendo l’alcol haram (proibito), come fanno i musulmani ortodossi. Mentre alcuni Coranisti, in minoranza, ritengono che l’alcol non sia proibito e che l’unica restrizione sia evitare di eseguire le preghiere in stato di ebbrezza.
  12. I Coranisti non considerano i cani impuri o da evitare, mentre il possesso di cani e l’interazione con essi è scoraggiata dai musulmani ortodossi.
  13. I Coranisti sono liberi di ascoltare musica ballare senza restrizioni, perché in nessun luogo il Corano ne menziona il divieto o l’inibizione. Le comunità musulmane ortodosse permettono la musica e la danza soltanto con severe restrizioni.
  14. I musulmani ortodossi sono incoraggiati a vestire seguendo lo stile del Profeta Muhammad o delle sue mogli, il che comprende farsi crescere la barba fino ad una certa lunghezza, tagliarsi i baffi, indossare un taqiyah (cappello) e indossare un niqab/copertura del viso o hijab/un velo sui capelli (a seconda del madhab/setta);, ed è loro sconsigliato o vietato di vestire in altri modi, come ad esempio l’uso per gli uomini di abiti di colore giallo, di seta e l’uso di gioielli in oro. Le regole sull’abbigliamento non hanno alcun ruolo nella teologia coranista; l’unico obbligo è di vestire in modo modesto, secondo la prescrizione del Corano. I Coranisti concordano sul fatto che alle donne non sia richiesto il velo, e il niqab non ha alcun ruolo nella teologia coranista.

I Paesi occidentali come dovranno comportarsi? Appoggiare quell’80% di musulmani conservatori, i cui Paesi, come l’Arabia Saudita, discriminano pesantemente la condizione delle donne e hanno il più alto numero di violazioni dei diritti umani, nella lotta al jihadismo o sostenere solo quel 10% di musulmani riformisti, combattuti dagli stessi musulmani conservatori perché rappresentanti di una forma blanda e non autentica dell’Islam, assimilabile alla cultura occidentale?

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