Io sono un piccolo editore e sono costretto a dire no a tanti meravigliosi scrittori

libri_istock_000010604179_large_1Su Internet, si leggono spesso lettere di rifiuto inviate dagli editori agli autori. Più spesso, come nel nostro caso, non rispondiamo se il testo che ci è stato proposto non si adatta alla nostra linea editoriale. Siamo chiari con tutti: se un autore non riceve una risposta entro due mesi, il suo manoscritto non potrà essere pubblicato da noi.

Cosa sia più scoraggiante per un autore, se il silenzio o una lettera dell’editore con un tono critico o piena di ironia, oppure una mail senz’anima che dice testualmente: Siamo spiacenti ma siamo costretti a rifiutare la pubblicazione del suo manoscritto, non è dato saperlo. Nessuno è capace di spiegare a questi meravigliosi scrittori le motivazioni del rifiuto. Il motivo è semplice: decine di manoscritti arrivano in redazione, anche a un piccolo editore come me. È un grosso impegno leggere con attenzione almeno una parte di questi testi. Gli autori spesso sbagliano a formulare una sinossi, una presentazione di se stessi o spediscono i propri romanzi senza aver visionato la “famosa linea editoriale” della casa editrice:

La famosa linea editoriale … sì

“Indipendentemente dalla qualità del testo, semplicemente non si adatta alla nostra linea editoriale.”

Senza offesa per qualcuno, esiste un concetto, soprattutto quando si tratta di una piccola casa editrice. Per creare un’identità e rimanere nell’ambito delle proprie competenze, un editore preferisce pubblicare quello che ritiene meglio per vendere.

Per noi, questo è la narrativa e in particolare il romanzo poliziesco. Cerchiamo in particolare autori esordienti che abbiamo meno di trentadue anni. Lo abbiamo annunciato sul nostro sito, sul nostro catalogo, vorremmo pubblicare solo questi romanzi, soprattutto thriller incentrati sulla realtà della provincia italiana e l’umano (i personaggi passano prima dell’azione).

Eppure riceviamo manoscritti di racconti, storie, poesie, favole, saggi, di fantasia come di fantascienza da autori di tutte le età.

Poter rispondere a tutti motivando il nostro rifiuto sarebbe un impegno che non possiamo assumere. Non ci riusciremmo neanche se restassimo svegli di notte per tutte le notti del calendario.

Per molti scrittori esordienti, l’editore è una sorta di intermediario per finanziare la stampa e la distribuzione del proprio libro. Una piccola casa editrice non può avere la stessa capacità di penetrazione della grande casa editrice sul mercato delle vendite. Un autore non deve pensare a queste ultime, alle royalties, se riceve un contratto di pubblicazione dal piccolo editore. Questi non vende al supermercato, non ha decine di redattori e giornalisti dell’ufficio stampa che lavorano e si dedicano alla promozione. La frustrazione degli scrittori che vorrebbero agire come giocatori professionisti sarebbe inferiore se si comprendessero le dinamiche del mondo editoriale, costruito da una sinergia tra poche grandi case editrici e le librerie di proprietà delle stesse mentre la fetta di mercato destinata agli affamati piccoli editori è talmente piccola che non soddisfa nessuno. Non si vive di sole briciole, anche se in questo caso sono briciole di cultura. Il paradosso tra grandi e piccoli non è stato superato neanche dall’evoluzione della tecnologia che ha reso più facile l’accesso a monte della posizione di editore, ma le barriere all’ingresso sul mercato si sono rafforzate. Questo paradosso riguarda il punto di distribuzione, compromesso dalla crescita di gruppi dominanti e delle catene di librerie, e dall’espansione della produzione, ormai attestata a sessanta o settantamila titoli all’anno.

La dimensione artigianale dell’attività del piccolo editore caratterizza lo striminzito gruppo redazionale anche nelle scelte editoriali. Si lavora quais giornalmente con gli autori, stando attenti agli aspetti tecnici della produzione. Tuttavia, raramente si è in grado di elaborare questioni legali a livello soddisfacente e si hanno problemi di gestione, promozione e commercializzazione.

Un piccolo editore inizia sempre con uno o due dipendenti a tempo parziale o autonomo. Poche case riescono ad aumentare la propria forza lavoro, anche se una precedente esperienza permette di lasciare più velocemente queste condizioni minime.

Nella maggior parte dei casi, il capitale iniziale è molto basso ed è spesso disperso. Negli anni seguenti la fondazione, gli aumenti di capitale sono difficili da realizzare, per cui insorgono presto una serie di problemi: capitale insufficiente, scarso accesso al credito e difficoltà a usarlo, margine di manovra debole per un ulteriore sviluppo.

La speranza è l’ultima a morire anche per un piccolo editore. Le grandi case non sempre riescono a vedere il potenziale di un manoscritto. A volte, c’è bisogno, nel bel mezzo di una mancanza di curiosità e audacia, del giovane editore, il piccolo saccente che vuol stampare libri solo per il gusto di cercare nuovi lettori e non per guadagnarci. Qual è la realtà di una catena virtuosa del libro e della diversità culturale del piccolo editore? Le zone di incomprensione e l’ignoranza reciproca sono molte, e la convergenza degli sforzi tra editori, librai e istituzioni culturali (biblioteche, teatri, cinema, scuole d’arte…) rimane insufficiente. Non resta che, per lo scrittore esordiente (fermo restando che pubblicare a pagamento è un sacrilegio), inviare il proprio manoscritto custodendolo in una bottiglia destinata alle acque del mare perché qualcuno, alla fine, la trovi e lo legga ma, c’è da considerare, che anche molte bottiglie non farebbero che creare un eccessivo inquinamento marino. In un mondo perfetto della letteratura, l’editore dovrebbe ricevere solo una piccola percentuale di manoscritti che attualmente gli sono proposti. Aiuterebbe senz’altro l’editore a vagliare e selezionare i testi di qualità. L’autore dovrebbe maggiormente riflettere sul testo che invia. Meglio rileggere e rileggere, meglio affidarsi a un bravo editor che revisioni e migliori il manoscritto piuttosto che gettare in mare anche la più piccola speranza di essere pubblicati.

