Cosa cerchi in un libro per la spiaggia?

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Il tuo libro non dovrà essere troppo lungo né avere una copertina cartonata e troppo lucida per le tue mani unte di olio solare o cadrà a faccia in giù nella sabbia. Questo libro dovrà essere abbastanza maltrattabile, senza che risulti troppo debole nell’incollatura del dorso perché non si disintegri prima di leggerlo.

Ancora più importante, il soggetto non può essere troppo cupo. Abbiamo bisogno di qualcosa che ti faccia immergere nella storia mentre stai strizzando un occhio contro il sole e il tuo cappello non copre abbastanza i tuoi occhi e sostieni il libro con il gomito sospeso, indolenzito e appiccicoso di sudore. La tua attenzione è facilmente distratta da una partita di pallavolo nelle vicinanze mentre, in vicinanza, conversazioni vagano, passando e svanendo; da un uomo dagli occhi tristi che arranca verso di te con perline colorate o custodie per telefoni cellulari che insiste per dargli almeno un euro. Gli schiamazzi dei bambini sulla battigia e un elicottero che sorvola la spiaggia. Quindi è necessario che i personaggi del tuo libro siano facilmente riconoscibili e abbastanza diversi per essere interessanti; i punti di vista devono essere chiari e stimolanti abbastanza per tenerti sveglio, ma non troppo allarmato; un ambiente che sia facilmente accessibile e, preferibilmente, attraente, e una trama avvincente.

Se sei un turista, nella lettura di un libro in una spiaggia turistica, la realtà e la finzione si fondono in una nebbia di piacere di festa, animate dal brivido di nuove esperienze e linee di profumi locali. Nei tuoi sogni e nelle tue sieste, due mondi si fondono in una dimensione che non è né reale né del tutto immaginaria.

Come può fare uno scrittore fornire per te?

Le vacanze si prestano meravigliosamente alla narrativa. Quando uno scrittore va con te in vacanza, è come se uno spettacolo speciale da sfruttare sia stato messo in scena per te. L’impostazione è ben delineata, una spiaggia con le palme sullo sfondo; un ristorante illuminato da una pista da ballo; una strada costiera tortuosa, coperta di fiori con le scogliere su un lato, e l’abisso dall’altro. Ma a volte c’è veleno nel paradiso – fatiscenti alberghi e black-out; squali e pirati; omicidi e colate di cemento…

Le vacanze hanno una struttura che rende facile la presa, e sono state utilizzate da molti scrittori per descrivere un numero infinito di crimini nei romanzi. L’inizio è l’arrivo; il lettore prende familiarità con la posizione, allo stesso ritmo rilassato come i personaggi di fantasia, ma nella seconda settimana o negli ultimi giorni diventa più urgente estrarre ogni goccia di piacere e di interesse da parte del viaggio. È facile stabilire la base sicura di una routine quotidiana e costruire un mondo fantastico – una festa, una tempesta, anche la luna piena ci sarà, perché ciò sarebbe passato inosservato nella normale vita quotidiana. Poi, se tutto va bene, il ritorno a casa potrebbe avere un senso di realizzazione o se sono state sollevati dei dubbi, un senso di disillusione. O non ci sarà alcun ritorno a casa…

Lo scrittore può giocare con i suoi personaggi perché diventino i compagni dei tuoi giorni sulla spiaggia o sul bordo di una piscina. È meglio non resistere alla tentazione di terminare la lettura perché diventi irresistibile godere di un bel mare innocente quando tanto sangue si è versato nel tuo thriller. Ciò ti appaga e rappresenta l’estasi di giornata troppo calda. Una birra gelata o una fetta di anguria coronano la soddisfazione di conoscere finalmente l’assassino, quel personaggio che non avresti mai sospettato.

Lo scrittore può mantenere il vero mondo come fanno i bambini con la costruzione di un castello di sabbia o, in mancanza di un aquilone da far volare, serve come mezzo di caratterizzazione per la tua vacanza. Ma (a parte i bambini) ciò che si vede non è quello che si ottiene: le vacanze sono il mondo falso ed effimero di qualche giorno dove tutto e tutte le storie e i patemi d’animo sono nascosti, dove un costume da bagno dà il via a un minor numero di indizi di classe, professione o il gusto di un abbigliamento che normalmente avresti privilegiato. In vacanza si incontrano persone che nel mondo reale non avresti voluto incontrare e ti innamori stupidamente, dai via il tuo cuore troppo e troppo presto perché vorresti recuperare la tua vita in un quadro limitato di tempo. Agisci senza inibizioni; metti a nudo la tua anima dopo aver fatto l’ipotesi che probabilmente mai più incontrerai quella persona di nuovo. Poi accade qualcosa – un crimine, un disastro, un incidente, o forse il tempo cambia. Reagisci, affronti la situazione o forse non fai nulla, sopravvivi o torni al tuo libro dove tragicamente qualcuno muore.

