Cosa cerchi in un libro per la spiaggia?

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Il tuo libro non dovrà essere troppo lungo né avere una copertina cartonata e troppo lucida per le tue mani unte di olio solare o cadrà a faccia in giù nella sabbia. Questo libro dovrà essere abbastanza maltrattabile, senza che risulti troppo debole nell’incollatura del dorso perché non si disintegri prima di leggerlo.

Ancora più importante, il soggetto non può essere troppo cupo. Abbiamo bisogno di qualcosa che ti faccia immergere nella storia mentre stai strizzando un occhio contro il sole e il tuo cappello non copre abbastanza i tuoi occhi e sostieni il libro con il gomito sospeso, indolenzito e appiccicoso di sudore. La tua attenzione è facilmente distratta da una partita di pallavolo nelle vicinanze mentre, in vicinanza, conversazioni vagano, passando e svanendo; da un uomo dagli occhi tristi che arranca verso di te con perline colorate o custodie per telefoni cellulari che insiste per dargli almeno un euro. Gli schiamazzi dei bambini sulla battigia e un elicottero che sorvola la spiaggia. Quindi è necessario che i personaggi del tuo libro siano facilmente riconoscibili e abbastanza diversi per essere interessanti; i punti di vista devono essere chiari e stimolanti abbastanza per tenerti sveglio, ma non troppo allarmato; un ambiente che sia facilmente accessibile e, preferibilmente, attraente, e una trama avvincente.

Se sei un turista, nella lettura di un libro in una spiaggia turistica, la realtà e la finzione si fondono in una nebbia di piacere di festa, animate dal brivido di nuove esperienze e linee di profumi locali. Nei tuoi sogni e nelle tue sieste, due mondi si fondono in una dimensione che non è né reale né del tutto immaginaria.

Come può fare uno scrittore fornire per te?

Le vacanze si prestano meravigliosamente alla narrativa. Quando uno scrittore va con te in vacanza, è come se uno spettacolo speciale da sfruttare sia stato messo in scena per te. L’impostazione è ben delineata, una spiaggia con le palme sullo sfondo; un ristorante illuminato da una pista da ballo; una strada costiera tortuosa, coperta di fiori con le scogliere su un lato, e l’abisso dall’altro. Ma a volte c’è veleno nel paradiso – fatiscenti alberghi e black-out; squali e pirati; omicidi e colate di cemento…

Le vacanze hanno una struttura che rende facile la presa, e sono state utilizzate da molti scrittori per descrivere un numero infinito di crimini nei romanzi. L’inizio è l’arrivo; il lettore prende familiarità con la posizione, allo stesso ritmo rilassato come i personaggi di fantasia, ma nella seconda settimana o negli ultimi giorni diventa più urgente estrarre ogni goccia di piacere e di interesse da parte del viaggio. È facile stabilire la base sicura di una routine quotidiana e costruire un mondo fantastico – una festa, una tempesta, anche la luna piena ci sarà, perché ciò sarebbe passato inosservato nella normale vita quotidiana. Poi, se tutto va bene, il ritorno a casa potrebbe avere un senso di realizzazione o se sono state sollevati dei dubbi, un senso di disillusione. O non ci sarà alcun ritorno a casa…

Lo scrittore può giocare con i suoi personaggi perché diventino i compagni dei tuoi giorni sulla spiaggia o sul bordo di una piscina. È meglio non resistere alla tentazione di terminare la lettura perché diventi irresistibile godere di un bel mare innocente quando tanto sangue si è versato nel tuo thriller. Ciò ti appaga e rappresenta l’estasi di giornata troppo calda. Una birra gelata o una fetta di anguria coronano la soddisfazione di conoscere finalmente l’assassino, quel personaggio che non avresti mai sospettato.

Lo scrittore può mantenere il vero mondo come fanno i bambini con la costruzione di un castello di sabbia o, in mancanza di un aquilone da far volare, serve come mezzo di caratterizzazione per la tua vacanza. Ma (a parte i bambini) ciò che si vede non è quello che si ottiene: le vacanze sono il mondo falso ed effimero di qualche giorno dove tutto e tutte le storie e i patemi d’animo sono nascosti, dove un costume da bagno dà il via a un minor numero di indizi di classe, professione o il gusto di un abbigliamento che normalmente avresti privilegiato. In vacanza si incontrano persone che nel mondo reale non avresti voluto incontrare e ti innamori stupidamente, dai via il tuo cuore troppo e troppo presto perché vorresti recuperare la tua vita in un quadro limitato di tempo. Agisci senza inibizioni; metti a nudo la tua anima dopo aver fatto l’ipotesi che probabilmente mai più incontrerai quella persona di nuovo. Poi accade qualcosa – un crimine, un disastro, un incidente, o forse il tempo cambia. Reagisci, affronti la situazione o forse non fai nulla, sopravvivi o torni al tuo libro dove tragicamente qualcuno muore.

Nel frattempo la gente del posto ti guarda, ma tu non te ne curi perché la trama del tuo thriller continua…

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Cosa cerchi in un libro per la spiaggia?

Leggere meno americano e più orientale non nuoce alla salute

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Un buon libro può superare molte barriere nella sua ricerca di trovare un pubblico, ma l’Oceano Pacifico, a quanto pare, è uno sbarramento troppo forte. Questo è il caso della letteratura giapponese, ma anche della cinese e di quella coreana che sfidano le differenze di lingua, cultura, e di politica per raggiungere i lettori in tutta l’Asia, ma devono ancora trovare un approdo stabile e duraturo in Europa, fatta eccezione della Francia dove hanno diversi seguaci.