 

 

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Io sono un piccolo editore e sono costretto a dire no a tanti meravigliosi scrittori

Il Salone del libro di Torino è ancora utile?  

salone-libro-torino1Nella nostra epoca di comunicazione elettronica istantanea, l’editoria è ancora un business alimentato da una passione per i libri e per le relazioni personali. Questa è rimasta una costante, anche con le nuove opportunità che gli ebook danno agli autori e agli editori, ed è parte del motivo per cui l’editoria è un’arte più che una scienza.

Per un lettore, una fiera del libro dà la possibilità di avere una conoscenza almeno parziale di quello che un editore propone; inoltre, ci si guadagna a incontrare editori, scrittori e parlare dei libri che amano, e i libri che il lettore ama. Per gli scrittori noti e i nuovi autori, una fiera è il luogo in cui agenti ed editori possono concentrarsi su libri di cui sono appassionati. La fiera tuttavia è fatta di grandi e piccole case editrici. Appare superfluo dire che è praticamente impossibile entrare in contatto con un grande editore mentre è piuttosto semplice contattare un piccolo editore. Qui si pone la domanda: chi fa cultura con i libri e chi commercia libri. È indiscutibile che i piccoli editori (quelli seri) sappiano cos’è un libro di qualità. Per un grande editore, l’insinuazione non si pone. Un grande gruppo editoriale sa perfettamente riconoscere un prodotto di qualità, ma spesso preferisce non pubblicarlo perché non garantirebbe i guadagni previsti per ogni libro. Un libro commerciale, al contrario, non avrebbe senso che lo pubblichi un piccolo editore perché comunque non avrebbe la visibilità sulla stampa e in libreria. Se Cinquanta sfumature di grigio fosse stato pubblicato da un piccolo editore avrebbe realizzato un millesimo delle copie vendute dal più grande gruppo editoriale che l’ha stampato e distribuito.

Ci sono alcune persone che mettono in dubbio la necessità delle fiere nel mondo di oggi che dispone di internet, ma si perdono qualcosa. Certo, tutti possiamo fare il nostro business online, ma se si rimuove l’elemento umano, si rimuove il cuore e l’anima del business.

È per questo che è ancora utile andare a Torino, che rimane la più grande fiera del libro dell’anno in Italia, e anche la più varia e la più frequentata nel settore editoriale, spingendo la gente a comprare e a comprendere l’importanza dei libri.

Si potrebbe comunque obiettare che grandi e piccoli editori stanno insieme come il diavolo e l’acqua santa. Sarà vero? È indubbio che i grandi editori convogliano molta gente alla fiera. Non sarebbe così attraente (per alcuni) se questi non ci fossero. È pur vero che i libri dei grandi editori sono visibili in tutte le librerie, quindi non si capisce quanto e perché sia utile per un lettore pagare il biglietto d’ingresso alla fiera per toccare con mano gli stessi libri che trovano nelle librerie di catena. Al contrario, per il lettore dovrebbe essere molto più utile partecipare alla fiera per scoprire le case editrici e libri che non hanno sufficiente visibilità. La promozione costa decine, migliaia di decine di migliaia di euro e un piccolo editore non può certo permettersi una spesa simile. Già la presenza alla fiera con un piccolo stand comporta un esborso economico non indifferente che non sarà mai coperto dalla vendita dei libri in fiera. Si va a Torino solo per farsi conoscere, per far capire che esisti e i tuoi libri sono ugualmente validi, se non superiori, a quelli distribuiti dalle grandi case editrici.

La fiera rimane la grande vetrina per tutti nel settore editoriale. Si mostrano i propri autori, si introducono nuovi prodotti, e soprattutto si dà un volto a quelle email tra esordienti scrittori, lettori affamati, agenti letterari, traduttori ostinati, redattori indefessi ed editori più o meno intelligenti. Sotto questo aspetto sociale, vi è la questione molto seria della vendita, perché può creare o distruggere una casa editrice in questi periodi di difficile congiuntura.

La fiera dovrebbe essere una grande gioia per tutto il mondo della lettura e della scrittura. È un luogo comune dire che l’editoria è un settore sociale, ma come molti luoghi comuni, è così perché è vero. Comportarsi socialmente non è un lusso, è buono per gli affari, e Torino è uno dei nodi chiave del settore, soprattutto per le persone che faticosamente ci operano.

 

Il Salone del libro di Torino è ancora utile?  

Il futuro del libro: da Gutenberg agli e-reader

gutenberg-pressIl pensiero attuale è che siamo nel bel mezzo di una nuova rivoluzione in editoria al pari di quella lanciata da Johannes Gutenberg più di  500 anni fa. Questa volta è Internet, non la stampa, che sta portando il cambiamento e una rottura senza precedenti per il nostro modo di creare, distribuire e leggere libri. In realtà, Gutenberg è anche stato ufficiosamente adottato come patrono dell’industria informatica, e gli stessi tipi di persone che sono disposti a parlare di una “terza rivoluzione industriale” sono anche presumibilmente disposti a discutere con Jeff Bezos di Amazon che ci ha portato il Kindle, come di un nuovo Gutenberg dell’era digitale.

Ma l’esperienza di lettura di un libro quanto è realmente cambiata nella passata generazione – o, del resto, fin dall’età di Gutenberg?

Apparentemente l’industria dell’editoria sembra essere in un periodo di rottura senza precedenti – forse la più grande rottura dall’età di Gutenberg. Ora sempre più consumiamo e-book su telefoni cellulari, sugli e-reader e sui tablet, e consumiamo più tipi di contenuti rispetto al passato. Scarichiamo i libri da Internet piuttosto che comprarli nelle librerie indipendenti e in quelle di catena. E stiamo trovando nuovi modi innovativi per pubblicare e distribuire i libri che sconvolgono gli intermediari (il distributore e/o il libraio), creando in tal modo del tutto nuovi legami tra autore e lettore sia emotivi sia economici.