Nel frattempo la gente del posto ti guarda, ma tu non te ne curi perché la trama del tuo thriller continua…

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Cosa cerchi in un libro per la spiaggia?

Non è mai troppo presto per favorire l’amore per la lettura!

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Non è mai troppo presto per favorire l’amore per la lettura!

• Iniziate a leggere al bambino al momento della nascita.
• Lasciate che il vostro bambino giochi con il libro.
• Se il bambino a volte non sembra interessato, mettete via il libro e riprovate un’altra volta. Per avere un lettore ci vuole tempo e pazienza.
• Siate fantasiosi. Utilizzare diverse voci e le espressioni facciali quando leggete. Rendete divertente l’ascolto!
• Scegliete i libri che utilizzano la ripetizione delle parole, rime, e un testo prevedibile.
• Decidete un tempo regolare per leggere ogni giorno; anche con cinque o dieci minuti si favorisce il bambino a leggere per conto proprio.
• Prima di leggere il libro insieme, dai la possibilità al bambino di fare una ” passeggiata tra le immagini” del libro in modo che si faccia un’idea della storia.
• Lasciate che il vostro bambino giri le pagine e punti il dito sulle parole che voi leggete.
• Incoraggiate l’amore per le parole, giocando in rima e con giochi di parole, cantando canzoni stupide, o scrivendo insieme una storia.

Soddisfare la curiosità del vostro bambino

• Scegliete i libri che sostengono gli interessi del bambino, dai dinosauri ai maghi.
• Rileggete i libri preferiti del vostro bambino ogni volta che vi viene chiesto. Dopo diversi rifacimenti, chiedete a vostro figlio di raccontarvi la storia.
• Coinvolgete il bambino nella lettura facendo domande! Chiedete “cosa” nelle domande; evitate domande che richiedono un semplice “sì” o “no”. Si potrebbe chiedere: “Cosa pensi che succederà dopo?”
• Ricordatevi di dare al vostro bambino il tempo di pensare alla domanda e rispondere.
• Portate il vostro bambino in libreria a controllare i libri.
• Se il vostro bambino mostra un interesse particolare in un’immagine, parlatene insieme o soffermatevi, fate seguito immediatamente a domande e lasciate del tempo alla risposta del bambino.
• La cosa più importante, fate che la lettura sia divertente per il vostro bambino!

Non è mai troppo presto per favorire l’amore per la lettura!

Libri per Natale

Libri per Natale? Che diavolo sono?

Dovrebbe servire da ammonimento per ogni genitore che ha deciso di andare in fondo al motto ‘la cultura innanzitutto’ anche a Natale.

Un bambino di tre anni ha perso la sua allegria di Natale quando ha ricevuto un libro come dono di Natale.

Il ragazzo si vede vestito con un pigiama ed praticamente sepolto in un mucchio di altri regali.

Egli strappa eccitato la carta da imballaggio per scoprire l’ennesimo misterioso regalo, che risulta essere di tre libri.

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Che cos’è questo, allora? Le mani eccitate del bambino strappano la carta da imballaggio per rivelare l’ennesimo regalo di Natale.

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C’è un regalo qui da qualche parte: dopo aver scartato quella che sembra essere una pila di libri, il ragazzo si agita nel tentativo di rivelare il ‘vero’ regalo.
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Oddio: Il totale disprezzo per il materiale di lettura è evidente sul volto del bambino come se avesse detto ‘Che diavolo è questo?’ ai suoi genitori, urlandolo a squarciagola.

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Con involontario ma superbo stile da commedia, il bambino passa al setaccio i libri, nel tentativo di trovare il ‘reale’ presente.

Quando si accorge che i libri sono davvero il regalo, il suo umore si sposta da eccitazione vertiginosa all’indignazione precoce.

“Libri?” egli tuona, guardando incredulo gli oggetti offensivi sparsi sul pavimento.

Quando suo padre ignaro conferma i sospetti del bambino, entrambi i genitori non sono risparmiati dall’ira del piccolo.

“Libri per Natale? Che diavolo sono?”

In piedi e allontanandosi, come se improvvisamente contengano qualcosa di contagioso, il bambino lancia un dito accusatore sui libri e aggiunge: “Non capisco i libri. Questo non è un giocattolo, che me ne faccio dei libri”.