Gli esperti indicano che l’apertura mentale dei giovani è un fattore di risposta alla domanda del perché, nonostante ci siano degli autori orientali che hanno un buon seguito da noi, come Murakami Haruki, il tedoforo degli autori giapponesi in Occidente e, ma solo in parte, di Yoshimoto Banana, non c’è traccia nelle classifiche di autori dell’Estremo Oriente e non c’è segno di pubblicazioni di un numero consistente di nuovi autori asiatici. Nonostante le tradizionali rivalità tra Corea, Giappone e Cina, i giovani di quei Paesi hanno superato le distanze ed è interessante scoprire come, per esempio, i giovani sud-coreani vogliano capire meglio gli stili di vita e la cultura giapponesi leggendo moltissima narrativa proveniente dal Giappone, lasciando comprendere come la letteratura sia separata dalle dispute politiche tra il Giappone e la Corea del Sud. Anche in Cina, i cinesi più giovani si identificano con il cuore della società giapponese che i loro autori descrivono. Grazie a questo, centinaia di romanzi giapponesi sono pubblicati annualmente in Corea del Sud, e ancora di più lo sono in Cina.

Gli Stati Uniti e l’Europa hanno anche diversi giovani che leggono autori giapponesi e cinesi, ma il numero è sensibilmente più basso. Questo solleva una questione: se i cittadini cinesi e coreani possono guardare oltre le loro differenze per leggere romanzi giapponesi, qual è il freno che impedisce una reale diffusione della cultura dell’Estremo Oriente tramite la letteratura nei paesi occidentali?

Gli Stati Uniti fanno un caso a sé perché notoriamente solo il 3% dei libri pubblicati sono di autori che non parlano la lingua inglese. Tuttavia, non è del tutto colpa del lettore. La gente legge la letteratura straniera quando è disponibile, come il caso già citato di  Murakami Haruki, ma la realtà è che vi è la quasi totale volontà, da parte degli editori più grandi, di non tradurre la letteratura, determinando anche nel lettore una certa diffidenza nel leggere quel po’ di letteratura in traduzione in circolazione.

Ci sono anche delle difficoltà che gli editori devono affrontare nella pubblicazione di letteratura straniera e di certo non sono sempre facili. Gli americani di lingua inglese non sanno rinunciare ai loro scrittori, benché la tradizione e la qualità culturale americana non possa essere paragonabile a quella europea (in particolare alla russa e a quello dell’Inghilterra). Tuttavia, è un peccato rinunciare a tanti libri incredibili di scrittori di lingua non inglese che sono scritti in altre parti del mondo. A maggior ragione, anche in Europa è imbarazzante che la Corea del Sud, un paese che ha una tradizione culturale immensa, come il Giappone e la Cina, abbia solo una sparuta rappresentanza. Non dimentichiamo che diversi romanzi di famosi e apprezzati scrittori coreani e giapponesi sono stati tradotti dal francese o dall’inglese, con il risultato di confezionare dei prodotti che non corrispondono alla lingua originale, impedendo di trasmettere al lettore occidentale il nocciolo stesso della cultura.

Purtroppo, le fortune crescenti dei libri provenienti dagli Stati Uniti coincidono all’estero con l’ascesa della cultura pop americana in generale, ma devono anche essere in parte attribuite a una forte imposizione della narrativa commerciale (e le competenze editoriali si sono evolute per servire questi libri) che, fino a poco tempo fa, semplicemente non esistevano in molti altri paesi. È così per la narrativa, è così per il cinema: dagli Stati Uniti arriva qualsiasi cosa purché sia legato a un successo commerciale. Qualsiasi libro potrebbe essere migliore o peggiore nel complesso, ma c’è un certo livello di approfondimento culturale, di introspezione, di spessore linguistico da cui non si può prescindere che spesso nella narrativa americana non è rispettato. Le letterature dei paesi più lontani che hanno tratto la linfa da culture diverse da quella europea potrebbero rendere migliore la vita non solo dei lettori ma della nostra frenetica società occidentale.

Leggere meno americano e più orientale non nuoce alla salute

Dalla cultura spazzatura alla cultura nella spazzatura

Dalla cultura spazzatura alla cultura nella spazzatura

NEWS_84954I ragazzi britannici sono tutti i giorni avvelenati da una “cultura spazzatura” che comprende cibo adulterato, videogiochi e un’educazione che gli impone di essere sempre in competizione l’uno con l’altro.

In una lettera aperta al Daily Telegraph 11 insegnanti, psicologi e autori di libri per ragazzi — fra cui l’acclamato scrittore Philip Pulmman e Penelope Leach, un’esperta di problemi adolescenziali — hanno lanciato un appello perché il governo agisca immediatamente per impedire che i più giovani possano morire.

Costretti “a comportarsi e vestirsi come dei mini-adulti”, i ragazzi stanno diventando sempre più depressi e presentano sempre più problemi di sviluppo fisico e crescita caratteriale precoce, dicono.

“Quando il cervello dei ragazzi è ancora in fase di sviluppo non si possono ancora comportarsi come adulti già cresciuti, e adattarsi agli effetti del rapido cambiamento tecnologico e culturale”, si dice nella lettera.

“Hanno bisogno di quello di cui gli esseri umani in fase di crescita hanno sempre avuto bisogno: di cibo vero (e non il cibo “spazzatura”), di giochi veri (e non giochi sedentari davanti ad uno schermo), di provare le prime esperienze che gli riserva il mondo in cui vivono e avere un’interazione normale con gli adulti reali che fanno parte delle loro vite”.

La lettera è stata resa pubblica da Sue Palmer, una ex preside e autrice di un libro che si intitola “Adolescenza tossica”, e dal Dottor Richard House, un professore universitario del Research Centre for Therapeutic Education alla Roehampton University di Londra.

“Lo sviluppo degli adolescenti è influenzato in maniera drastica dal mondo in cui crescono . E’ scioccante”, ha detto Palmer al Daily Telegraph.

“Il processo di crescita fisica e psicologica di un ragazzo non può essere accelerato. Deve seguire i suoi tempi biologici, non una velocità elettrica. L’adolescenza non è una corsa contro il tempo”.

Gli esperti hanno condannato il sistema educativo britannico che sta diventando sempre più un sistema in cui un adolescente è “spinto da un obiettivo” e ha lanciato un appello al governo perché riconosca che i ragazzi hanno bisogno di più tempo e spazio per crescere, esigendo con urgenza un dibattito pubblico sull’educazione degli adolescenti nel 21esimo secolo.