Tuttavia, il futuro della lettura appare ancora simile al passato della lettura.

La ragione è che, anche se il cambiamento tecnologico continua ad accelerare a un ritmo esponenziale, noi, come lettori, siamo in grado di cambiare a un ritmo lineare. In breve, il cambiamento tecnologico è rivoluzionario, ma il cambiamento umano è evolutivo. L’esperienza della lettura, l’amore della narrazione, e il desiderio di nuove storie sono stati cablati nel nostro DNA, e c’è molta poca tecnologia che può farci cambiare radicalmente, altro che ri-cablaggio del nostro cervello. Lo stesso Bezos, fondatore di Amazon, ha osservato che “Se la natura umana non cambia, neanche il cervello umano cambia”.

Questo potrebbe spiegare perché la prima incursione di Apple nel vendere e-book sul suo iPad ha presentato una visione scheumorfica della lettura. I libri sono stati presentati come tomi con copertine impressionanti, librerie che appaiono in legno grezzo, e anche la sensazione fisica di trasformare una pagina è stato resa con un’animazione unica digitale. I lettori sembrano acquistare l’idea che la lettura di un e-book su un tablet non dev’essere fondamentalmente diversa dalla lettura di un libro tradizionale, in modo che i lettori potessero personalizzate i reader di e-book con cover colorate e hanno trovato modi creativi per creare “librerie” per i loro e-book. Come lettori, abbiamo bisogno di tempo per adattarci, sebbene in questi mesi sia evidente l’obsolescenza dello scheumorfismo rispetto al trend del momento, il flat design. E si è a lungo dibattuto sull’opportunità per Apple di abbandonare il passato – spesso caratterizzata anche da eccessi visivi – per tornare sulla via del suo proverbiale minimalismo con il nuovo sistema iOS 7. In passato, soprattutto agli albori della tecnologia consumer, questa metodologia si era rivelata decisamente funzionale: l’uomo “tecnologicamente” delle caverne necessitava di un ambiente familiare, di essere guidato passo per passo nella modernità: un calendario virtuale solo se avrà le fattezze di un taccuino, un orologio solo se ne vedrà le lancette, una libreria virtuale solo se dotata di ripiani in legno. Oggi si eliminano gli effetti glossy, si estinguono le ombreggiature, si vietano pelli-pellicce-moquette virtuali e qualsiasi altro fronzolo non necessario. Il design si fa semplice, quasi impercettibile, e smette di distrarre l’utente.

ibooks-appleSe si prende per un lungo periodo la visione antropologica della lettura – si può osservare come la gente legga e quali vari comportamenti si associano con i libri nel tempo – si può affermare che non molto è cambiato negli ultimi 500 anni dall’invenzione dei caratteri mobili e della stampa di Gutenberg. Le innovazioni tecnologiche che oggi abbiamo sono esistite in un’altra forma nel passato. La possibilità di annotare i nostri e-book, per esempio, risale all’antica pratica di mettere le note a margine dei libri stampati.

Il che potrebbe significare che il futuro dell’innovazione nel settore dell’editoria ha meno a che fare con il “miglioramento” dei libri tramite la tecnologia digitale – cioè la trasformazione in piattaforme multimediali interattive – e più a che fare con le associazioni emotive e psicologiche create dai libri.

Quando gli innovatori tecnologici saranno in grado di assimilare la “sensazione di calore” in un oggetto fisico diverso da un libro, potremo davvero parlare della prossima rivoluzione di Gutenberg.

Il futuro del libro: da Gutenberg agli e-reader

Le librerie indipendenti come risorsa comunitaria unica

autori_alessandro-12Le librerie indipendenti si dovrebbero evolvere in un’unica – quasi indispensabile – risorsa della comunità. I negozi diventerebbero più che semplici negozi, così come molti si sono già evoluti in luoghi in cui la comunità si riunisce, in cui sono sostenuti i nuovi autori, e dove l’economia locale ha iniziato a rivivere. Per la sorpresa di molti – spesso, degli stessi librai – le librerie indipendenti sono diventate un centro di vita locale.

Cosa è avvenuto negli ultimi 25 anni? La maggior parte dei mezzi di informazione non considera la “libreria” un luogo culturale, come potrebbe essere una biblioteca, ma solo un esercizio commerciale. Le scuole di business sembrano considerare il mondo quotidiano della comunità basato sulla vendita al dettaglio. Che resta di altri aspetti che andrebbero considerati?

L’impatto importante di una libreria indipendente può essere suddiviso in tre categorie:

1. libreria indipendente come motore per la crescita economica locale
2. libreria locale come catalizzatore per nuovi scrittori e lettori
3. attività libraria come punto focale per la vita comunitaria

I librai indipendenti condividono alcune di queste caratteristiche con altre istituzioni. Tutti i rivenditori locali, per esempio, sono un motore migliore per la crescita locale rispetto ai loro concorrenti “di catena”, ma il vantaggio locale fornito dalle librerie indipendenti è probabilmente ancora maggiore. Altre organizzazioni forniscono un punto di incontro per le attività della comunità, ma le librerie indipendenti spesso forniscono un programma che può aiutare a stimolare la comunità locale. In ultima analisi, è l’interazione di questi tre tipi di attività che rende moderna l’indipendenza del libraio in qualcosa di unico e prezioso.

Ironia della sorte, i librai indipendenti si trovano in questa posizione di responsabilità proprio nel momento in cui sono più sotto assedio. Nello stesso periodo in cui le librerie indipendenti sono diventate così preziose per la comunità, le loro fila si stanno impoverendo a causa dell’inarrestabile espansione delle librerie “di catena” e il richiamo di internet (i negozi online). Il numero di librerie indipendenti è dimezzato, mentre quello “di catena” è più che raddoppiato. Anche se la situazione si è stabilizzata un po’ negli ultimi due anni, il futuro delle librerie indipendenti è sempre legato a una questione di sopravvivenza. Può sembrare melodrammatico, ma ciò che è in gioco è la qualità della vita in molte comunità servite da buoni librai indipendenti. Una comunità con una buona libreria è in una posizione migliore per resistere alle pressioni incessanti che portano all’appiattimento culturale.

