L’orologio di Maksim Gor’kij (inedito)

Maksim Gor’kij

(scrittore russo, 1868-1936)

L’orologio

orologi-antichiPRIMA PARTE

traduzione originale dal russo

© Atmosphere libri 2017

Io.

È inquietante ascoltare, nel silenzio e nella solitudine della notte, la bella e uniforme voce dell’orologio. Per quei monotoni suoni matematicamente esatti che segnano sempre una sola e la stessa cosa: il movimento instancabile della vita. La terra giace nelle tenebre e nei sogni. Tutto è sospeso. È l’orologio il solo che, freddo e duro, ricorda il passare dei secondi. Il pendolo ticchetta. E, a ogni suono, la vita si abbrevia di un secondo. Questo secondo, questo atomo microscopico di tempo, è stato dato a ciascuno di noi, ma non passa, non torna mai più. Da dove è venuto questo secondo e dove va a finire? Nessuno può dare una risposta. Ci sono molte altre domande che restano senza risposta, molte domande epocali, dalla cui risposta dipende la felicità della nostra vita.

Come vivremo in modo da avere la consapevolezza di non avere vissuto invano? Come faremo a vivere in modo da non perdere la fede e la forza di volontà? Come possiamo vivere sapendo che nessun secondo che passa non è mosso dall’intelletto e dal sentimento? L’orologio darà mai una risposta a questo? Oh! questo movimento senza fine! Che cosa dirà l’orologio di ciò?

II.

Non c’è niente al mondo più equanime dell’orologio. Esso ha ticchettato con la stessa uniformità al momento della nostra nascita e al momento in cui abbiamo strappato i fiori dei sogni giovanili. Dal giorno della sua nascita in poi, l’uomo si sta muovendo sempre più vicino fino alla fine e, quando si trova in extremis, l’orologio, freddo e impassibile come sempre, continuerà a contare i suoi secondi.

E se l’uomo ascolta e si percepisce questi conteggi come qualcosa di onnisciente da tutte le conoscenze. Questi toni non possono eccitare di nulla, e nulla è sacro per loro. Sono indifferente a noi, e se vogliamo vivere dobbiamo procurare un altro orologio, un orologio pieno di sentimento e pensiero, un orologio pieno di azioni, come un sostituto per le molte monotone, sorde ore della vita che suonano fredde, che uccidono l’anima con la depressione.

III.

Tic-tac, tic-tac.

Nella fretta mai doma dell’orologio non vi è alcun intervallo di riposo. Che cosa, dopotutto, chiamiamo presente? Un secondo neonato segue su un altro, e già il primo cade nell’abisso del passato.

Tic-tac, e tutto in una volta siamo felici. Tic-tac, e nei nostri cuori si versa il veleno corrosivo del dolore. E si rischia di rimanere nei nostri cuori per tutta la vita, se non vediamo subito che ogni secondo della nostra vita è riempito da qualcosa di nuovo e creativo. C’è qualcosa di seducente nella sofferenza. Si tratta di un privilegio pericoloso. Se noi la possediamo ci dimentichiamo dell’altro, il bene più alto della vocazione umana. E troviamo tante sofferenze che diventano volatili. Esse perdono il loro credito nei confronti dell’attenzione degli uomini. C’è quindi da stupirsi nel considerare la sofferenza come qualcosa di prezioso. No, dobbiamo piuttosto riempire l’anima con qualcosa di più insolito. Non dovremmo?

La sofferenza è un tesoro inutile. E non bisogna lamentarsi con gli altri della vita. Parole di conforto raramente contengono ciò per cui l’uomo desidera. La vita è più ricca, più interessante, se l’uomo cerca di combattere da solo contro tutto ciò che si oppone a lui. È solo nella lotta che le sorde e deprimenti ore della vita scompaiono.

Tic-tac! La vita dell’uomo è assurdamente breve. Come si potrebbe vivere meglio? Alcuni girano ostinatamente lontano dalla vita, altri si dedicano completamente a essa. Alla fine della loro vita i primi sono abbastanza privi di intelligenza e di ricordi, gli ultimi sono ricchi di entrambi. L’uno, come l’altro, muore, e dell’uno come dell’altro non rimane nulla, se non ha dato con gioia ad altri i tesori del suo cuore e l’intelletto. E alla loro morte l’orologio numera i suoi secondi. Tic-tac! E proprio in quei secondi nasceranno nuovi esseri umani, molti, anzi, in un secondo; ma altri non sono già più qui. E nulla rimane di loro, mentre i loro corpi ben presto si dissolvono. Non deve il nostro orgoglio ribellarsi contro questo processo automatico per cui siamo chiamati in vita per poi essere strappati fuori ancora una volta – e nulla più. Rafforziamo, dunque, durante la vostra vita il futuro ricordo di noi, cosicché qualcuno sia orgoglioso di noi, e ribelliamoci contro questa misteriosa funzione del tempo. Pensiamo alla nostra parte nella vita. Un mattone è stato posto. Da allora in avanti rimane immobile nel muro. Poi si sbriciola in polvere e scompare. È noioso e brutto essere solo un mattone, non è vero? Non siamo solo un mattone, noi che possediamo la ragione e l’anima, e assaporiamo a lungo fino in fondo tutti i nostri sentimenti in tempesta!

