Salone del libro a Torino o a Milano: i lettori traditi dall’associazione italiana editori

Folla alla 28/a Edizione del Salone Internazionale del libro presso il Lingotto, Torino, 17 Maggio 2015 ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

I grandi editori hanno scelto Milano come città che ospiterà una nuova manifestazione di promozione della lettura a partire dal prossimo anno. L’Associazione italiana editori (AIE) ha deciso di abbandonare Torino e il quasi trentennale Salone del libro. Il presidente dell’AIE ha dichiarato: “L’amministrazione e la fondazione di Torino decida di fare quello che vuole”. Giuseppe Laterza, presidente della casa editrice, ha proposto di realizzare un evento alternativo per la promozione della lettura a Bologna; ma il suo appello non è stato preso in considerazione. In un successivo comunicato l’associazione ha poi inserito alcune precisazioni utili, dal loro punto di vista, per ricostruire tutte le notizie che hanno portato alla scelta di lasciare il Salone di Torino, con l’uscita dalla Fondazione che lo organizza. “Da italiani bisogna essere felici di come Milano è riuscita a rilanciarsi negli ultimi anni”. Ma chi è l’AIE? Chi rappresenta in Italia? L’AIE è l’associazione di categoria, aderente a Confindustria, degli editori italiani. Tra i suoi obiettivi l’Associazione si prefigge di rappresentare e tutelare gli editori. Quali? Gli editori aderenti all’AIE rappresentano il 90% del mercato librario italiano, cioè i grandi gruppi, Gems e Mondadori, a cui si aggiunge la Feltrinelli. I piccoli e medi editori (sono migliaia e rappresentano solo una piccola quota di mercato) si sono schierati in difesa del Salone del libro di Torino.

Il ministro Franceschini aveva espresso la speranza che l’AIE rimanesse a favore di Torino e anche l’Odei (Osservatorio degli editori indipendenti), che a Milano organizza già BookPride, aveva espresso il timore di un’eccessiva commercializzazione nel caso di un trasloco lombardo. Il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini è intervenuta sostenendo che duplicare e frammentare non è mai una politica di rafforzamento, anche se alla fine così è stato. Il direttore generale dell’Istituto Treccani, Massimo Bray, ex ministro dei Beni Culturali e presidente designato del nuovo Salone del libro di Torino, ha detto: “Questo Paese legge pochissimo e fa pochissimo per la lettura. E anziché elaborare una strategia per avvicinare le nuove generazioni ai libri, si spacca e inventa due saloni. Chi ci guarda da fuori riderebbe di questa situazione.” L’assessore alla Cultura del Comune di Torino, Francesca Leon, ha ribadito: “Il Salone del Libro non andrà a Milano, il Salone Internazionale del Libro si farà a Torino nelle date già annunciate. La Fondazione per il Libro e tutti gli enti coinvolti sono già al lavoro per preparare un trentesimo Salone innovativo, che avrà al centro editori e lettori in un evento che coinvolgerà l’intera città e sarà esempio a livello nazionale”.

Una decina di piccoli e medi editori si sono dimessi dall’associazione per protestare contro questa decisione pilotata dal gruppo berlusconiano della Mondadori. L’AIE organizza anche la fiera dedicata alla piccola e media editoria “Più libri più liberi” che si tiene a Roma. Il presidente Motta difende la sua scelta, pur apparendo in contrapposizione perché da un lato si è piegato alla scelta di organizzare una fiera internazione del libro a Milano, scaricando Torino, e dall’altro si fa il paladino dell’editoria indipendente, continuando a sostenere la fiera romana. Ci saremmo aspettati anche le dimissioni dal consiglio direttivo di “Più libri più liberi”. Che senso ha tradire l’editoria indipendente a Torino per poi accontentarla con la meno ambiziosa fiera romana? Purtroppo, nessuno della piccola e media editoria ha pensato, dopo lo smacco subito per il Salone del libro di Torino, di assumersi la responsabilità che la fiera annuale del libro a Roma non dovrebbe essere condivisa con l’AIE, ma con le associazioni dell’editoria indipendente. Personalmente, sarei propenso a sopprimere “Più libri più liberi” per fondare una nuova grande fiera a Roma che abbia lo scopo non solo di mostrare e vendere i titoli dell’editoria indipendente ma soprattutto che sia veicolo di pluralità alla lettura con la promozione di quei libri che faticano a entrare nelle librerie, ormai acquisite e dominate dai grandi gruppi editoriali. Insomma, una lettura più varia, più raffinata, più stimolante che possa rompere il vincolo tra i libri di serie pubblicati dalla grande editoria e i lettori. Con la decisione di fondare una nuova fiera a Milano, in competizione con il Salone del libro di Torino (le due fiere si terranno a una settimana di distanza), l’AIE ha saputo sbarazzarsi facilmente della piccola e media editoria. Perché quest’ultima non sa e non vuole sbarazzarsi dell’AIE accettando la kermesse romana con ostentata apatia?