1. Libreria indipendente: un motore per la crescita economica locale

Questo tipo di attività porta denaro nell’economia locale, mentre i punti vendita di locali “di catena” non fanno nulla di paragonabile. Non sono solo i grandi, drammatici eventi che danno una spinta all’economia locale. I librai indipendenti, per ogni passaggio di una novità editoriale, che hanno una lista di eventi con l’autore, potrebbero anche vendere i libri autografati su internet per i clienti di altre città. Non basta terminare il proprio compito di libraio con l’evento, ma proseguire la campagna di sensibilizzazione di un buon libro nel tempo. Ci sono molti modi di “spingere” un libro: parlarne con i clienti, proporlo ai gruppi di lettura, selezionarlo sul proprio sito con una recensione.


2. Libreria indipendente: un catalizzatore per nuovi scrittori e lettori

Se i librai indipendenti sono stati costretti ad abbandonare le imprese, la maggior parte delle persone – anche i clienti irriducibili di librerie indipendenti – danno per scontato che avrebbero potuto trovare i libri che vogliono da qualche altra parte. Ma è probabile che sia il caso di rivedere questo concetto. Nel business del libro, più che in ogni altro, la qualità di ciò che viene creato presso il produttore o il livello di editore è in gran parte determinato da come quei libri sono venduti ai consumatori al dettaglio. Se il librario indipendente muore, molti tipi di libri moriranno con lui. Un mondo senza Indipendenti. Per vedere l’effetto raggelante sui nuovi libri, immaginate un business del libro in cui non ci sono librerie indipendenti. L’editoria, in questo tipo di sfortunato scenario, assomiglierebbe a un imbuto. Molte migliaia di scrittori, che lavorano magari attraverso centinaia di piccoli editori, sarebbero alla ricerca di potenziali lettori. Ma avrebbero questa possibilità solo se i loro libri riuscissero a superare il collo stretto dell’imbuto per approdare a una piccola manciata di acquirenti delle librerie “di catena”.

L’analogia imbuto non è inverosimile. Le “catene” comprano a livello nazionale; a volte c’è un solo acquirente che decide se un libro apparirà in uno dei loro negozi. Questa decisione può avere un effetto letale sul futuro del libro. Il rifiuto delle principali catene di portare un libro, di solito provoca l’editore a ripensare alla sua commercializzazione, spesso tagliando il budget pubblicitario e lasciando che il libro languisca, a meno che qualcosa di miracoloso non si verifichi per rilanciare le vendite. Spesso è anche peggio di così.
Senza librai indipendenti che possano eseguire la cruciale commercializzazione dei nuovi autori e di libri non convenzionali, l’industria editoriale molto probabilmente peggiorerebbe molto rapidamente in un business di autori famosi, affermati best-seller e libri formula. Le implicazioni sarebbero disastrose per la libertà di parola. Libri su affari pubblici probabilmente sarebbero limitati solo a coloro che riflettono il punto di vista politico delle persone al vertice della piramide sociale. Dal punto di vista di nuovi autori, ci potrebbe forse essere uno scenario peggiore che avere il destino dei propri libri decisi da un paio di acquirenti “di catena”? Beh, in realtà potrebbe essere così.

L’impatto delle librerie indipendenti

Bisogna mettere le librerie indipendenti di nuovo in scena perché nuovi autori e nuovi tipi di scrittura abbiano molte più possibilità di successo. Anche se possono essere solo una piccola parte del business complessivo del libro, con alcuni tipi di libri – in particolare i libri nelle loro fasi iniziali – i librai indipendenti svolgono un ruolo fondamentale. I librai indipendenti sono essenziali per promuovere nuovi tipi di letteratura fagocitati da editori intraprendenti, forse anomali, ma coraggiosi. Questo è ben riconosciuto dagli editori intelligenti. L’editore si augura che quei librai sappiano apprezzare il libro e consigliarlo a clienti. L’editore dovrebbe utilizzare il feedback positivo che ottiene dai librai indipendenti per spingere la commercializzazione del libro più vigorosamente. Il problema ora si evidenzia in tutto il suo aspetto più intricato, accattivante e difficile. Le librerie indipendenti non dovrebbero continuare a scimmiottare le concorrenti “di catena” approfittando di vendere i bestseller indicati dalle classifiche convenzionali.  Chi fa le classifiche? Gli stessi giornali che appartengono ai grandi gruppi editoriali! Le librerie indipendenti dovrebbero proporre settimanalmente una classifica al di sopra degli schemi, basata sulla letteratura di qualità.

Senza un vero associazionismo, un coordinamento delle librerie indipendenti, le proposte dei librari indipendenti finirebbero per assomigliarsi a quelle dei corrispettivi “di catena”.

La soluzione potrebbe essere quella di generare proposte diverse, lasciando da parte i libri dei grandi gruppi editoriali (a meno di opportune eccezioni) o dell’editoria di cassetta.

Nuove idee dal basso

La maggior parte dei librai indipendenti non si accontenta semplicemente di vendere libri dall’alto verso il basso. Di solito dovrebbero spingere gli editori dal basso, suggerendo argomenti che potrebbero vendere nella loro comunità, dando un feedback sulle preferenze dei clienti, e spingendo le carriere di autori locali. Questa “spinta dal basso” è un modo di migliorare la tendenza delle case editrici nazionali e presumere che tipo di libro si legge in un quartiere o in città piuttosto che in altri. I librai indipendenti dovrebbero lavorare a stretto contatto con i piccoli editori locali, fornendo un mix di libri che non possono essere disponibili a livello nazionale. Per molti di questi piccoli editori sarebbe difficile rimanere in attività se avessero solo le catene nazionali dove distribuire i loro libri. Alcune librerie indipendenti vanno oltre, lavorando per portare nuovi autori nel sistema.

