L’orologio di Maksim Gor’kij (inedito)

Maksim Gor’kij

(scrittore russo, 1868-1936)

L’orologio

orologi-antichiPRIMA PARTE

traduzione originale dal russo

© Atmosphere libri 2017

Io.

È inquietante ascoltare, nel silenzio e nella solitudine della notte, la bella e uniforme voce dell’orologio. Per quei monotoni suoni matematicamente esatti che segnano sempre una sola e la stessa cosa: il movimento instancabile della vita. La terra giace nelle tenebre e nei sogni. Tutto è sospeso. È l’orologio il solo che, freddo e duro, ricorda il passare dei secondi. Il pendolo ticchetta. E, a ogni suono, la vita si abbrevia di un secondo. Questo secondo, questo atomo microscopico di tempo, è stato dato a ciascuno di noi, ma non passa, non torna mai più. Da dove è venuto questo secondo e dove va a finire? Nessuno può dare una risposta. Ci sono molte altre domande che restano senza risposta, molte domande epocali, dalla cui risposta dipende la felicità della nostra vita.

Come vivremo in modo da avere la consapevolezza di non avere vissuto invano? Come faremo a vivere in modo da non perdere la fede e la forza di volontà? Come possiamo vivere sapendo che nessun secondo che passa non è mosso dall’intelletto e dal sentimento? L’orologio darà mai una risposta a questo? Oh! questo movimento senza fine! Che cosa dirà l’orologio di ciò?

II.

Non c’è niente al mondo più equanime dell’orologio. Esso ha ticchettato con la stessa uniformità al momento della nostra nascita e al momento in cui abbiamo strappato i fiori dei sogni giovanili. Dal giorno della sua nascita in poi, l’uomo si sta muovendo sempre più vicino fino alla fine e, quando si trova in extremis, l’orologio, freddo e impassibile come sempre, continuerà a contare i suoi secondi.

E se l’uomo ascolta e si percepisce questi conteggi come qualcosa di onnisciente da tutte le conoscenze. Questi toni non possono eccitare di nulla, e nulla è sacro per loro. Sono indifferente a noi, e se vogliamo vivere dobbiamo procurare un altro orologio, un orologio pieno di sentimento e pensiero, un orologio pieno di azioni, come un sostituto per le molte monotone, sorde ore della vita che suonano fredde, che uccidono l’anima con la depressione.

III.

Tic-tac, tic-tac.

Nella fretta mai doma dell’orologio non vi è alcun intervallo di riposo. Che cosa, dopotutto, chiamiamo presente? Un secondo neonato segue su un altro, e già il primo cade nell’abisso del passato.

Tic-tac, e tutto in una volta siamo felici. Tic-tac, e nei nostri cuori si versa il veleno corrosivo del dolore. E si rischia di rimanere nei nostri cuori per tutta la vita, se non vediamo subito che ogni secondo della nostra vita è riempito da qualcosa di nuovo e creativo. C’è qualcosa di seducente nella sofferenza. Si tratta di un privilegio pericoloso. Se noi la possediamo ci dimentichiamo dell’altro, il bene più alto della vocazione umana. E troviamo tante sofferenze che diventano volatili. Esse perdono il loro credito nei confronti dell’attenzione degli uomini. C’è quindi da stupirsi nel considerare la sofferenza come qualcosa di prezioso. No, dobbiamo piuttosto riempire l’anima con qualcosa di più insolito. Non dovremmo?

La sofferenza è un tesoro inutile. E non bisogna lamentarsi con gli altri della vita. Parole di conforto raramente contengono ciò per cui l’uomo desidera. La vita è più ricca, più interessante, se l’uomo cerca di combattere da solo contro tutto ciò che si oppone a lui. È solo nella lotta che le sorde e deprimenti ore della vita scompaiono.