La premiata autrice di libri per ragazzi Michael Morpurgo ha denunciato un effetto “goccia dopo goccia dopo goccia” che sta uccidendo i giovani, che sono soggetti ad una forte pressione in ambito universitario e al bombardamento di un mercato ossessivo.

“Si sta gradualmente diffondendo come un veleno nella cultura. C’è sempre meno spazio per la lettura, per i sogni, per il teatro, per l’arte o semplicemente per giocare”, ha detto alla Bbc radio.

Dalla “cultura spazzatura” alla cultura nella spazzatura il passo è breve.

A Bari, centinaia di volumi, appartenuti ad un uomo deceduto pochi giorni prima, sono stati buttati in un cassonetto davanti ad una libreria. Ma gli amanti della lettura non si perdono d’animo e li raccolgono. Un doppio sfregio: buttare nella spazzatura (e nemmeno in quella differenziata) centinaia di libri appartenuti ad una persona, defunta pochi giorni prima, che evidentemente amava assai la lettura. E poi addirittura buttarli in un cassonetto a due passi dal maxistore Feltrinelli. È accaduto nel centro di Bari dove l’ingombrante patrimonio di volumi è stato così “smaltito”. Ma a quest’atto la gente, per lo più gli avventori della libreria, hanno risposto con un gesto d’amore verso i libri, ovvero rovistando letteralmente nei cassonetti.

Dalla cultura spazzatura alla cultura nella spazzatura

Rabbia, ribellione, rivoluzione nell’Italia di oggi

RIBELLIONE

 

Rabbia, ribellione, rivoluzione nell’Italia di oggi

L’ordine del mondo è sempre stato il risultato di varie tensioni, idealmente seguiti da accordi. Oscar Wilde sosteneva: “La disobbedienza, agli occhi di chiunque abbia letto la storia, è la virtù originaria dell’uomo. È attraverso la disobbedienza che i progressi si compiono, attraverso la disobbedienza e attraverso la ribellione».(L’anima dell’uomo sotto il socialismo, 1891). Forme di opposizione possono variare da quelle estremamente violente, come le guerre civili e le rivoluzioni, alle manifestazioni più tranquille di resistenza. La legittimazione del potere è in gioco ogni volta che un sistema politico o sociale è messo in discussione. Spesso la retorica della ribellione si basa sulla suddivisione in “noi” e “loro”. In molti casi il problema è stato risolto con successo dai negoziati, mentre in altri casi sono seguono scontri tra i due gruppi.

Gli ultimi anni hanno dimostrato che, indipendentemente da vari tentativi di evitare i conflitti, sia per gli Stati sia per le organizzazioni internazionali, l’opposizione è sempre coinvolta con i rapporti di potere che sono sfidati attraverso lo sforzo individuale o collettivo. Al giorno d’oggi, il mondo si trova ad affrontare gravi crisi e così si assiste sia a forme violente sia alla protesta non violenta. Martin Luther King ha riconosciuto l’importanza di entrambi. Anche se lui stesso ha privilegiato la resistenza non violenta, come diceva: “Una rivolta è la lingua dell’inaudito” (discorso tenuto a Birmingham, Alabama il 31 dicembre 1963).

Le varie definizioni di ribellioni e rivoluzioni sia in contesti letterari sia culturali sono elencate sinteticamente:

– Sfida alle autorità e ai funzionari
– Protesta contro i regimi e i sistemi totalitari
– Protesta individuale e sociale
– Disobbedienza civile
– Il terrorismo come strumento politico e ideologico
– ribellione (post) coloniale
– Visioni utopistiche e distopiche
– L’anarchismo come una forma di ribellione
– L’Occupy Movement
– L’anti-globalizzazione / movimento alter-global
– Il gap generazionale, i giovani nella (sub) cultura e la lotta per l’identità
– Le rivoluzioni sessuali
– Il femminismo
– I figli della rivoluzione
– La copertura mediatica della rivoluzione
– I media come strumento di rivoluzione

La disobbedienza civile è il rifiuto da parte di un gruppo di cittadini organizzati di obbedire a una legge giudicata iniqua, attuato attraverso pubbliche manifestazioni. La locuzione (civil disobedience) fu introdotta nel 19° sec., negli USA, dallo scrittore e filosofo H. D. Thoreau, imprigionato per essersi rifiutato di pagare le tasse legate alla guerra contro il Messico. La d. acquistò risonanza politica in India con il movimento di resistenza passiva proclamato su ispirazione di Gandhi dal comitato del congresso panindiano di Delhi (1921); iniziato con la salt tax protest march (marcia dall’interno alla costa per procurarsi il sale contro il monopolio britannico), ebbe fasi sempre più acute (nel 1930 fu estesa a ogni attività in rapporto col governo) e fu rilevante nel processo d’indipendenza dell’India.

Negli anni 1960 la d. ebbe diffusione negli USA a opera del movimento per i diritti civili promosso da M. L. King contro la discriminazione razziale. Anche la guerra del Vietnam portò a un vasto movimento di d. da parte dei giovani che si rifiutavano di ottemperare all’obbligo del servizio di leva.

In Italia, dopo il riconoscimento dell’obiezione di coscienza al servizio militare (1972), campagne di d. sono state condotte soprattutto dal Partito radicale (su temi come la liberalizzazione dell’aborto e delle droghe leggere) e dal movimento pacifista.

Oggi, la protesta individuale e sociale, come non mai, ha raggiunto elevati livelli. Si continua a vagheggiare una Politica (con la “P” maiuscola) in grado di risolvere i problemi senza chiedersi più seriamente quali siano le cause che hanno condotto alle “inevitabili” forme di protesta cui stiamo assistendo.

Basterebbe una politica con la p minuscola, purché ci fosse. Il problema invece è proprio questo: in Italia veniamo da un lungo periodo di latitanza della politica. E la politica altro non è che la capacità di scegliere, di decidere e di assumersene le responsabilità.