3. Librerie indipendenti: un punto di riferimento per la vita comunitaria

Il sociologo Ray Oldenburg ha coniato il termine “Il terzo posto” (che ha contrapposto al primo e secondo posto di una casa e di lavoro). “Il benessere sociale e la salute psicologica” sostiene, “dipendono dalla comunità”.

Quali sono le caratteristiche che fanno di una struttura degna del titolo di ” terzo posto?” L’autenticità è uno di loro. I centri commerciali preconfezionati con musica in sottofondo sono l’apoteosi del “non fare, né diventare”, un formato manipolato e manipolativo capeggiato da una gestione indifferente e propensa solo controllare l’aspetto superficiale. Le librerie indipendenti, al contrario, sono luoghi dove la gente si riunisce “facilmente, a buon mercato, regolarmente, e piacevolmente”. Il libraio/proprietario è quasi sempre una persona di fiducia – un residente della comunità, profondamente coinvolto nella vita civile, e tenace nelle cose in cui crede.

Talvolta l’interazione tra autori e la comunità crea un evento che è quasi magico nelle sue dimensioni. L’evento di un autore a volte porta a lezioni di scrittura tenute da quell’autore.
Ci sono alcuni momenti toccanti della vita della libreria quando fornisce un luogo di incontro per riunioni sia formali sia informali. Le librerie indipendenti sono un rifugio per i gruppi di scrittura che si incontrano nel negozio, pianificano le loro riunioni e coordinano presentazioni di nuovi libri. A volte la libreria può essere semplicemente un luogo di incontro della comunità.

Il nuovo ruolo
Senza preavviso o fanfare, i librai indipendenti hanno assunto un nuovo ruolo nelle loro comunità. Loro possono diventare il motore della crescita economica locale, gli sponsor di nuovi autori, e le librerie luoghi di ritrovo per una vasta gamma di gruppi locali e per le attività della comunità. Ma sono ancora dei librai. La vendita di libri è fondamentale e, a meno che non si venda un numero sufficiente di libri, tutta l’impresa potrebbe subire una battuta d’arresto, lasciando un buco nella vita comunitaria. La sopravvivenza può essere garantita solo dall’originalità delle scelte e dal grado di cooperazione che i librai indipendenti sapranno garantire alla comunità, agli editori.

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Le librerie indipendenti come risorsa comunitaria unica

LA MORTE DEL LIBRO

LA MORTE DEL LIBRO
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Siamo tutti editori morti che camminano.

Quando si parla delle nuove possibilità di comunicazione che offre il computer, in un modo o nell’altro emerge sempre, prima o poi, l’angosciante interrogativo: ma allora siamo di fronte alla fine del libro? Il libro scomparirà dinnanzi alla tecnologia?
Nell’antichità, si pensi per esempio alle società contadine, i cambiamenti all’interno di una società erano di una tale lentezza che spesso le condizioni di vita delle ultime generazioni erano identiche a quelle dei loro avi. Oggi, al contrario, i cambiamenti che un individuo vede nell’arco di un solo decennio, sono probabilmente maggiori di quelli che per gli antichi Egizi si verificavano nel corso di alcune dinastie. È dunque ancor più comprensibile che davanti ad ogni cambiamento l’atteggiamento della gente si divida tra entusiastici, che non aspettano altro che buttarsi a capofitto nel nuovo, e conservatori che temono di perdere da un momento all’altro quello che hanno costruito con tanta fatica.
Qualcuno non vede l’ora di disfarsene a favore degli eBook, qualcun’altro teme un’apocalisse in puro stile Fahrenheit 451, con tomi che bruciano e squadre di piromani incaricate di stanare e polverizzare gli ultimi esemplari.

I libri continuano però ad arricchire i nostri scaffali, e le nostre giornate. Fino a quando? Secondo l’ultima sparata post apocalittica, targata TechCrunch, l’estinzione del cartaceo arriverà nel 2019. Tra cinque anni addio al profumo della cellulosa e dell’inchiostro appena stampato, giornali e riviste incluse, destinati a migrare verso lidi a cristalli liquidi e ditate per cambiare pagina.

Le previsioni di John Biggs sostengono che saranno sufficienti due anni per vedere il sorpasso degli eBook su ogni altra forma di pubblicazione, incluso il mercato dell’usato. Parallelamente, gli eMagazine eroderanno consistenti porzioni del mercato delle riviste cartacee.

Due anni più tardi, nel 2016, chiuderanno i battenti le ultime librerie indipendenti, sostituite da caffetterie con accesso alla Rete per attrarre una nuova clientela: avidi lettori di eBook che sorseggeranno un buon caffè di fronte ai loro schermi eInk.

Nel 2016 la maggior parte delle riviste “di grido” si digitalizzerà, abbandonando la stampa del cartaceo. Il 2018 sarà l’anno dell’addio alle grandi catene di librerie, anch’esse destinate a diventare caffetterie e Internet point per eLettori.

Finchè, nel 2019, arriverà il momento tanto sognato dai digitalizzatori: le case editrici si arrenderanno all’evidenza, e abbandoneranno definitivamente la stampa di tomi cartacei, puntando tutto sugli eBook. A dominare il mercato editoriale, però saranno i precursori del digitale: Amazon, Nook, Kobo e pochi altri.

Un anno più tardi, ogni scuola sarà dotata di eReader, e i libri di testo saranno disponibili solo in formato digitale.

Le tecnologie di miniaturizzazione miglioreranno ulteriormente gli eReader e tablet in commercio, abbattendone contemporaneamente il prezzo, fino a rendere il libro un semplice ricordo del passato, una curiosità da rigattiere. Si stamperà ancora qualche copia, così come avviene ora per i vinili nel settore musicale.