(i capitoli IV, V, VI e VII proseguono nella seconda parte)

gorkiy_250Pseudonimo dello scrittore russo Aleksej Maksimovič Pežkov (Nižnij Novgorod 1868-Mosca 1936). Tra i più significativi scrittori russi contemporanei, Gor’kij (in russo la parola che egli scelse come pseudonimo vuol dire “amaro”) fu il biografo di se stesso in Infanzia (1913), Fra la gente (1915), Le mie università (1922). Opere famose furono Bassifondi (1902) e La madre (1906). Narrò la sua difficile esistenza in maniera semplice, senza retorica, conscio che le sue difficoltà fossero quelle di molti. E fu questo forse a fare di lui un cronista del suo tempo. Visse molti anni a Capri, che amò moltissimo. Qui organizzò con altri una scuola di propaganda rivoluzionaria e lasciò i suoi ricordi nei Racconti d’Italia (1911-13). Fu amico di Lenin. Rientrò in patria poco prima della guerra mondiale e diresse il giornale La vita nuova. Diede un’impegnata collaborazione culturale alla Rivoluzione d’Ottobre che preannunciò con i due poemetti in prosa Il canto della procellaria e Il canto del falco. Malato, tornò in Italia, a Sorrento, nel 1921 su invito dello stesso Lenin e nel 1928 fu di nuovo in URSS. Nel 1936 fu eletto presidente dell’Unione degli Scrittori Sovietici. Il racconto L’orologio (ЧАСЫ) fu scritto nel 1896.

L’orologio di Maksim Gor’kij (inedito)

Cosa cerca un editore in un traduttore di narrativa

Flags 3D Globe

Negli ultimi decenni, gli sviluppi nel campo della grammatica trasformazionale, della linguistica generale e contrastiva, della semantica, della teoria dell’informazione, dell’antropologia, della semiotica, della psicologia e dell’analisi del discorso hanno esercitato una grande influenza sulla teoria della traduzione in generale, consentendo di offrire nuove intuizioni nel concetto di corrispondenza sul trasferimento tra sistemi linguistici e culturali.

Tuttavia, la traduzione di narrativa ha beneficiato molto poco degli sviluppi che si riferiscono alla linguistica. Negli studi di traduzione letteraria, molta attenzione è stata data alla traduzione poetica, poca alla traduzione di narrativa.

È generalmente accettato che tradurre la narrativa è un processo complesso soggetto all’influenza di numerosi fattori variabili, come ad esempio se la traduzione deve essere orientata alla lingua originale o alla lingua di arrivo, o se un dato originale deve essere adattato per certi scopi pragmatici. La traduzione di narrativa è molto più complicata di quanto sia la traduzione di altri generi, in quanto tratta non solo il transfert bilingue, ma anche quelli bi-culturale e bi-sociale. Il traduttore deve rappresentare culture diverse, molto diverse in termini di convenzioni linguistiche, letterarie e culturali-sociali. Il traduttore non solo deve prestare particolare attenzione ad alcuni modi peculiari in cui il linguaggio genera effetti estetici nella lingua originale e ai metodi utilizzati dai traduttori per raggiungere un’identità espressiva in italiano, ma anche dare spunti ai valori culturali-sociali nella traduzione. Tuttavia, entrambi gli approcci letterario-stilistici e linguistici non sono riusciti a riconoscere la natura della traduzione narrativa.
Per la prosa narrativa, esistono due tipi di stile: uno è lo stile autoriale, vale a dire lo stile relativo al significato in modo generale. Quando si parla di stile autoriale, in altre parole, si parla di un modo di scrivere che è riconoscibile in un particolare scrittore, come ad esempio nei russi Viktor Pelevin e Vladimir Sorokin. Questo modo di scrivere distingue la scrittura un autore da quella degli altri, e le diverse visioni del mondo degli autori. La loro satira è forte e irresistibile, proprio perché dà uno specchio fedele della realtà e della propria visione del mondo. L’altro concetto di stile è lo stile del testo, vale a dire lo stile intrinsecamente legato al significato. Proprio come gli autori possono dire di avere uno stile, così può essere per i testi. Quando esaminiamo lo stile del testo, dobbiamo analizzare le scelte linguistiche che sono intrinsecamente connesse al significato e all’effetto sul lettore. I modelli lessicale e grammaticale, la coerenza del discorso e la coesione, e la figura del discorso dovrebbero essere esplorate in dettaglio. A volte, anche una virgola apparentemente insignificante può essere molto importante in termini interpretativi. Il concetto di stile della prosa narrativa è molto utile per esplorare la natura della sua traduzione.