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Esige una spiegazione. Ora è in piedi e punta il dito contro i libri: il bambino rivela tutto il suo odio e pensa che il dono è uno ‘schifo’.

Questo pacco sembra essere migliore. Il bambino si è spostato su un altro regalo, guardandolo con sospetto. Suo padre lo rassicura: “Non credo che quelli siano libri”.

Sia la madre sia il padre ascoltano ridendo la reazione del bambino, che sembra suscitare ancora maggiore emozione nel figlio.

Quando sua madre ripete “Sai che non è facile trovare libri giusti per Natale?” lui dice: “No. Li odio”.

Il commento potrebbe essere che lettori si nasce oppure si diventa. Dove finiranno quei soliti giocattoli regalati ai nostri figli a Natale? Distrutti o dimenticati nel giro di pochi giorni.

Un libro si può conservare per sempre. Quando il bambino diventerà adulto, ritrovando tra le mani la sua fiaba o un libro illustrato, penserà che i suoi genitori avevano fatto bene a regalargli un libro.

Non esistono solo ‘giocattoli’ per Natale.

I libri sono anche un divertimento per i bambini. Abituiamoli alla lettura fin da piccoli. Così cresceremo dei lettori.

Libri per Natale

Dalla cultura spazzatura alla cultura nella spazzatura

Dalla cultura spazzatura alla cultura nella spazzatura

NEWS_84954I ragazzi britannici sono tutti i giorni avvelenati da una “cultura spazzatura” che comprende cibo adulterato, videogiochi e un’educazione che gli impone di essere sempre in competizione l’uno con l’altro.

In una lettera aperta al Daily Telegraph 11 insegnanti, psicologi e autori di libri per ragazzi — fra cui l’acclamato scrittore Philip Pulmman e Penelope Leach, un’esperta di problemi adolescenziali — hanno lanciato un appello perché il governo agisca immediatamente per impedire che i più giovani possano morire.

Costretti “a comportarsi e vestirsi come dei mini-adulti”, i ragazzi stanno diventando sempre più depressi e presentano sempre più problemi di sviluppo fisico e crescita caratteriale precoce, dicono.

“Quando il cervello dei ragazzi è ancora in fase di sviluppo non si possono ancora comportarsi come adulti già cresciuti, e adattarsi agli effetti del rapido cambiamento tecnologico e culturale”, si dice nella lettera.

“Hanno bisogno di quello di cui gli esseri umani in fase di crescita hanno sempre avuto bisogno: di cibo vero (e non il cibo “spazzatura”), di giochi veri (e non giochi sedentari davanti ad uno schermo), di provare le prime esperienze che gli riserva il mondo in cui vivono e avere un’interazione normale con gli adulti reali che fanno parte delle loro vite”.

La lettera è stata resa pubblica da Sue Palmer, una ex preside e autrice di un libro che si intitola “Adolescenza tossica”, e dal Dottor Richard House, un professore universitario del Research Centre for Therapeutic Education alla Roehampton University di Londra.

“Lo sviluppo degli adolescenti è influenzato in maniera drastica dal mondo in cui crescono . E’ scioccante”, ha detto Palmer al Daily Telegraph.

“Il processo di crescita fisica e psicologica di un ragazzo non può essere accelerato. Deve seguire i suoi tempi biologici, non una velocità elettrica. L’adolescenza non è una corsa contro il tempo”.

Gli esperti hanno condannato il sistema educativo britannico che sta diventando sempre più un sistema in cui un adolescente è “spinto da un obiettivo” e ha lanciato un appello al governo perché riconosca che i ragazzi hanno bisogno di più tempo e spazio per crescere, esigendo con urgenza un dibattito pubblico sull’educazione degli adolescenti nel 21esimo secolo.

La premiata autrice di libri per ragazzi Michael Morpurgo ha denunciato un effetto “goccia dopo goccia dopo goccia” che sta uccidendo i giovani, che sono soggetti ad una forte pressione in ambito universitario e al bombardamento di un mercato ossessivo.

“Si sta gradualmente diffondendo come un veleno nella cultura. C’è sempre meno spazio per la lettura, per i sogni, per il teatro, per l’arte o semplicemente per giocare”, ha detto alla Bbc radio.

Dalla “cultura spazzatura” alla cultura nella spazzatura il passo è breve.