Tic-tac! La vita dell’uomo è assurdamente breve. Come si potrebbe vivere meglio? Alcuni girano ostinatamente lontano dalla vita, altri si dedicano completamente a essa. Alla fine della loro vita i primi sono abbastanza privi di intelligenza e di ricordi, gli ultimi sono ricchi di entrambi. L’uno, come l’altro, muore, e dell’uno come dell’altro non rimane nulla, se non ha dato con gioia ad altri i tesori del suo cuore e l’intelletto. E alla loro morte l’orologio numera i suoi secondi. Tic-tac! E proprio in quei secondi nasceranno nuovi esseri umani, molti, anzi, in un secondo; ma altri non sono già più qui. E nulla rimane di loro, mentre i loro corpi ben presto si dissolvono. Non deve il nostro orgoglio ribellarsi contro questo processo automatico per cui siamo chiamati in vita per poi essere strappati fuori ancora una volta – e nulla più. Rafforziamo, dunque, durante la vostra vita il futuro ricordo di noi, cosicché qualcuno sia orgoglioso di noi, e ribelliamoci contro questa misteriosa funzione del tempo. Pensiamo alla nostra parte nella vita. Un mattone è stato posto. Da allora in avanti rimane immobile nel muro. Poi si sbriciola in polvere e scompare. È noioso e brutto essere solo un mattone, non è vero? Non siamo solo un mattone, noi che possediamo la ragione e l’anima, e assaporiamo a lungo fino in fondo tutti i nostri sentimenti in tempesta!

(i capitoli IV, V, VI e VII proseguono nella seconda parte)

gorkiy_250Pseudonimo dello scrittore russo Aleksej Maksimovič Pežkov (Nižnij Novgorod 1868-Mosca 1936). Tra i più significativi scrittori russi contemporanei, Gor’kij (in russo la parola che egli scelse come pseudonimo vuol dire “amaro”) fu il biografo di se stesso in Infanzia (1913), Fra la gente (1915), Le mie università (1922). Opere famose furono Bassifondi (1902) e La madre (1906). Narrò la sua difficile esistenza in maniera semplice, senza retorica, conscio che le sue difficoltà fossero quelle di molti. E fu questo forse a fare di lui un cronista del suo tempo. Visse molti anni a Capri, che amò moltissimo. Qui organizzò con altri una scuola di propaganda rivoluzionaria e lasciò i suoi ricordi nei Racconti d’Italia (1911-13). Fu amico di Lenin. Rientrò in patria poco prima della guerra mondiale e diresse il giornale La vita nuova. Diede un’impegnata collaborazione culturale alla Rivoluzione d’Ottobre che preannunciò con i due poemetti in prosa Il canto della procellaria e Il canto del falco. Malato, tornò in Italia, a Sorrento, nel 1921 su invito dello stesso Lenin e nel 1928 fu di nuovo in URSS. Nel 1936 fu eletto presidente dell’Unione degli Scrittori Sovietici. Il racconto L’orologio (ЧАСЫ) fu scritto nel 1896.

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L’orologio di Maksim Gor’kij (inedito)

Rabbia, ribellione, rivoluzione nell’Italia di oggi

RIBELLIONE

 

Rabbia, ribellione, rivoluzione nell’Italia di oggi

L’ordine del mondo è sempre stato il risultato di varie tensioni, idealmente seguiti da accordi. Oscar Wilde sosteneva: “La disobbedienza, agli occhi di chiunque abbia letto la storia, è la virtù originaria dell’uomo. È attraverso la disobbedienza che i progressi si compiono, attraverso la disobbedienza e attraverso la ribellione».(L’anima dell’uomo sotto il socialismo, 1891). Forme di opposizione possono variare da quelle estremamente violente, come le guerre civili e le rivoluzioni, alle manifestazioni più tranquille di resistenza. La legittimazione del potere è in gioco ogni volta che un sistema politico o sociale è messo in discussione. Spesso la retorica della ribellione si basa sulla suddivisione in “noi” e “loro”. In molti casi il problema è stato risolto con successo dai negoziati, mentre in altri casi sono seguono scontri tra i due gruppi.

Gli ultimi anni hanno dimostrato che, indipendentemente da vari tentativi di evitare i conflitti, sia per gli Stati sia per le organizzazioni internazionali, l’opposizione è sempre coinvolta con i rapporti di potere che sono sfidati attraverso lo sforzo individuale o collettivo. Al giorno d’oggi, il mondo si trova ad affrontare gravi crisi e così si assiste sia a forme violente sia alla protesta non violenta. Martin Luther King ha riconosciuto l’importanza di entrambi. Anche se lui stesso ha privilegiato la resistenza non violenta, come diceva: “Una rivolta è la lingua dell’inaudito” (discorso tenuto a Birmingham, Alabama il 31 dicembre 1963).