La traduzione di narrativa comporta lo scambio di esperienza sociale di individui nel mondo immaginario con i lettori di un’altra cultura o società. Sia il fattore sociale sia il fattore autoriale sono enfatizzati nel processo di traduzione. Pertanto, la riproduzione di stile (sia dello stile autoriale sia dello stile del testo) è considerato il nucleo nella traduzione di narrativa. È un compito difficile per il traduttore di narrativa esplorare lo stile di un romanzo e il messaggio che l’autore trasmette sulla vita sociale, i rapporti umani, ecc.

La prosa narrativa ha una grande influenza sociale. Un best seller può avere milioni di lettori, e molti romanzi sono adattati in film, aumentando ulteriormente il loro pubblico. Esercitare un’influenza sociale su larga scala è anche lo scopo dei romanzieri. Anche la traduzione di narrativa ha dunque un’influenza sociale su larga scala, e questo è il motivo per cui sempre più narrativa è tradotta in molte lingue.
L’intero processo coinvolto nella traduzione di un romanzo è quindi complicato, tra cui la codifica del messaggio da parte del prosatore, e la decodifica e la riconversione del messaggio da parte del traduttore. Il messaggio, tra cui significato, stile e funzionalità, sono ciò che l’autore di prosa vuole trasmettere attraverso il suo romanzo in ordine di livello pragmatico (intenzione dell’autore o il tema della finzione), livello semantico (scelta delle parole), livello sintattico (scelta dei modelli di frase, ecc.) e il livello del discorso (che integra i precedenti tre livelli in tutto il discorso). Tuttavia, il traduttore decodifica il messaggio in ordine inverso. In un primo momento, il traduttore si imbatte in tutto il discorso di prosa narrativa, e poi lo analizza a livello sintattici, semantici e, infine, pragmatici. La cosa più importante è come il traduttore ri-codifica il messaggio che capisce, che è alla base dell’attività di traduzione.

Cosa cerca un editore in un traduttore di narrativa

La luce dei sogni. Hara Tamiki, un ponte di desideri, di speranza e salvezza

Scritto da Tania Sarti

(pubblicato su www.nippop.it)

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Alle 8.15 del 6 agosto 1945, il bombardiere B-29 “Enola Gay” dell’Aeronautica degli Stati Uniti sganciò su Hiroshima la prima bomba atomica della storia. Il colonnello Paul Tibbets e i membri dell’equipaggio videro, diverse miglia sotto di loro, un punto violaceo che si espandeva in una palla di fuoco. Una colonna bianca di fumo emerse dalle nuvole, risalendo velocemente a 10.000 piedi, dove prese le forme di un immenso fungo, che continuò a salire fino a quasi 50.000 piedi.

“Mio Dio, che cosa abbiamo fatto?”, fu il commento degli americani che accompagnò i primi effetti devastanti dell’onda d’urto. Fu chiaro sin da subito che un avvenimento come quello, ripetuto a Nagasaki tre giorni dopo, non sarebbe stato facile da cancellare. Pesanti furono le censure operate dal governo statunitense per minimizzare l’accaduto, sottoponendo tutti i mezzi di informazione al controllo del CCD (Civil Censorship Detachment), in modo da contenere i dati e i racconti di quegli autori che, testimoni del disastro che aveva distrutto il proprio Paese, si sentivano in dovere di dare voce e forma a quell’orribile capitolo di storia umana.

Impallidisco. Sono già arrivati gli aerei. Si vedono. Dalle nuvole proviene il rumore indistinto di un’esplosione. […]

Grido. Davanti ai miei occhi, una luce brilla nel cielo di Hiroshima. Lenta come se fosse un sogno, una luce si propaga, piano piano. D’un tratto la velocità aumenta. Ma poi di nuovo, come a frazionare ogni singolo attimo, la luce avanza lenta, esitante. E all’improvviso invade il suolo. In un momento il suolo appare completamente trasformato. La città è trasformata. Adesso, però, le case sono crollate piano piano, una dopo l’altra alla velocità dei sogni.