Le proteste e le contestazioni sono, innanzitutto, la reazione a questo vuoto o a una politica vissuta come rendita di posizione, quando non come arricchimento personale, e quindi del tutto fine a se stessa. In questa chiave le proteste, la disaffezione, i “grillismi” non vanno demonizzati né minimizzati, ma compresi nelle loro origini e cause scatenanti. Con serietà, umiltà e senza confondere cause con effetti. Perché se è vero che non si devono trasformare le vittime in carnefici, non si devono neppure scambiare i carnefici per vittime, come qualcuno invece, in modo miope e irresponsabile, ha fatto, per esempio, dopo l’attentato di piazza Montecitorio.

Ma una volta analizzati e valutati, i fenomeni di contestazione e le proteste richiedono risposte. E queste le può dare solo la politica. Piuttosto un appello forte e realista alle classi dirigenti. Se non si danno risposte alla domanda di lavoro e di redistribuzione dei redditi che cresce nella società, si rischia di innescare spirali di protesta distruttiva. Il problema è: c’è oggi una politica capace non solo di ascoltare parole come queste ma anche di tradurle in risposte? La sfida che, non solo l’Italia ma l’Europa, hanno di fronte nel prossimo futuro è proprio questa.

Rabbia, ribellione, rivoluzione nell’Italia di oggi

Annus horribilis 2013

Annus horribilis 2013: mille anni dopo.

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I grattacieli svettano nell’atmosfera e sulle persone che si riparano le teste con gli ombrelli pubblicitari. Abitiamo la metropoli di venti milioni di cittadini da centotrenta anni, ma le medicine e i trapianti ci lasciano ben sperare in una lunga vita. In un parco invaso dai canguri nani, c’è posto anche per un cimitero, forse l’ultimo rimasto prima della legge sulla cremazione obbligatoria. Croci smunte fanno ombra a steli sconnessi. Eppure si leggono ancora alcune iscrizioni sulle lapidi, dove immagini e ricordi di altri nomi si sono spenti dopo un’incommensurabile esistenza. Era gente del XXI secolo, più di mille anni fa, che appartenevano al peggiore periodo della storia dell’uomo. Uomini senza speranza, il cui scopo era uscire dall’oblio di corruzione politica e dal narcisismo di altri uomini che si erano incarnati nei fautori del destino. Il Museo della Democrazia custodisce l’antica carta costituzionale prima che venisse superata da epoche ormai lontane. I soccorritori della Moralità e dell’Etica l’hanno recuperata durante gli scavi della settantesima linea della metropolitana. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Poche righe scolorite impresse sulla carta, per diritti ormai acquisiti da secoli nella nostra civiltà. Possibile che, un tempo, si rimarcasse la necessità di un lavoro quando oggi non c’è uomo senza lavoro e lavoro senza uomo? Come avranno vissuto quelle donne e quegli uomini nell’oscurantismo? Nulla è rimasto dopo la Grande Rigenerazione. Nomi svaniti nel nulla, potenti dimenticati dalle pagine della storia: gente morta per sempre.

Annus horribilis 2013

Gli attuali politici sono vecchi e i giovani incalzano

Gli attuali politici sono vecchi e i giovani incalzano

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Siamo diventati vecchi perché il pessimismo fa terra bruciata, siamo diventati vecchi perché stiamo lì a incazzarci quando ci dicono che siamo vecchi, siamo diventati vecchi da quando non ci sovviene più alla mente che le comunità locali, oltre che per essere frequentate, sono fatte per essere vissute; siamo diventati vecchi perché ci siamo chiudendo in teatri per parlare alla gente mentre evitiamo il confronto della piazza, siamo diventati vecchi invecchiati perché questo non è un paese per giovani, e i vecchi rimpiamgono la rivoluzione, pur non sapendo cosa sia, siamo diventati vecchi perché ci abbiamo in testa il pensiero del nostro placement, che tutto corrisponda al nostro target, siamo diventati vecchi perché, pur conoscendo i problemi, non troviamo ancora le soluzioni.

Potremmo rimediare facendoci da parte, dando la possibilità ai giovani di provarci a cambiare questo Paese. Potremmo… se fossimo più giovani, ma siamo diventati vecchi e pensiamo a sostenere che i più anziani i più esperti … ma che chiaramente non è vero. Continuano a venderci l’idea della loro esperienza, ma non menzionano che non ne avevano quando sono stati eletti da giovani.

Da quando nessuno ascolta i giovani, anche questi fanno i capelli bianchi. Da quando non siamo più giovani, garantiamo le raccomandazioni mentre dovremmo valutare i giovani secondo il merito. Da quando non siamo più giovani, tendiamo a sbiadire dietro una scrivania e non vogliamo sentir parlare di stage, prove o progetti, nell’attesa di andare in pensione. Da quando non siamo più giovani, sogniamo un paese a misura di vecchi, ma temiano che ci saranno troppi vecchi quando saremo vecchi.

Da quando i politici sono diventati vecchi, non vogliono lasciare le poltrone o ne vogliono occupare altre.

Questi politici non hanno smesso di fare politica perché sono diventati vecchi, ma sono diventati vecchi perché hanno smesso di fare politica.

Naturalmente non possiamo cambiare il passato. Ma le enormi risorse che i giovani potranno trasmettere anche in politica, con la loro gioia di vivere, sono lì e aspettano solo di essere riconosciute.