Nella timeline non trova stranamente posto l’avvento degli eReader a colori, che a nostro avviso potrebbe essere collocato tra il 2012 e il 2013. Certo è che ipotizzare il completo abbandono del cartaceo suona come una blasfemia, considerato che la maggior parte dei mercati occidentali (U.S.A. e Regno Unito esclusi) naviga ancora abbondantemente sotto quota 10% del totale editoriale.

La visione di Biggs è una pazzia? Una provocazione? O l’inevitabile evoluzione della specie “libro”?

Dunque è anche possibile che il libro scompaia – chi può dirlo? per molti individui è già morto -, ma non perché era logico o razionale che morisse. Se il libro muore la colpa non è delle nuove tecnologie, che come tali non sono né buone né cattive, ma del loro cattivo uso. Le nuove tecnologie non possiedono la capacità di sostituire completamente il libro. Se questo è in crisi le ragioni sono di altra natura: dipendono più probabilmente dalla spirale perversa del mercato o dalle carenze della scuola, delle case editrici, della società…
2014 – Gli editori iniziano a pensare che il digitale è il futuro.
2016 – Le piccole librerie indipendenti utilizzeranno gli spazi per vendere caffè, gadget che mettono a disposizione la connessione WiFi. Esisteranno poche librerie che si occuperanno solo di libri.
2017 – Riviste e quotidiani si leggeranno solo sul tablet.
2018 – L’ultimo negozio Feltrinelli si trasformerà in un bar e un punto di accesso digitale.
2019 – Amazon sfrutterà tutti le sue armi editoriali – tra cui l’autopubblicazione – da far impallidire tutti gli altri editori.
2019 – Drastica riduzione del numero degli editori. Potranno sopravvivere sono poche case più piccole, mentre i giganti come Mondadori acquisteranno case editrici più piccole.

2020 – Quasi ogni scuola e studente avranno un tablet e-reader. I libri di testo lentamente spariranno.
2023 – L’e-paper sarà il nuovo e-reader, sottile come un paio di fogli di carta.
2025 – La transizione sarà completata anche nella maggior parte del mondo in via di sviluppo. Il libro sarà, nella migliore delle ipotesi, un artefatto e nel peggiore dei casi un fastidio. Solo un sottoinsieme di lettori potrà beneficiare di libri stampati – ma in generale tutte le casi editrici esisteranno sono in digitale.

 

LA MORTE DEL LIBRO

Non ammazzare la cultura. Di cultura si deve vivere.

cultura-9Non ammazzare la cultura. Di cultura si deve vivere.

“Negli ultimi decenni, il ritmo di cambiamento del mondo è andato accelerandosi. Il rapido emergere di nuove tecnologie e la crescente globalizzazione hanno significato per l’Europa e altre parti del mondo una svolta profonda, caratterizzata dall’abbandono di forme tradizionali di produzione industriale e dalla preminenza assunta dal settore dei servizi e dall’innovazione. Le fabbriche sono progressivamente sostituite da comunità creative, la cui materia prima è la capacità di immaginare, creare e innovare”. Questa visione si traduce in modo ancora più articolato e tuttora in corso di definizione all’interno della visione strategica dell’Europa 2020, che delinea alcuni assi strategici portanti di grande importanza:

1. Nuovi spazi per la sperimentazione, l’innovazione e l’imprenditorialità nel settore della cultura e della creazione.

2. Rispondere meglio ai fabbisogni di competenze delle industrie culturali e creative.

3. L’accesso al finanziamento per gli imprenditori culturali e creativi.

4. La dimensione locale e regionale delle industrie culturali e creative.

5. La mobilità e la circolazione delle opere culturali e creative.

6. Il rapporto tra scambi culturali e commercio internazionale.

L’Italia fatica nelle ultime generazioni a tenere il passo di paesi un tempo outsider ma oggi molto più efficaci di noi nell’allevare e nel far maturare nuovi talenti. Le evidenze che supportano l’idea che i settori culturali e creativi siano una delle forze trainanti dei nuovi modelli di economia basati sulla conoscenza sono chiare e concordanti. A livello regionale europeo, ad esempio, esiste una netta relazione tra livello locale di concentrazione delle industrie creative (in termini di occupazione settoriale) e prosperità in termini di PIL pro capite.

I paesi nei quali la mancata partecipazione culturale assume proporzioni più ridotte sono i paesi nordici, nei quali si riscontrano allo stesso tempo performance innovative a livello di sistema paese molto buone. Interessante è un caso come quello dell’Estonia, che pur essendo un piccolo Paese ex comunista, ha mostrato in questi anni una notevole propensione a sviluppare forme avanzate di digitalizzazione della propria economica e della pubblica amministrazione – un fenomeno che sembra riflettersi perfettamente nei livelli particolarmente alti di partecipazione culturale. All’interno di questa classifica, l’Italia presenta livelli di partecipazione molto bassi (fa peggio solo la Spagna): un dato che segnala in modo piuttosto chiaro come attualmente, nel nostro Paese, il ruolo relativamente marginale della cultura all’interno del dibattito sullo sviluppo riflette una più intrinseca debolezza dal punto di vista dell’inserimento della sfera culturale negli spazi stessi della vita quotidiana dei cittadini. L’inefficacia dell’azione di politica culturale è quindi la conseguenza di un più profondo limite sociale, uno stato di cose particolarmente preoccupante per un Paese che viene universalmente identificato con i temi e i valori della produzione culturale.

Sorprendentemente, d’altra parte, gli italiani tendono a dichiarare che la cultura gioca un ruolo molto importante nelle proprie vite, addirittura in misura superiore a quanto accade in paesi con livelli di partecipazione ben più alti.

Ma d’altra parte, se si prova a verificare cosa sia in concreto la cultura per gli italiani, si scopre che essa tende ad identificarsi e in parte a confondersi, da un lato, con la scienza e più in generale con la conoscenza e, dall’altro, con la famiglia e con l’educazione.