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Così Hara Tamiki 原 民喜 (1905-1951) ricorda quegli attimi vissuti sulla propria pelle. Originario di Hiroshima, ha posto il disastro atomico alla base del suo discorso letterario e della sua stessa vita. Considerato da Ōe Kenzaburo il più bravo e il più sensibile tra tutti gli scrittori giapponesi contemporanei nel descrivere l’esperienza dell’atomica, fu insignito del primo premio Minakami Takitarō per la sua opera più nota, Fiori d’estate (Natsu no hana), terminata nel 1946 ma pubblicata solo l’anno successivo per via della censura. L’ultima delle sue opere, Il paese dei desideri, (Shingan no kuni, 1951), considerata il testamento dell’autore che si tolse la vita nello stesso anno, è una raccolta di cinque racconti: Requiem (1949), Labbra di fuoco (1949), Sulle rive di una morte meravigliosa (1950), Il paese dei desideri(1951), Verde infinito (1951).

Al centro di tutti i racconti gli stati d’animo dei protagonisti, proiezioni dello stesso autore, raccontati attraverso frammenti della loro memoria e il desiderio di riempire gli spazi lasciati dal vuoto di una realtà lacerata, di una Hiroshima irriconoscibile, sepolta sotto le macerie eppure così viva nei ricordi di una quotidianità che sembra non poter essere più ripristinata. Dalle visioni oniriche del requiem intonato dalle voci dei morti, che attraversano le stelle implorando dai sopravvissuti la salvezza, fino alla realtà cruda della guerra, con l’immagine stampata negli occhi delle “labbra di fuoco” di una ragazzina avvolta dalle fiamme, le stesse che bruciano Hiroshima. La dimensione del ricordo che riporta l’autore alla morte della moglie amatissima, Sadae, e quella del suo sogno ricorrente circa la caduta di una stella dal cielo, presagio funesto di ciò che accadde l’anno successivo alla sua morte.

Due mondi, quello onirico e quello reale, collegano come un ponte, lo stesso ponte che quel giorno separava i sopravvissuti dai morti, un percorso nella profondità più fragile di un uomo che ha perso tutto e cerca disperatamente di trovare un senso a quella insensata devastazione. Come è possibile che il mondo e l’umanità continuino a esistere? Come può un sopravvissuto, un hibakusha, continuare a vivere se la vita, per i superstiti, è una condanna a cercare i cari dispersi, gli amici, se stessi, in una città ormai inesistente e desolante?

Morti hiroshima

Nonostante la frammentarietà della narrazione, i racconti si susseguono l’uno all’altro, come a sottintendere un unico grande disegno, il cui senso forse, aveva ridato un significato alla stessa vita di Tamiki: il dolore provato per la perdita della moglie confluisce nel dolore collettivo delle vittime dell’atomica, e contribuisce a sua volta a creare una memoria collettiva che si fonda sulla condivisione dei ricordi. Per non dimenticare.

Non devi vivere per te stesso. Devi vivere solo per il lamento dei morti. Saprò far rivivere il loro lamento dentro di me? […]

Resisti a te stesso, resisti a tutto ciò che è rimasto. Resisti a tutto ciò che ti vuole fare a pezzi, a ciò che ti da i brividi, alle urla di morte. […]Devo resistere fino all’ultimo, al delirio che minaccia di farmi a pezzi, alla solitudine e al dolore che mi tormentano, a quel senso di devastazione così simile alla morte…E poi continuerò  a resistere, quell’immagine eterna sprigionata da un istante di luce.

Hara Tamiki ha rappresentato scenari spaventosi e atroci sovrapponendoli a immagini ricche d’amore e vitalità, condividendo i suoi sogni e i suoi incubi su un futuro senza certezze, ma non del tutto privo di speranze. Ha poi lasciato quella terra minacciata da masse di fuoco togliendosi la vita alla luce di una possibile nuova bomba atomica durante la guerra in Corea. Rischiando di impazzire e di cedere alla disperazione, ha combattuto la sua battaglia nella ferma convinzione di dover documentare quello che aveva vissuto, per ritrovare se stesso e per permettere a chi era sopravvissuto di riflettere sul proprio futuro, incoraggiando a lottare contro la follia e la disperazione, contro un futuro oscuro che gli uomini stessi avevano reso possibile.

Questo mondo che non è andato in frantumi, è pieno di voglia di vivere. […] Io sono un uomo che non ha più un posto verso cui fare ritorno, sono un uomo il cui mondo è andato in frantumi. Ma posso almeno pregare per loro. Prego. «Perché tutte quelle morti li facciano crescere. Perché si preservi il loro amore. Perché non restino soli. Perché possa arrivare il giorno in cui potranno tornare a ridere insieme. Perché finiscano tutte le guerre.» Tutti attraversano il mio campo visivo. Tutti mi attraversano. A una velocità infinita, come la passione, come una preghiera, in silenzio, semplicemente, verso lo sconfinato altrove, per riecheggiare, per unirsi…

Hara Tamiki, Il paese dei desideri, traduzione e cura di Gala M. Follaco, Atmosphere Libri, Roma 2015

La luce dei sogni. Hara Tamiki, un ponte di desideri, di speranza e salvezza