Gli attuali politici sono vecchi e i giovani incalzano

Abbiamo bisogno della rivoluzione civile

ImmagineDai tempi di “Mani pulite“ emerge sempre più convinta nella gente la delusione per la politica. Molti giovani si tengono alla larga dalle questioni politiche, ritenendo che i politici siano il cancro della società. La forza seducente ma anche malinconica dell’antipolitica agita i sogni collettivi di chi ha visto crollare, sotto il peso dei privilegi e dei vizi dei politici, il castello di falsità e menzogne costruito a dovere dagli affabulatori della politica. La falsa politica della parola prevale sull’interlocutore, copre i propri individuali interessi facendoli apparire come interessi di tutti. Il maestro sapiente della vera antipolitica e della falsa politica è stato Silvio Berlusconi. L’ascesa, la caduta e la rinascita di questo pavido imprenditore lombardo che ha costruito dapprima il suo potere con l’aiuto del socialista Bettino Craxi, successivamente adoperando il potere concessogli dai cittadini per sdoganare le sue imprese facendone il regno della cuccagna, sono gli ingredienti della peggiore minestra che la giovane repubblica italiana abbia mangiato negli ultimi vent’anni. Berlusconi è sempre lì, circondato dai suoi nemici. Ha dimostrato che il suo partito non esiste e diventa una macchina da guerra solo quando il padre-padrone decide di spingere l’interruttore del comando. L’irrealtà dell’attuale scenario politico include un sonnacchioso Mario Monti, senatore a vita e tecnico di professione, che, non pago di aver conosciuto la fama internazionale nell’anno in cui ha presieduto il governo italiano, rinuncia alla poltrona di presidente della Repubblica per creare un partitino identico a tutti i partiti che sono nati in Italia, motivando la sua scelta come “rivoluzionaria“. Il partito di Monti si traveste di purezza ed efficienza, benché sotto la maschera si trovino la facce di Pierferdinando Casini e Gianfranco Fini. La novità delle novità del partito di Monti è dunque vecchia come il cucco. Dove sono i partiti che potrebbero garantire un vero rinnovamento politico in Italia? Dove sono gli elementi sani della società civile che potrebbero sventare l’attacco al cuore della nazione dell’antipolitica (Beppe Grillo e il suo movimento 5 stelle, Giannini e Casa Pound sono i veri maestri dell’ipocrisia e della propaganda dell’antipolitica, pur accettando di voler far parte del meccanismo elettorale attuale, emblema della politica)? Dove sono gli individui che vogliano procedere nella direzione del pensiero sovversivo, ma onesto, disinteressato, partecipe, dello scarto culturale, del coraggio intellettuale di portare anche sentimenti e amore in questa afflitta politica? Se la politica finora ha fatto ingrassare gli esponenti della casta, ora è il momento di metterla a dieta. Ci servono uomini che sappiano coltivare le passioni collettive. Non esiste più il politico, ma la politica. La politica è la società di tutti. Non esiste più il pensiero individuale, ma la sapienza del ragionamento comune. La sveglia è stata attivata: la rivoluzione civile è alle porte. Invito chiunque a non barattare la propria «ragione» con le bugiarde promesse dell’opinione televisiva e del potere.

Abbiamo bisogno della rivoluzione civile

I politici, il linguaggio e il difetto di farsi capire

orwell1I politici, il linguaggio e il difetto di farsi capire.

Un periodo di elezioni è sfortunatamente sempre un’occasione privilegiata per constatare quanto George Orwell* avesse ragione quando, concludendo il suo saggio su “La politica e la lingua inglese”, osservava che “la lingua politica – che, con delle variazioni, è comune a tutti i partiti politici, dai conservatori ai progressisti – è concepita per fare apparire verosimili le menzogne e rispettabile l’omicidio, e per dare un aspetto di solidità alle mere chiacchiere”. È vero che Orwell scriveva nel 1946, in circostanze storiche abbastanza particolari, e che un buon numero di cose ingiustificabili sembra essere diventato, da allora, senz’altro difficile da giustificare a tal punto che, a prima vista, si esiterebbe molto di più a sostenere che “il linguaggio e gli scritti politici consistono in gran parte nella difesa dell’indifendibile”. Tuttavia, non è per nulla sicuro che le cose siano cambiate a tal punto e che non abbiamo quasi sempre le stesse ragioni per pensare che, in virtù di una fatalità disperante alla quale è straordinariamente difficile resistere, la lingua politica non può “non essere costituita in gran parte da eufemismi, da vaghe petizioni di principio completamente fumose”. Nel 1946 George Orwell dunque pubblicava ”Politics and the English Language ”: si tratta di un saggio incentrato sulla corruzione della lingua inglese e il linguaggio come “strumento di espressione” in grado di esprimere, portare alla luce il proprio pensiero, e non nasconderlo o peggio, impedirlo. Il legame tra lingua, politica e pensiero è uno dei temi riccorenti nelle opere di George Orwell. Nel saggio l’autore critica in particolare la “bruttezza ” e l’imprecisione della lingua inglese a lui contemporanea. Per Orwell alla base della corruzione della lingua vi era fondamentalmente una causa di natura politica ed economica, sino a diventare essa stessa causa del declino politico e della società. George Orwell riteneva che la prosa politica fosse destinata a nascondere la verità, la corruzione, piuttosto che a esprimerla; per questo motivo il linguaggio usato doveva essere necessariamente vago e senza significato. Questo nuovo ”tipo” di prosa quasi incomprensibile, divenne una sorte di ”epidemia”, un ”contagio” che si era esteso anche a chi non aveva affatto intenzione di nascondere la verità. A tal proposito George Orwell raccomanda invece il ”Plain English”: uno stile di comunicazione chiaro, breve, privo di clichè e di gergo inutile, insomma, facile da comprendere. Lo stile ”pomposo”, poco chiaro e ricco di termini aulici, poco comuni, diviene una sorta di eufemismo: ossia una perifrasi in grado di attenuare l’asprezza di un concetto. Il grande nemico del linguaggio pulito è la falsità: quando la differenza tra il vero e gli obiettivi dichiarati si tende ad utilizzare paroloni ed idiomi esausti. Orwell suggerì quindi sei regole elementari in maniera tale da evitare il tipo di errori che espone nel saggio. Secondo Orwell per i suoi contemporanei era facile cadere nella tentazione della cattiva scrittura, usando frasi senza senso o banali. Conclude affermando quindi che il progresso della cosiddetta ”cattiva scrittura” è reversibile, offrendo perciò al lettore le sei regole suddette:

1. Mai usare una metafora, similitudine o altra figura retorica che siete soliti vedere sulla stampa.
2. Mai usare una parola lunga quando una corta va bene altrettanto.
3. Se è possibile tagliar via una parola, tagliatela sempre.
4. Mai usare il passivo quando potete usare l’attivo.
5. Mai usare una locuzione straniera, un termine scientifico, una parola di qualunque gergo se riuscite a
pensare all’equivalente in comune inglese.
6. Violare qualunque delle regole precedenti piuttosto che scrivere qualcosa di barbaro.