Roma meriterebbe di meglio, una manifestazione culturale di alto livello, ma evidentemente una fiera dell’editoria indipendente, gestita dalla stessa, fa paura e anche gli indipendenti preferiscono che “Più libri più liberi” sia gestita dai padroni dell’AIE, quelli che hanno in mano la carta dei potenti editori.

 

 

 

Salone del libro a Torino o a Milano: i lettori traditi dall’associazione italiana editori

Il libraio che non legge libri

BOOLa maggior parte delle persone sarebbe restia ad ammettere di non aver mai letto un libro, in particolare quella impiegata in una libreria.

Eppure Sam Husain, l’amministratore delegato delle più note librerie di Londra, Foyles, non ha tale remora. “Non credo che abbia mai veramente letto un libro dalla prima all’ultima pagina” confessa il commercialista nato in Pakistan.

Ma Husain, che ha guidato la libreria per più di tre anni e mezzo, sostiene che la misura del successo del suo lavoro non dipende da un amore per la letteratura.

“Non sapevo nulla di questa faccenda, quando sono stato assunto” dice Husain, che ha anche lavorato in TV. “Ho portato con me le mie buone pratiche commerciali.”

Questo ethos operativo ha tuttavia permesso alla libreria, fino ad allora in perdita, di registrare un’inversione di tendenza andando in positivo.

Il cambiamento operato dal commercialista è chiaramente il benvenuto ma, dice, c’è molto di più che solo una questione di riorganizzazione.

“Sì, si tratta di un profitto. Non è un utile eccezionale, ma è un passo nella giusta direzione” dice. “Ed è importante per l’industria quanto si mostra una tendenza al miglioramento.”

Foyles ora sta facendo meglio, il suo fatturato è cresciuto dell’2 per cento dal 2011 in poi, a fronte di un calo generale del settore britannico nello stesso periodo.

Foyles ha aperto un altro negozio, la Booktique Foyles, e ha aggiornato il sito web per aumentare le vendite on-line e fornire più servizi al cliente.

Husain, riflettendo sul ruolo del libraio, ci tiene a sottolineare che ha guidato solo un processo di modernizzazione che era già a buon punto, sotto il precedente capo, Christopher Foyle.

“Quando sono entrato, avevamo un piano triennale per portare Foyles in profitto, il che significava ottenere la giusta struttura e le persone giuste” dice. “Il mio compito era quello di entrare in modo che tale profitto fosse sostenibile e assicurarmi che il prodotto fosse rilevante. C’è molto di più nella condivisione delle informazioni sulle prestazioni di profitto della società con i dirigenti. La società li aiuta a identificare i fattori chiave per il business.”

Husain dice che, dopo aver definito una strategia per ottenere le persone giuste, ha poi fatto in modo che Foyles sgomberasse i libri che non vendevano. È stato un processo scientifico effettuato dopo la compilazione dei dati sulle vendite per determinare quali titoli vendevano e quali no.”

“Attraverso questo processo, siamo andati in controtendenza e le nostre vendite sono state i primi indicatori di mercato” dice Husain. “E abbiamo fatto sì che il flusso di cassa fosse buono e il bilancio meno pesante.”

“Gli azionisti sono stati felici di sostenere la società” dice Husain, come dimostra il loro appoggio per la apertura della “Booktique” – il quinto e più piccolo negozio Foyles.

“Una strategia commerciale avanzata è il sito web che ha diversi servizi di hosting. Le funzioni sono state rese piacevoli” dice. “Ma la differenza principale è la velocità del sito web.”

Il sito accoglie anche gli ebook digitali. L’ebook consente l’abbinamento di altri servizi che i consumatori possono gradire” dice. “Per esempio, un libro può essere fornito insieme a un’intervista all’autore. L’applicazione più interessante è per il mondo accademico e della ricerca, dove la gente poteva scaricare libri di testo o solo un capitolo di un libro di testo.”

Mentre i supermercati, le librerie Feltrinelli e Amazon  continuano a vendere libri scontati, con una competitività che ha contribuito a sottrarre clienti a tutte le altre librerie, Husain dice Foyles non devia dalla sua strategia di favorire servizi e valore aggiunto anziché sconti enormi. Egli dice: “Amazon può fornire libri a prezzi scontati ma chi cerca nel libro la conoscenza e l’informazione, insomma qualcosa in più che il web non può dare, si deve rivolgere a una libreria qualificata.”

Si tratta di una strategia che dà i suoi frutti? Per adesso, Foyle si è guadagnata nel 2013 il titolo di “librario dell’anno”.

Questa è una buona notizia per i fan della libreria. Forse il forte lettore potrà digerire l’idea che una libreria sia stata guidata da un uomo che non legge libri purché migliori e fornisca più servizi al cliente.

Tuttavia la reputazione di una libreria resta l’assistenza al cliente e la professionalità che assicura all’acquirente.