A Bari, centinaia di volumi, appartenuti ad un uomo deceduto pochi giorni prima, sono stati buttati in un cassonetto davanti ad una libreria. Ma gli amanti della lettura non si perdono d’animo e li raccolgono. Un doppio sfregio: buttare nella spazzatura (e nemmeno in quella differenziata) centinaia di libri appartenuti ad una persona, defunta pochi giorni prima, che evidentemente amava assai la lettura. E poi addirittura buttarli in un cassonetto a due passi dal maxistore Feltrinelli. È accaduto nel centro di Bari dove l’ingombrante patrimonio di volumi è stato così “smaltito”. Ma a quest’atto la gente, per lo più gli avventori della libreria, hanno risposto con un gesto d’amore verso i libri, ovvero rovistando letteralmente nei cassonetti.

Dalla cultura spazzatura alla cultura nella spazzatura

Gli attuali politici sono vecchi e i giovani incalzano

Gli attuali politici sono vecchi e i giovani incalzano

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Siamo diventati vecchi perché il pessimismo fa terra bruciata, siamo diventati vecchi perché stiamo lì a incazzarci quando ci dicono che siamo vecchi, siamo diventati vecchi da quando non ci sovviene più alla mente che le comunità locali, oltre che per essere frequentate, sono fatte per essere vissute; siamo diventati vecchi perché ci siamo chiudendo in teatri per parlare alla gente mentre evitiamo il confronto della piazza, siamo diventati vecchi invecchiati perché questo non è un paese per giovani, e i vecchi rimpiamgono la rivoluzione, pur non sapendo cosa sia, siamo diventati vecchi perché ci abbiamo in testa il pensiero del nostro placement, che tutto corrisponda al nostro target, siamo diventati vecchi perché, pur conoscendo i problemi, non troviamo ancora le soluzioni.

Potremmo rimediare facendoci da parte, dando la possibilità ai giovani di provarci a cambiare questo Paese. Potremmo… se fossimo più giovani, ma siamo diventati vecchi e pensiamo a sostenere che i più anziani i più esperti … ma che chiaramente non è vero. Continuano a venderci l’idea della loro esperienza, ma non menzionano che non ne avevano quando sono stati eletti da giovani.

Da quando nessuno ascolta i giovani, anche questi fanno i capelli bianchi. Da quando non siamo più giovani, garantiamo le raccomandazioni mentre dovremmo valutare i giovani secondo il merito. Da quando non siamo più giovani, tendiamo a sbiadire dietro una scrivania e non vogliamo sentir parlare di stage, prove o progetti, nell’attesa di andare in pensione. Da quando non siamo più giovani, sogniamo un paese a misura di vecchi, ma temiano che ci saranno troppi vecchi quando saremo vecchi.

Da quando i politici sono diventati vecchi, non vogliono lasciare le poltrone o ne vogliono occupare altre.

Questi politici non hanno smesso di fare politica perché sono diventati vecchi, ma sono diventati vecchi perché hanno smesso di fare politica.

Naturalmente non possiamo cambiare il passato. Ma le enormi risorse che i giovani potranno trasmettere anche in politica, con la loro gioia di vivere, sono lì e aspettano solo di essere riconosciute.

Gli attuali politici sono vecchi e i giovani incalzano

Dire basta a Mario Monti

Mario-Monti-Bocciato1Dire basta a Mario Monti

Un dato è certo: Mario Monti ha peggiorato la crisi economica. Non è ancora l’ultima resistenza del generale Custer, ma per Italialandia è iniziato il più lungo e noioso film che Cinecittà abbia mai realizzato. Il generale Mario Monti si dimette, ma poi ritornerà in politica sostenuto dalle forze politiche centriste e di destra (tra cui il sostegno della classe politica più ricca del Paese, Casini e Montezemolo, e dello stesso claunesco Berlusconi).

Monti è stato in grado di fornire strumenti per la crescita del Paese?

L’economia dell’austerità è andata avanti per un anno secondo copione. Il generale Monti ha indotto il popolo italiano ad accettare la medicina amara dell’austerità, più e più volte, non riuscendo a produrre risultati. Cosa lascia Monti? Un’Italia in depressione.

L’anno del Commissario Monti in carica è stata una bolla, che, per gli investitori, è sembrata buona finché è durata ma ora si è sgonfiata. E non ci vorrà molto tempo a capire agli italiani e agli investitori stranieri che è cambiato davvero poco rispetto al 2011, tranne che l’economia è caduta in una profonda depressione.

Gli aumenti delle tasse e i tagli alla spesa sociale (istruzione e sanità) hanno un effetto controproducente. Riducendo sia il debito sia la crescita, il rapporto debito-PIL nel breve periodo è aumentato, e nel lungo si ridurrà ancora. Il peggioramento nella sostenibilità del debito pubblico italiano diventerà molto più chiaro il prossimo anno, quando avremo più dati statistici sugli effetti calamitosi dell’austerità.