TRATTO DA POLITICS AND THE ENGLISH LANGUAGE:

[…] Ampollosità. Parole quali fenomeno; elemento; individuo; oggettivo; categorico; efficace; potenziale, quasi effettivo; basilare; primario; promuovere; costituire; mostrare, esibire, dimostrare; sfruttare; utilizzare; eliminare, escludere; liquidare, mettere in liquidazione, sono usate per abbigliare una semplice affermazione e dare un’aria di scientifica imparzialità ad un’opinione partigiana.
Aggettivi come epocale; epico; storico; indimenticabile; trionfale; annoso; inevitabile; inarrestabile; vero e proprio sono usati per dare dignità ai sordidi procedimenti della politica internazionale.
Parole ed espressioni straniere come cul de sac, ancien regime, deus ex machina, mutatis mutandis, status quo, gleichschaltung10, weltanschauung, servono a dare un’aria di cultura ed eleganza. I cattivi scrittori, soprattutto di argomenti scientifici, politici o sociologici, sono quasi sempre afflitti dalla convinzione che le parole latine o greche siano migliori delle sassoni, e parole non necessarie come expedite, ameliorate, predict, extraneous, deracinated, clandestine, subaqueous [accelerare, affrettare; migliorare; predire; irrelato, estraneo; sradicato (riferito a culture e popoli); clandestino (aggettivo); subacqueo] e centinaia d’altre guadagnano costantemente terreno rispetto alle corrispondenti anglosassoni.
Parole senza significato. In certi tipi di scritti, soprattutto di critica d’arte e critica letteraria, è normale imbattersi in lunghi passaggi quasi del tutto privi di significato. Termini come romantico, plastico, valori, umano, morto, sentimentale, naturale, vitalità, come usati nella critica d’arte, sono esattamente privi di significato, nel senso che non solo non indicano alcun oggetto conoscibile ma il lettore nemmeno se lo aspetta. Se un critico scrive “La caratteristica più evidente del lavoro del signor X è la sua vivezza” mentre un altro scrive “Ciò che immediatamente colpisce nel lavoro del signor X è la sua caratteristica piattezza”, il lettore lo accetta come una semplice differenza tra opinioni. Se fossero in gioco parole come bianco e nero, anziché i termini gergali dead e
living, egli capirebbe subito che si sta usando il linguaggio in maniera impropria. Molti termini politici sono soggetti agli stessi abusi. La parola fascismo oggi non ha significato se non in quanto indica “qualcosa di non desiderabile”. Le parole democrazia, socialismo, libertà, patriottico, realistico, giustizia, hanno tutte molti diversi significati che non si conciliano tra loro. Nel caso di una parola come “democrazia” non solo non esiste una definizione condivisa ma il tentativo di costruirne una trova resistenze da ogni parte. È sentimento quasi universale che quando definiamo “democratica” una nazione la stiamo lodando: di conseguenza i difensori di qualunque regime proclamano che esso è una democrazia e temono che dovrebbero smettere di usare questa parola se le fosse dato un significato univoco. Le parole di questo genere sono spesso usate in maniera consapevolmente disonesta. Vale a dire, la persona che le utilizza ha una sua propria definizione ma lascia che chi ascolta pensi che intende qualcosa di diverso. Affermazioni come Il maresciallo Petain fu un vero patriota, La stampa sovietica è la più libera del mondo, La Chiesa cattolica è contraria alla persecuzione sono quasi sempre fatte con l’intento di ingannare. Altre parole usate con significati variabili, nella maggior parte dei casi più o meno disonestamente, sono: classe, totalitario, scienza, progressista, reazionario, borghese, uguaglianza. […]

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In conclusione, il politico soffre di un difetto derivante dal suo status: “La sua lettura del mondo è statica e non tiene conto dei movimenti riformatori, in corso o imminenti, che modificano l’equilibrio delle forze anche nel momento in cui prende una decisione”. Di conseguenza, tutte le decisioni politiche hanno la tendenza ad essere conservatrici. Il politico è così occupato a valutare le forze esistenti che dimentica di valutare il suo potere. Un potere di cui si serve per interpretare l’opinione pubblica e non per provare a trasformarla. Chiedere agli uomini politici, che si ritengono chiamati a dirigerci, di essere capaci non solo di valutare lo stato delle forze esistenti, ma anche di modificarlo a vantaggio di coloro che hanno un bisogno urgente e talvolta drammatico di cambiarlo, è chiedere senz’altro troppo. Ma abbiamo il diritto di esigere da loro almeno che non restino ciechi davanti ai segnali che sono quasi sempre gli ultimi a cogliere.

* George Orwell è l’autore di 1984.

I politici, il linguaggio e il difetto di farsi capire

Dire basta a Mario Monti

Mario-Monti-Bocciato1Dire basta a Mario Monti

Un dato è certo: Mario Monti ha peggiorato la crisi economica. Non è ancora l’ultima resistenza del generale Custer, ma per Italialandia è iniziato il più lungo e noioso film che Cinecittà abbia mai realizzato. Il generale Mario Monti si dimette, ma poi ritornerà in politica sostenuto dalle forze politiche centriste e di destra (tra cui il sostegno della classe politica più ricca del Paese, Casini e Montezemolo, e dello stesso claunesco Berlusconi).

Monti è stato in grado di fornire strumenti per la crescita del Paese?