In Europa troviamo, allo stato attuale, una situazione duale relativamente ai modelli di sviluppo a base culturale: da un lato, nei paesi nordici, nel Regno Unito, in Francia, in Belgio e in Olanda e nei paesi di lingua tedesca, nonché in alcuni paesi ex socialisti dell’est come l’Estonia e la Lituania, prevale un approccio basato sulla produzione culturale e creativa; dall’altro, nella maggior parte dei paesi mediterranei come l’Italia e la Grecia e in molti paesi ex socialisti, ad esempio Bulgaria, Romania, Repubblica Ceca e Ungheria, prevale invece un approccio centrato sul turismo culturale nel quale la cultura gioca un ruolo abbastanza ancillare.

L’approccio europeo si fonda su quella che potremmo chiamare la classificazione canonica delle industrie culturali e creative, nella quale si evidenziano, nell’ordine: un nucleo di settori non organizzati industrialmente e strutturalmente non orientati alla formazione di profitti se non in sotto-ambiti relativamente limitati (arti visive, spettacolo dal vivo, patrimonio storico-artistico); cinque settori che costituiscono le industrie culturali vere e proprie, ovvero quei settori di produzione nei quali l’esperienza culturale assume un carattere non funzionale (non configura cioè ulteriori utilità rispetto alla fruizione culturale in quanto tale) – ovvero l’editoria, il cinema, la musica, la radio-televisione ed i video-giochi; tre settori che corrispondono alle industrie creative, nelle quali la componente creativa è bilanciata da considerazioni di utilità relative a funzioni extra-culturali, ovvero il design (che comprende anche la moda e, in prospettiva, anche l’industria del gusto nella sua componente più qualitativa e di ricerca), l’architettura e la pubblicità. La differenza tra industrie culturali e creative non sempre è colta ma è di fondamentale importanza: a differenza di quanto accade nell’industria culturale, in quella creativa il metro di valutazione combina appunto elementi creativi con giudizi funzionali: una bella pubblicità che non è efficace nel favorire le vendite di un prodotto, un’architettura spettacolare che però non risulta vivibile per chi la abita, o una bella sedia che però provoca il mal di schiena a chi ci si siede sono esempi di prodotti che possono raggiungere anche esiti notevoli dal punto di vista estetico ma falliscono in tutto o in parte dal punto di vista funzionale, pregiudicando così il loro potenziale di mercato e quindi la profittabilità dei loro produttori.

Industrie creative

Design

Architettura

Pubblicità

Industrie culturali

Film e video

Televisione e radio

Videogiochi

Musica

Libri e stampa

Core delle arti

Arti visive

Spettacolo dal vivo

Patrimonio storico-artistico

Industrie collegate

Produzione di computer e lettori digitali, industria della telefonia mobile, ecc.

Questo quadro già così complesso e articolato viene ulteriormente arricchito dallo sviluppo dei nuovi settori dei contenuti culturali e creativi su piattaforma digitale, che in gran parte non si adattano del tutto alla precedente classificazione, che fa riferimento a schemi produttivi e organizzativi in genere anteriori all’ultima ondata della rivoluzione digitale. Piattaforme di contenuti online come quelle legate ad aggregatori con una componente social più o meno spiccata come Youtube, Flickr. Ci troviamo dunque nel mezzo di un processo di rapido cambiamento, nel quale l’organizzazione stessa dei settori culturali e creativi subisce un ri-modellamento pressoché continuo, che porterà con tutta probabilità all’emergere di nuove classificazioni e di nuove forme di interdipendenza strutturale tra settori.

La rivoluzione prodotta dalla crescente diffusione delle tecnologie digitali di produzione dei contenuti culturali e creativi, che da un lato permette ad utenti anche semiprincipianti di avere accesso a tecnologie estremamente potenti e sofisticate e dall’altro rende tali tecnologie sempre meno dipendenti da specifici supporti hardware e sempre più accessibili in termini di prezzi, tende a favorire una diffusione sempre più profonda e capillare della produzione e circolazione di tali contenuti pressoché in ogni angolo del globo. La necessità di un ripensamento complessivo del modello di riferimento, e lo spostamento dell’enfasi dalla cultura come settore ancillare al turismo alla cultura come settore industriale di primo piano e dall’alta valenza strategica passa anche per il nostro paese da una rinnovata capacità di entrare a far parte in modo più attivo di questo poderoso flusso globale di ridefinizione della geografia culturale, riuscendo ad andare al di là di logiche limitate e strumentali di promozione della dimensione più ‘manifatturiera’ della moda, del design e del cibo, per tornare ad esaltarne le valenze socio-culturali più sottili, per sottolinearne e stimolarne la portata innovativa, per tornare a promuovere una visione della cultura e della creatività italiana più integrata strategicamente e più dinamica, complessa, articolata di come la si presenta oggi.

Le conseguenze dell’immobilismo: come è cambiata nel tempo l’identità culturale italiana nel contesto globale

All’inizio del Novecento, l’Italia è dominatrice incontrastata nel campo dell’arte, vince anche se di stretta misura nell’architettura, è seconda solo ai francesi nel design e nella moda, non è in posizioni di primo piano nel teatro e nel cibo, mentre il cinema deve ancora fare la sua comparsa. Alla metà del Novecento (ovvero, nel corso degli anni Cinquanta), l’Italia parte dal terzo posto nell’arte e scivola al quarto nel corso del decennio, parte dal quarto e scivola al quinto nell’architettura, conquista una breve supremazia nel cinema che però perde già prima della fine del decennio, si mantiene al quinto posto nella moda, oscilla tra il quinto e il sesto posto nel design e nel teatro, e mostra una progressione dal settimo al quinto posto nel cibo. Nel 2000, l’Italia è settima (su sette) nell’arte, nel teatro e nel cinema, è sesta nell’architettura, è quarta nel design, è terza nel cibo e nella moda. In altre parole, quel che emerge è che nel corso del novecento l’Italia perde nettamente posizione nei settori culturali, mentre mantiene una buona percezione globale nei settori creativi legati al design in tutte le sue forme, pur non potendo vantare in nessun campo una posizione di preminenza globale. L’unica area nella quale si registra un miglioramento di lungo termine di posizione relativa nel corso del secolo è quella del cibo.