Grazie all’apparenza di affrontare la crisi in Italia, Monti è stato in grado di costruire un consenso chiaro più tra alcuni politici che tra la gente. Avrebbe potuto mantenere il potere per emanare un reale cambiamento ma così non è stato. Certa classe politica italiana è stata opportunista nel volteggiare come un avvoltoio che aspettava il momento di colpire. Solo alcuni gruppi politici hanno puntato il dito contro Monti fin dall’inizio, tra cui Di Pietro e Vendola. Lo stesso Bersani oggi si smarca, per affermare la leggittimità della sua premiership. Nulla toglie che questi ultimi tre politici restino dei fedeli europeisti. Gli unici in grado, con il neonato Movimento arancione, di fronteggiare uniti il centro-destra e la squadra degli antieuropeisti reali capeggiati da  Beppe Grillo, la Lega e Berlusconi.

Poi c’è il dilemma di come fronteggiare Angela Merkel, l’uomo più potente del pianeta, dopo Barack Obama, s’intende.

Frau Merkel attende che anche il nuovo esecutivo sia ai suoi comandi. Forse farebbe bene a difendersi nella prossima campagna elettorale. La sua riconferma del cancellierato non è certa per la terza volta consecutiva. Sta di fatto che il nuovo premier non potrà solo ossequiare la cancelliera, come ha fatto Monti. Un confronto sui temi delicati della crescita e sugli strumenti per evitare di deprimere ulteriormente l’economia italiana passa anche da una presa di coscienza della signora Merkel.

La vecchia convenzione che Mario Monti sia il riformatore di cui l’Italia ha bisogno non si basa sulla realtà.
L’Italia ha bisogno di un governo con una solida legittimità democratica nella forma di un voto a maggioranza popolare. Questo governo potrebbe avere più forza per perseguire il tipo di riforme strutturali che l’Italia ha urgente bisogno per rilanciare la crescita  perché questo è il vero problema, piuttosto che quello del debito e la riduzione del disavanzo. Le manovre montiane anche in questo hanno fallito e le innumerevoli tasse imposte soprattutto alle classi sociali meno abbienti non sono state accompagnate da un aumento dei consumi.

Chi oggi si appresta a salire sul “cavallo di Troia” del tecnocrate Monti, cercando di tirarlo per il bavero a presiedere il futuro governo dell’Italia, farebbe bene a non nascondersi dietro gli scudi. Casini, parte del Popolo delle Libertà e il neofita Montezemolo (stipendiato con circa 6 milioni di euro annui) farebbero bene a metterci la faccia. Molti esponenti del centro-destra pensano che la copertura del generale Monti possa garantire loro l’espropriazione (meglio chiamarla così che “riconferma”) del seggio parlamentare (illegittima in termini di moralità per molti degli attuali deputati secondo il giudizio di molta gente), nonostante siano inguardabili. Meglio indossare la maschera di Monti piuttosto che farsi riconoscere.

Dire basta a Mario Monti

La meritocrazia e la rimozione del concetto di equita’

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La meritocrazia e la rimozione del concetto di equità

La questione del merito è diventata centrale nel dibattito politico-elettorale del nostro Paese. Creare una nuova sinistra non richiede solo di «rottamare» alcuni dei politici come vorrebbero in molti, ma anche alcune vecchie idee. Il segretario del Partito Democratico ha risposto “va bene più meritocrazia, ma anche più eguaglianza”.

Quanti di noi sono disposti ad accettare una ‘società dei migliori’ che ci escluda? Cosa accade quando qualcuno ha i requisiti minimi, ma ci viene preferito dal valutatore per qualche criterio che non comprendiamo o, peggio, non condividiamo (e spesso non condividiamo proprio perché ci danneggia)? Siamo disposti ad accettare il giudizio sul merito anche quando quel giudizio ci esclude?

Siamo tutti concordi nel volere una società basata sul merito, ma – oltre gli slogan – c’è il rischio che, in nome di un merito retorico e salvifico, invocato ma non declinato, finiremo per costruire una società di tutti uguali e di inevitabili perdenti che ‘non-se-lo-meritano’, smarrendo in noi, e nei nostri figli, la scoperta dell’originalità, della diversità, dei talenti e delle inclinazioni.

Si pone il problema di individuare criteri di valutazione del merito condivisibili e condivisi (anche quando si perde).

Appare subito evidente come ogni sistema di corruzione, da quello clientelare su piccola scala a quello di stampo mafioso, va in aperta contraddizione con l’idea di società meritocratica. Anche ove vi siano delle ottime condizioni di mobilità sociale, la presenza di una rete criminale (molto spesso strutturale e istituzionalizzata) vanifica ogni tentativo di perseguire il “merito”.