L’economia dell’austerità è andata avanti per un anno secondo copione. Il generale Monti ha indotto il popolo italiano ad accettare la medicina amara dell’austerità, più e più volte, non riuscendo a produrre risultati. Cosa lascia Monti? Un’Italia in depressione.

L’anno del Commissario Monti in carica è stata una bolla, che, per gli investitori, è sembrata buona finché è durata ma ora si è sgonfiata. E non ci vorrà molto tempo a capire agli italiani e agli investitori stranieri che è cambiato davvero poco rispetto al 2011, tranne che l’economia è caduta in una profonda depressione.

Gli aumenti delle tasse e i tagli alla spesa sociale (istruzione e sanità) hanno un effetto controproducente. Riducendo sia il debito sia la crescita, il rapporto debito-PIL nel breve periodo è aumentato, e nel lungo si ridurrà ancora. Il peggioramento nella sostenibilità del debito pubblico italiano diventerà molto più chiaro il prossimo anno, quando avremo più dati statistici sugli effetti calamitosi dell’austerità.

Grazie all’apparenza di affrontare la crisi in Italia, Monti è stato in grado di costruire un consenso chiaro più tra alcuni politici che tra la gente. Avrebbe potuto mantenere il potere per emanare un reale cambiamento ma così non è stato. Certa classe politica italiana è stata opportunista nel volteggiare come un avvoltoio che aspettava il momento di colpire. Solo alcuni gruppi politici hanno puntato il dito contro Monti fin dall’inizio, tra cui Di Pietro e Vendola. Lo stesso Bersani oggi si smarca, per affermare la leggittimità della sua premiership. Nulla toglie che questi ultimi tre politici restino dei fedeli europeisti. Gli unici in grado, con il neonato Movimento arancione, di fronteggiare uniti il centro-destra e la squadra degli antieuropeisti reali capeggiati da  Beppe Grillo, la Lega e Berlusconi.

Poi c’è il dilemma di come fronteggiare Angela Merkel, l’uomo più potente del pianeta, dopo Barack Obama, s’intende.

Frau Merkel attende che anche il nuovo esecutivo sia ai suoi comandi. Forse farebbe bene a difendersi nella prossima campagna elettorale. La sua riconferma del cancellierato non è certa per la terza volta consecutiva. Sta di fatto che il nuovo premier non potrà solo ossequiare la cancelliera, come ha fatto Monti. Un confronto sui temi delicati della crescita e sugli strumenti per evitare di deprimere ulteriormente l’economia italiana passa anche da una presa di coscienza della signora Merkel.

La vecchia convenzione che Mario Monti sia il riformatore di cui l’Italia ha bisogno non si basa sulla realtà.
L’Italia ha bisogno di un governo con una solida legittimità democratica nella forma di un voto a maggioranza popolare. Questo governo potrebbe avere più forza per perseguire il tipo di riforme strutturali che l’Italia ha urgente bisogno per rilanciare la crescita  perché questo è il vero problema, piuttosto che quello del debito e la riduzione del disavanzo. Le manovre montiane anche in questo hanno fallito e le innumerevoli tasse imposte soprattutto alle classi sociali meno abbienti non sono state accompagnate da un aumento dei consumi.

Chi oggi si appresta a salire sul “cavallo di Troia” del tecnocrate Monti, cercando di tirarlo per il bavero a presiedere il futuro governo dell’Italia, farebbe bene a non nascondersi dietro gli scudi. Casini, parte del Popolo delle Libertà e il neofita Montezemolo (stipendiato con circa 6 milioni di euro annui) farebbero bene a metterci la faccia. Molti esponenti del centro-destra pensano che la copertura del generale Monti possa garantire loro l’espropriazione (meglio chiamarla così che “riconferma”) del seggio parlamentare (illegittima in termini di moralità per molti degli attuali deputati secondo il giudizio di molta gente), nonostante siano inguardabili. Meglio indossare la maschera di Monti piuttosto che farsi riconoscere.

Dire basta a Mario Monti

La meritocrazia e la rimozione del concetto di equita’

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La meritocrazia e la rimozione del concetto di equità

La questione del merito è diventata centrale nel dibattito politico-elettorale del nostro Paese. Creare una nuova sinistra non richiede solo di «rottamare» alcuni dei politici come vorrebbero in molti, ma anche alcune vecchie idee. Il segretario del Partito Democratico ha risposto “va bene più meritocrazia, ma anche più eguaglianza”.

Quanti di noi sono disposti ad accettare una ‘società dei migliori’ che ci escluda? Cosa accade quando qualcuno ha i requisiti minimi, ma ci viene preferito dal valutatore per qualche criterio che non comprendiamo o, peggio, non condividiamo (e spesso non condividiamo proprio perché ci danneggia)? Siamo disposti ad accettare il giudizio sul merito anche quando quel giudizio ci esclude?

Siamo tutti concordi nel volere una società basata sul merito, ma – oltre gli slogan – c’è il rischio che, in nome di un merito retorico e salvifico, invocato ma non declinato, finiremo per costruire una società di tutti uguali e di inevitabili perdenti che ‘non-se-lo-meritano’, smarrendo in noi, e nei nostri figli, la scoperta dell’originalità, della diversità, dei talenti e delle inclinazioni.

Si pone il problema di individuare criteri di valutazione del merito condivisibili e condivisi (anche quando si perde).

Appare subito evidente come ogni sistema di corruzione, da quello clientelare su piccola scala a quello di stampo mafioso, va in aperta contraddizione con l’idea di società meritocratica. Anche ove vi siano delle ottime condizioni di mobilità sociale, la presenza di una rete criminale (molto spesso strutturale e istituzionalizzata) vanifica ogni tentativo di perseguire il “merito”.