Ciò che questi dati ci dicono è che, contrariamente alle nostre convinzioni radicate, l’identità culturali italiana è preda di un lento ma abbastanza costante processo di erosione rispetto ai competitor globali che, a differenza di noi, lavorano sul tema dell’identità culturale non soltanto in termini di estrazione di rendita, facendo cioè leva soltanto sui successi e sulle glorie del passato o, nel caso di settori creativi come la moda o il design, del passato prossimo, ma investono decisamente sul rinnovamento e il rafforzamento del potenziale creativo attuale. Non è un caso che l’unico settore che guadagni posizioni sulla scala globale sia quello del cibo: è infatti l’unico settore culturale e creativo nel quale in Italia, negli ultimi anni, si è fatta una reale politica di crescita del pubblico in termini di informazione, competenza, sensibilità alla cultura del territorio. La drammatica sottovalutazione del potenziale strategico della cultura, e il sostanziale disinvestimento che ne è la conseguenza, stanno così progressivamente togliendo spazio ed energia al nostro posizionamento globale in termini di valore aggiunto culturale legato all’identità della nostra produzione, a scapito di paesi con una tradizione culturale spesso molto minore, ma di fatto oggi molto più dinamici e propositivi di noi.

POSIZIONE MONDIALE ITALIA

                       ARTE   ARCHITETTURA  DESIGN  MODA  CIBO

ANNO 1900     1a                     1a                        2a                2a             2a

 

ANNO 1950     3a                    5a                       1a               5a               2a

 

ANNO 2000     7a                     6a                        4a               3a              3a

 

Rilanciare il modello italiano: un nuovo modo di intendere il potenziale di sviluppo del nostro patrimonio storico-artistico

 

Per rilanciare il modello italiano di sviluppo a base culturale occorre mettere in atto delle strategie di sviluppo locale che restituiscano spazio e impulso a quei fattori di sviluppo che sono stati progressivamente trascurati e che nella situazione attuale, in assenza di interventi specifici, contribuiscono a minare la nostra capacità competitiva.

Incubatori di imprenditorialità creativa.La produzione culturale e creativa è una delle aree più promettenti a livello globale per la generazione di nuova imprenditorialità, ma per quanto in Italia si inizi a considerare seriamente il tema dell’innovazione e del sostegno delle start up giovanili, l’attenzione verso questo settore, malgrado le potenzialità e i continui richiami all’importanza della cultura per il futuro del nostro paese, è pressoché nulla. Il recupero degli edifici di pregio storico-architettonico viene sempre finalizzato alla valorizzazione turistica, ma nessuno sembra pensare che in Italia quegli edifici sono storicamente serviti a produrre cultura e pensiero, e forse in alcuni casi è a questo scopo che potrebbero essere recuperati.

Acceleratori design-oriented. Uno dei temi sensibili di maggior rilevanza per il modello italiano è la ridefinizione creativa di produzioni dal forte radicamento territoriale e dal forte contenuto potenziale di design, che nella fase attuale hanno operato più secondo logiche di filiera tradizionali che sulla spinta di un forte investimento nella caratterizzazione creativa della loro produzione.

Spazi di relazione. Piuttosto che programmare l’apertura di spazi culturali per flussi di turisti sporadici o addirittura in qualche caso inesistenti, sarebbe possibile progettare la destinazione d’uso di questi spazi in primo luogo a beneficio dei residenti, per affrontare il tema decisivo e del tutto trascurato dei bassi tassi di partecipazione culturali dei cittadini italiani.

Spazi residenziali per artisti e professionisti creativi. La pratica delle residenze creative ha ormai una lunga tradizione, è oggi molto diffuso a livello internazionale, e trova anche in Italia molte significative manifestazioni, e può contribuire in molti modi ad aumentare la capacità innovativa e la connessione internazionale di un territorio. Proporre un programma di residenze significa essenzialmente mettere a punto un programma continuativo di scambi di talenti, progetti e competenze con altri territori con i quali si vuole stabilire un rapporto di cooperazione strategica di lungo termine.

Spazi di produzione di conoscenza. Da sempre sono note le potenzialità degli spazi di pregio storicoartistico nell’ospitare centri di formazione e di ricerca di respiro internazionale, una funzione che si integra in modo particolarmente naturale ed efficace con le altre sopra definite. La costituzione di partnership con realtà accademiche e scientifiche prestigiose, la presenza di ricercatori e studenti provenienti da varie nazioni del mondo, la possibilità di attrarre investimenti tanto ai fini del recupero che della gestione degli spazi costituiscono opportunità.

Spazi commerciali e industria del gusto. Di fronte all’inesorabile trasformazione degli spazi commerciali dei centri storici italiani in repliche sempre più letterali ed omogenee di un unico modello, nel quale sono presenti sempre gli stessi marchi, gli stessi concept dello spazio vendita, gli stessi allestimenti e gli stessi prodotti, sarebbe forse opportuno pensare ad una rivitalizzazione di spazi di elevata valenza storico-culturale dotati delle caratteristiche e della localizzazione adatte per ospitare anche funzioni commerciali di particolare interesse e pregio culturale, con riferimento tanto alle eccellenze del territorio che ad un’offerta esterna di particolare pregio, qualità ed innovatività.

Spazi di produzione culturale. Da ultimo, ma non per ultimo, rimane naturalmente la funzione della produzione culturale in quanto tale: mostre, performance, concerti, conferenze, e così via: una attività che trova un suo senso nel momento in cui non viene più concepita come un segmento estremo e limitato di una più vasta industria dell’intrattenimento, ma come un nodo centrale di un sistema di innovazione sociale orientato all’uso più attivo e creativo delle competenze e dei talenti disponibili.

Dal Rapporto “L’Italia che verrà” di Pierluigi Sacco Professore Ordinario di Economia della Cultura IULM.

Non ammazzare la cultura. Di cultura si deve vivere.