Nel nome del “merito”, non bisogna tuttavia giustificare un sistema economico che – controllato da pochi vertici, spesso i padri di ‘chi ce l’ha fatta’ – non ha intenzione alcuna di creare le basi affinché ciascun individuo venga assorbito nel mercato del lavoro e ricopra il ruolo che maggiormente si confà alla propria attitudine e capacità. Tutti gli individui devono essere messi in condizioni di “equità” nell’individuazione dei soggetti meritevoli. L’equità sociale permette a chiunque, fino di notaio o di operaio, di proporsi per lo stesso posto di lavoro. Non esiste il riconoscimento del merito se non c’è equità, permettendo anche alle classi meno abbienti di “istruire” i propri figli. Senza questo presupposto, la meritocrazia sarà un gioco delle parti ricche della società. L’affossamento dei finanziamenti alla cultura e l’attentato al sistema di istruzione pubblica generano l’esistenza di un monopolio con barriere d’accesso al merito.

Come è organizzata la società meritocratica? In classi sociali. Peggio: in caste. Da una parte stanno intelligenti, arroganti, competitivi; dall’altra stupidi, demoralizzati, umiliati. I valori che la reggono? Competitività e aggressività. A svantaggio di gentilezza, coraggio, creatività, sensibilità, simpatia, tolleranza, solidarietà. La posizione meritocratica condurrebbe addirittura a matrimoni tra persone geniali con un alto quoziente intellettivo.

La coesione sociale di una Nazione è ampiamente determinata dalla equa distribuzione – anche direttamente o indirettamente monetaria – della sua ricchezza. Equità non significa egualitarismo, ma contemporanea capacità di prevenire e sostenere i bisogni, da un lato, e di premiare i meriti, dall’altro. Ogni distribuzione presuppone inesorabilmente una adeguata produzione di ricchezza. Il merito è dunque la risultante di due componenti: il talento che ciascuno ottiene dalla lotteria naturale e l’impegno profuso dal soggetto nello svolgimento di attività o mansioni varie.

Ben diverso è il giudizio nei confronti della meritorietà che è il principio di organizzazione sociale basato sul “criterio del merito” e non già del “potere del merito”. È certo giusto che chi merita di più ottenga di più, ma non tanto da porlo in grado di disegnare regole del gioco – economico e/o politico – capaci poi di avvantaggiarlo. Si tratta cioè di evitare che le differenze di ricchezza associata al merito si traducano in differenze di potere decisionale.

Prendiamo l’istruzione. Se dobbiamo selezionare i migliori dobbiamo basarci sul titolo di studio e sul voto. Ma quando cresce l’offerta di lavoratori con lo stesso titolo di studio, la domanda dovrà selezionare sulla base di titoli aggiuntivi, generando inflazione da titoli. Un maggior grado di istruzione cresce in valore se decresce il numero di quelli che lo posseggono e diventa un ‘bene posizionale’. La corsa ai titoli di studio genera ‘scarsità sociale’: più sono i titoli mediamente posseduti da una popolazione di aspiranti candidati a un ruolo, minore è la chance di ottenere il ruolo cui si aspira. È qui che la questione del merito cessa di essere facile retorica e diventa un problema serio di meccanismo di selezione.

Quella contro i concorsi universitari truccati può sembrare una battaglia di retroguardia. Alcuni sostengono che il vero problema sia la cronica mancanza di finanziamento della ricerca scientifica e che sia quindi fuorviante sollevare uno scandalo ogni volta che si assiste alla manipolazione di un concorso, perché il clamore distrae da cause più importanti per cui lottare.

È vero, per rilanciare l’università ci vogliono più risorse. Ma i contribuenti non sono disposti a finanziare una istituzione che ancora troppo spesso serve a sistemare parenti e amici, piuttosto che a produrre ricerca per il benessere e lo sviluppo del paese. La trasparenza dei concorsi rischia di peggiorare con la riforma Gelmini.

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Permettendosi di rinviare l’ingresso nel lavoro a forza di sommare titoli si alimenta diseguaglianza e l’equazione aristocrazia-plutocrazia; viene meno l’offerta di lavoratori per occupazioni con ‘conoscenza tacita’ non misurabile (specie nei servizi, nell’artigianato, nei beni culturali ecc.); la concorrenza per il merito genera standardizzazione dei percorsi formativi e dei curriculum, un esercito di uguali in concorrenza.