Nel nome del “merito”, non bisogna tuttavia giustificare un sistema economico che – controllato da pochi vertici, spesso i padri di ‘chi ce l’ha fatta’ – non ha intenzione alcuna di creare le basi affinché ciascun individuo venga assorbito nel mercato del lavoro e ricopra il ruolo che maggiormente si confà alla propria attitudine e capacità. Tutti gli individui devono essere messi in condizioni di “equità” nell’individuazione dei soggetti meritevoli. L’equità sociale permette a chiunque, fino di notaio o di operaio, di proporsi per lo stesso posto di lavoro. Non esiste il riconoscimento del merito se non c’è equità, permettendo anche alle classi meno abbienti di “istruire” i propri figli. Senza questo presupposto, la meritocrazia sarà un gioco delle parti ricche della società. L’affossamento dei finanziamenti alla cultura e l’attentato al sistema di istruzione pubblica generano l’esistenza di un monopolio con barriere d’accesso al merito.

Come è organizzata la società meritocratica? In classi sociali. Peggio: in caste. Da una parte stanno intelligenti, arroganti, competitivi; dall’altra stupidi, demoralizzati, umiliati. I valori che la reggono? Competitività e aggressività. A svantaggio di gentilezza, coraggio, creatività, sensibilità, simpatia, tolleranza, solidarietà. La posizione meritocratica condurrebbe addirittura a matrimoni tra persone geniali con un alto quoziente intellettivo.

La coesione sociale di una Nazione è ampiamente determinata dalla equa distribuzione – anche direttamente o indirettamente monetaria – della sua ricchezza. Equità non significa egualitarismo, ma contemporanea capacità di prevenire e sostenere i bisogni, da un lato, e di premiare i meriti, dall’altro. Ogni distribuzione presuppone inesorabilmente una adeguata produzione di ricchezza. Il merito è dunque la risultante di due componenti: il talento che ciascuno ottiene dalla lotteria naturale e l’impegno profuso dal soggetto nello svolgimento di attività o mansioni varie.

Ben diverso è il giudizio nei confronti della meritorietà che è il principio di organizzazione sociale basato sul “criterio del merito” e non già del “potere del merito”. È certo giusto che chi merita di più ottenga di più, ma non tanto da porlo in grado di disegnare regole del gioco – economico e/o politico – capaci poi di avvantaggiarlo. Si tratta cioè di evitare che le differenze di ricchezza associata al merito si traducano in differenze di potere decisionale.

Prendiamo l’istruzione. Se dobbiamo selezionare i migliori dobbiamo basarci sul titolo di studio e sul voto. Ma quando cresce l’offerta di lavoratori con lo stesso titolo di studio, la domanda dovrà selezionare sulla base di titoli aggiuntivi, generando inflazione da titoli. Un maggior grado di istruzione cresce in valore se decresce il numero di quelli che lo posseggono e diventa un ‘bene posizionale’. La corsa ai titoli di studio genera ‘scarsità sociale’: più sono i titoli mediamente posseduti da una popolazione di aspiranti candidati a un ruolo, minore è la chance di ottenere il ruolo cui si aspira. È qui che la questione del merito cessa di essere facile retorica e diventa un problema serio di meccanismo di selezione.

Quella contro i concorsi universitari truccati può sembrare una battaglia di retroguardia. Alcuni sostengono che il vero problema sia la cronica mancanza di finanziamento della ricerca scientifica e che sia quindi fuorviante sollevare uno scandalo ogni volta che si assiste alla manipolazione di un concorso, perché il clamore distrae da cause più importanti per cui lottare.

È vero, per rilanciare l’università ci vogliono più risorse. Ma i contribuenti non sono disposti a finanziare una istituzione che ancora troppo spesso serve a sistemare parenti e amici, piuttosto che a produrre ricerca per il benessere e lo sviluppo del paese. La trasparenza dei concorsi rischia di peggiorare con la riforma Gelmini.

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Permettendosi di rinviare l’ingresso nel lavoro a forza di sommare titoli si alimenta diseguaglianza e l’equazione aristocrazia-plutocrazia; viene meno l’offerta di lavoratori per occupazioni con ‘conoscenza tacita’ non misurabile (specie nei servizi, nell’artigianato, nei beni culturali ecc.); la concorrenza per il merito genera standardizzazione dei percorsi formativi e dei curriculum, un esercito di uguali in concorrenza.

L’apartheid del lavoro, oltre a essere ingiusto, ha distrutto la produttività, perché il precario bravo raramente riceve dalle imprese gli investimenti in formazione e in sviluppo professionale, che alla fine ci rimettono in produttività. E l’immettere ogni anno molto meno studenti eccellenti (un terzo) delle società nordeuropee con scuole capaci di seguire i più lenti ma anche di valorizzare i più bravi, non creerà la classe dirigente per fare ripartire l’economia del nuovo millennio.

La competizione va bene per i vertici della politica e della economia, ma se estesa alle masse dei lavoratori e degli studenti può portare, per esempio, a licenziamenti di massa e alla perdita del «diritto allo studio». Ne deriva che l’unico modo efficace per ridurre la diseguaglianza è quello di ridistribuire la ricchezza dai ricchi ai poveri.

Obiettivo condiviso è quello di sostenere, anche attraverso la riforma degli assetti contrattuali, lo sviluppo economico, la crescita della occupazione e l’incremento delle retribuzioni. È certo giusto che chi merita di più ottenga di più, ma non tanto da porlo in grado di disegnare regole del gioco – economico e/o politico – capaci poi di avvantaggiarlo. Si tratta cioè di evitare che le differenze di ricchezza associata al merito si traducano in differenze di potere decisionale. Non è bensì accettabile che tutti gli uomini vengano trattati egualmente – come vorrebbe l’egualitarismo. Tutti però devono essere trattati come eguali, il che è quanto la meritocrazia non garantisce affatto. In altro modo, mentre la meritrocrazia invoca il principio del merito nella fase della distribuzione della ricchezza, cioè post-factum, la meritorietà si perita di applicarlo anche nella fase della produzione della ricchezza, mirando ad assicurare l’eguaglianza delle capacità. Il riconoscimento della meritorietà e dell’equità sociale in tutti i settori del lavoro sarà essenziale per governare un Paese fermo da 25 anni.

La meritocrazia e la rimozione del concetto di equita’