Una “regina dei libri”, cioè una “vera” libreria (in questo non possiamo che orientarci su una indipendente), non può permettersi un tizio annoiato, seduto davanti a un computer che non fa alcuno sforzo per aiutare il cliente a trovare il libro giusto.

L’impiegato non funziona in una libreria. Non è sufficiente indicare il tavolo o la mensola giusta dove trovare un determinato libro. Dov’è la passione se il cliente ti chiede qualcosa da leggere senza avere le idee chiare?

È il principale elemento richiesto in un libraio. Ma sarà possibile senza leggere libri?BOO

 

Il libraio che non legge libri

Una buona libreria non è un’azienda d’affari

Independent Booksellers WeekIl declino delle piccole librerie indipendenti è una delle storie più tristi della nostra società. È possibile che a molti non interessi niente perché considera i piccoli librai dei meri piagnoni che vogliono attirare l’attenzione dei media per i loro insuccessi, c’è chi pensa all’invidia, la causa scatenante di tanto malessere, invidia nei confronti di chi ha saputo costruire una rete di enormi librerie zeppe di titoli, pronte a scontare tutto, a vendere tutto (un giorno ci troveremo anche i detersivi in offerta). Molti hanno pensato che il colpo più grande assestato alle librerie indipendenti sia arrivato prima da Amazon, dai tablet e dagli ebook che ci hanno trasformato in digitatori compulsivi, con le occhiaie per l’insonnia a causa della nostra faccia incollata allo schermo. La campana a morto ha cominciato a tintinnare già da diversi anni quando, al fianco delle piccole librerie indipendenti, crescevano catene di Superstore di libri. Forse il peggio è arrivato, come l’apocalisse, quando Amazon ha iniziato a vendere tutto, ma proprio di tutto, a prezzi superscontati, tanto da far soffrire le stesse librerie di catena (oggi, le Feltrinelli e le Mondadori, sparpagliate come zanzare in tutta l’Italia, non se la passano molto bene).

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In Italia, il vecchio stile di una strada principale che comprende il macellaio, il fornaio e il librario di fiducia appartiene al passato. Ben presto, sono comparsi saloni di bellezza a buon mercato, solarium e negozi per ricostruire le unghie. Grandi bazar gestiti da cinesi vendono ogni sorta di mercanzia a prezzi vergognosi. Chi se ne frega della qualità, quando si può risparmiare! Nel prossimo futuro, se la storia continua, le nostre strade principali saranno altro che dei punti di raccolta di shopping online e di depositi poco illuminati – posti miserabili pieni di consumatori zombie che avranno modo di poter comprare un po’ di merda di cui non avrebbero bisogno. Ci sarà un mondo senza negozi. Un mondo senza cultura. Niente più posti per i librai desiderosi di raccomandare romanzi alle ragazze adolescenti.

Ma ci potrà essere un’altra storia o è inevitabile che il mondo precipiti all’inferno? Ci sarà una storia felice del piccolo libraio indipendente?

Giusto per essere chiari, la libreria indipendente va ripensata perché non è un posto per fare soldi. È inutile pensare che si possa guadagnare con i libri, da adesso in poi. Alcuni di questi negozi, o meglio, aggregatori di cultura, potrebbero arrivare al pareggio e, in alcuni casi, trasformare anche un piccolo profitto, ma solo perché i loro clienti hanno la predisposizione, l’istinto ad agire come consumatori e come buoni cittadini pagando il prezzo intero quando potrebbero ottenere uno sconto attraversando la strada per intrufolarsi in una Feltrinelli o semplicemente con un clic del mouse. Il compito dei piccoli librai indipendenti diventa sacrosanto e fondamentale (questo li distingue dai commessi delle grandi librerie che credono che Eco sia soltanto il ritorno deformato di un suono).

Tre cose potranno salvare il piccolo librario indipendente:

  • Capacità di comunicazione e profonda conoscenza del panorama letterario;
  • Privilegiare le case editrici alternative e più piccole che producono libri di qualità;
  • Riunirsi in associazioni cittadine o di quartiere con altri librai, gruppi di lettura e biblioteche per creare eventi e formazione culturale ai cittadini.

2014 cover for posterIl declino della libreria indipendente è una vecchia storia, ma questo non significa che non c’è speranza. Forse la soluzione è quella di interrompere la visualizzazione di tali luoghi semplicemente come aziende che devono riuscire o non riuscire a seconda del mercato, come i negozi di ciambelle o i saloni di bellezza. Un buona libreria non è un negozio di ciambelle; è un bene sociale. Come cittadini – e anche potenziali investitori – abbiamo bisogno di mettere i nostri soldi dove la nostra mente si ravviva. O come dice Ralph Hicks “ogni sforzo della comunità per salvare una libreria dovrebbe concentrarsi sulla ricerca di un idiota come me.”

Fortunatamente, per una piccola libreria, di idioti ce ne sono molti.

Una buona libreria non è un’azienda d’affari