L’apartheid del lavoro, oltre a essere ingiusto, ha distrutto la produttività, perché il precario bravo raramente riceve dalle imprese gli investimenti in formazione e in sviluppo professionale, che alla fine ci rimettono in produttività. E l’immettere ogni anno molto meno studenti eccellenti (un terzo) delle società nordeuropee con scuole capaci di seguire i più lenti ma anche di valorizzare i più bravi, non creerà la classe dirigente per fare ripartire l’economia del nuovo millennio.

La competizione va bene per i vertici della politica e della economia, ma se estesa alle masse dei lavoratori e degli studenti può portare, per esempio, a licenziamenti di massa e alla perdita del «diritto allo studio». Ne deriva che l’unico modo efficace per ridurre la diseguaglianza è quello di ridistribuire la ricchezza dai ricchi ai poveri.

Obiettivo condiviso è quello di sostenere, anche attraverso la riforma degli assetti contrattuali, lo sviluppo economico, la crescita della occupazione e l’incremento delle retribuzioni. È certo giusto che chi merita di più ottenga di più, ma non tanto da porlo in grado di disegnare regole del gioco – economico e/o politico – capaci poi di avvantaggiarlo. Si tratta cioè di evitare che le differenze di ricchezza associata al merito si traducano in differenze di potere decisionale. Non è bensì accettabile che tutti gli uomini vengano trattati egualmente – come vorrebbe l’egualitarismo. Tutti però devono essere trattati come eguali, il che è quanto la meritocrazia non garantisce affatto. In altro modo, mentre la meritrocrazia invoca il principio del merito nella fase della distribuzione della ricchezza, cioè post-factum, la meritorietà si perita di applicarlo anche nella fase della produzione della ricchezza, mirando ad assicurare l’eguaglianza delle capacità. Il riconoscimento della meritorietà e dell’equità sociale in tutti i settori del lavoro sarà essenziale per governare un Paese fermo da 25 anni.

La meritocrazia e la rimozione del concetto di equita’

LA FUGA DEGLI ONESTI

LA MORTE DELL’ONESTÀ

Per una serie di ragioni, le persone non sempre rispettano la verità quando parlano. Alcuni dei motivi sono giustificabili, come le considerazioni umanitarie: ad esempio, la disinformazione circa la sorte di una famiglia nascosta durante l’occupazione nazista dell’Europa era un inganno onorevole e coraggioso.

L’onestà non è una virtù morale completamente liberata che esige una rigorosa fedeltà in ogni momento. Ci sono circostanze, in diplomazia, pericolose per la vita che a volte richiedono un allontanamento dalla verità. I politici, per esempio, faticano particolarmente a dire la verità in modo coerente. Forse questo è perché, come George Orwell osservò una volta, la funzione stessa del discorso politico è quello di nascondere, ammorbidire, o travisare le verità difficili. Orwell era chiaramente scettico. In “La politica e la lingua inglese” scrisse: “Il linguaggio politichese, con opportune variazioni di questo o quel partito, è vero per tutti i partiti politici, dai conservatori agli anarchici – esso è progettato per rendere veritiere le bugie e far sembrare l’omicidio rispettabile, e per dare l’aspetto di solidità al vento.”

Anche se in questo caso lo stesso Orwell potrebbe essere stato colpevole di esagerazione, la sua affermazione non può essere totalmente respinta. Sarebbe ingenuo (o cinico) per chiunque nel mondo di oggi restare scioccato ogni volta che un uomo politico cerca di nascondere la verità al pubblico. Per i cittadini normali, tenere il passo con la cronaca quotidiana è un processo costante di speculare su ciò che i politici intendono davvero con quello che hanno detto e quello che realmente credono. Certamente non significa prendere quello che ognuno di loro dice per oro colato.

Eppure, riconoscere che l’onestà non è uno standard assoluto richiesto per ogni circostanza della vita, e che possiamo aspettarci una certa quantità di inganno anche dalle nostre rispettabili figure pubbliche non vuol dire che la virtù dell’onestà può essere ignorata impunemente. Un intento di base per essere sinceri, insieme al presupposto che le persone possono generalmente provarci, è richiesto per tutte le operazioni che si ritengono civili.

Nessuna civiltà può tollerare una aspettativa fissa di comunicazioni disoneste senza provocare un crollo nella fiducia reciproca. Tutti i rapporti umani si fondono sulla fiducia con coloro che adottano la verità alla base delle relazioni. L’onestà costruisce e consolida un rapporto di fiducia e le violazioni di troppi all’onestà può corrodere i rapporti. Relazioni, amicizie, famiglia, lavoro, tutti soffrono ogni volta che la disonestà viene alla luce. La ragione principale per cui nessuno vuole essere conosciuto come un bugiardo è che le persone evitano i bugiardi perché non ci si può fidare di loro.

I Romani consideravano la dea Veritas  la “madre della virtù”; Confucio considerava l’onestà la fonte essenziale di amore, di comunicazione, e l’equità tra le persone, e, naturalmente, il Vecchio Testamento della Bibbia vieta la falsa testimonianza.

Ci può essere la percezione in molti settori chiave della vita contemporanea, diritto, economia, politica, tra gli altri, che l’onestà è un atteggiamento ingenuo e sciocco, un modo “perdente” di operare. Tale percezione è praticamente un mandato per una personale disonestà e una concessione alla sfiducia interpersonale.

Il nostro grave problema oggi non è semplicemente che molte persone sono abituate a dire bugie. Le persone si sono allontanate dalla verità per un motivo o per un altro. Il problema ora è che ci sembra di raggiungere un punto di ribaltamento in cui un impegno essenziale per la verità non sembra più essere assunto nella nostra società.

Quali sono i segni di questo nella società contemporanea?  Sulla carta stampata, nelle trasmissioni televisive e sui siti di notizie online, il giornalismo ha perso credibilità con gran parte del pubblico nei pregiudizi percepiti nel rappresentare i fatti. Negli affari civili, il discorso politico non è più considerato una fonte  affidabile di informazioni.  In un tale contesto, i fatti possono essere manipolati o costituiti al servizio di un interesse predeterminato, non presentati in modo preciso e poi esaminati in buona fede. Ciò è preoccupante, perché i leader impostano le loro comunicazioni in tutta la sfera pubblica.

Insegnare l’onestà non è più una priorità nelle nostre scuole.

Più preoccupante di tutti è che l’onestà non è più una priorità in molti dei contesti in cui vengono educati i giovani. Il futuro di ogni società dipende dallo sviluppo del carattere dei suoi giovani. È nei primi anni di vita e nei primi due decenni in particolare, quando le virtù fondamentali diventano parte integrante dei caratteri acquisiti. Anche se le persone possono imparare, crescere, e modificare se stessi a qualsiasi età, questo tipo di apprendimento diventa sempre più difficile in quanto le abitudini si consolidano nel tempo. L’onestà è un ottimo esempio di virtù che diventa abituale nel corso degli anni se praticata in modo coerente, e lo stesso si può dire della disonestà.

L’onestà è la virtù più strettamente legata alla missione accademica di ogni scuola. In materia di “integrità accademica”, le scuole hanno la responsabilità primaria di trasmettere agli studenti l’importanza dell’onestà come virtù pratica ed etica. Purtroppo, molte delle nostre scuole oggi mancano di tale responsabilità.

Di tutte le cose che possono lacerare profondamente il tessuto morale di una scuola, barare è tra le più dannose, perché getta in dubbio la fedeltà della scuola alla verità e alla correttezza.

Per gli educatori, cercare l’opportunità di aiutare gli studenti a imparare dai propri errori, è materiale su cui lavorare.

Eppure molti insegnanti, al fine di evitare azioni legali e di contesa con l’altro versante, guarda dall’altra parte se i loro studenti copiano le risposte degli esercizi o la traduzione delle versioni. Incredibilmente, alcuni insegnanti in realtà hanno incoraggiato gli studenti a barare.

È praticamente impossibile trovare una scuola che tratta l’integrità accademica come una questione morale. Si nota una mancanza di interesse palpabile tra docenti e personale nel discutere il significato morale di barare con gli studenti. Il problema qui è la bassa priorità di onestà nella nostra agenda per la scuola in modo specifico e all’educazione dei figli in generale.

Negli anni passati, non c’era molta esitazione nella nostra società su come utilizzare un linguaggio morale per insegnare ai bambini le virtù essenziali tra cui l’onestà. Per noi, oggi, può essere uno shock culturale sfogliare le vecchie edizioni di McGuffey Readers, usate in molte scuole americane fino alla metà del XX secolo, per vedere come facilmente gli educatori una volta impegnavano il tempo a inequivocabili lezioni di morale agli studenti. Oggi, quando barare è considerato da alcuni insegnanti una risposta scusabile per un incarico difficile, o addirittura una forma di pro-attività sociale, la nostra società rischia un futuro di intorpidimento morale provocato da un calo di onestà e di tutte le virtù che contano su di essa. Si avverte la mancanza di coltivare la virtù nei cittadini: ciò può essere una minaccia letale per qualsiasi democrazia.

William Damon

LA FUGA DEGLI ONESTI