Le varie definizioni di ribellioni e rivoluzioni sia in contesti letterari sia culturali sono elencate sinteticamente:

– Sfida alle autorità e ai funzionari
– Protesta contro i regimi e i sistemi totalitari
– Protesta individuale e sociale
– Disobbedienza civile
– Il terrorismo come strumento politico e ideologico
– ribellione (post) coloniale
– Visioni utopistiche e distopiche
– L’anarchismo come una forma di ribellione
– L’Occupy Movement
– L’anti-globalizzazione / movimento alter-global
– Il gap generazionale, i giovani nella (sub) cultura e la lotta per l’identità
– Le rivoluzioni sessuali
– Il femminismo
– I figli della rivoluzione
– La copertura mediatica della rivoluzione
– I media come strumento di rivoluzione

La disobbedienza civile è il rifiuto da parte di un gruppo di cittadini organizzati di obbedire a una legge giudicata iniqua, attuato attraverso pubbliche manifestazioni. La locuzione (civil disobedience) fu introdotta nel 19° sec., negli USA, dallo scrittore e filosofo H. D. Thoreau, imprigionato per essersi rifiutato di pagare le tasse legate alla guerra contro il Messico. La d. acquistò risonanza politica in India con il movimento di resistenza passiva proclamato su ispirazione di Gandhi dal comitato del congresso panindiano di Delhi (1921); iniziato con la salt tax protest march (marcia dall’interno alla costa per procurarsi il sale contro il monopolio britannico), ebbe fasi sempre più acute (nel 1930 fu estesa a ogni attività in rapporto col governo) e fu rilevante nel processo d’indipendenza dell’India.

Negli anni 1960 la d. ebbe diffusione negli USA a opera del movimento per i diritti civili promosso da M. L. King contro la discriminazione razziale. Anche la guerra del Vietnam portò a un vasto movimento di d. da parte dei giovani che si rifiutavano di ottemperare all’obbligo del servizio di leva.

In Italia, dopo il riconoscimento dell’obiezione di coscienza al servizio militare (1972), campagne di d. sono state condotte soprattutto dal Partito radicale (su temi come la liberalizzazione dell’aborto e delle droghe leggere) e dal movimento pacifista.

Oggi, la protesta individuale e sociale, come non mai, ha raggiunto elevati livelli. Si continua a vagheggiare una Politica (con la “P” maiuscola) in grado di risolvere i problemi senza chiedersi più seriamente quali siano le cause che hanno condotto alle “inevitabili” forme di protesta cui stiamo assistendo.

Basterebbe una politica con la p minuscola, purché ci fosse. Il problema invece è proprio questo: in Italia veniamo da un lungo periodo di latitanza della politica. E la politica altro non è che la capacità di scegliere, di decidere e di assumersene le responsabilità.

Le proteste e le contestazioni sono, innanzitutto, la reazione a questo vuoto o a una politica vissuta come rendita di posizione, quando non come arricchimento personale, e quindi del tutto fine a se stessa. In questa chiave le proteste, la disaffezione, i “grillismi” non vanno demonizzati né minimizzati, ma compresi nelle loro origini e cause scatenanti. Con serietà, umiltà e senza confondere cause con effetti. Perché se è vero che non si devono trasformare le vittime in carnefici, non si devono neppure scambiare i carnefici per vittime, come qualcuno invece, in modo miope e irresponsabile, ha fatto, per esempio, dopo l’attentato di piazza Montecitorio.

Ma una volta analizzati e valutati, i fenomeni di contestazione e le proteste richiedono risposte. E queste le può dare solo la politica. Piuttosto un appello forte e realista alle classi dirigenti. Se non si danno risposte alla domanda di lavoro e di redistribuzione dei redditi che cresce nella società, si rischia di innescare spirali di protesta distruttiva. Il problema è: c’è oggi una politica capace non solo di ascoltare parole come queste ma anche di tradurle in risposte? La sfida che, non solo l’Italia ma l’Europa, hanno di fronte nel prossimo futuro è proprio questa.

Rabbia, ribellione, rivoluzione nell’Italia di oggi

Come la CIA ha inventato bugie sulla morte di Che Guevara

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Ernesto Che Guevara è stato il secondo in comando nella rivoluzione cubana di Fidel Castro. Lasciò Cuba nel 1965 prima per il Congo e la Bolivia, dove organizzò un movimento di guerriglia contro l’esercito governativo i cui ufficiali erano addestrati dagli Stati Uniti d’America che aveva rovesciato il governo precedente in un colpo di stato nel 1964. La spedizione in Bolivia fu per molti versi un test; c’era il timore che Cuba avrebbe potuto esportare la rivoluzione in altri paesi dell’America Latina, e la sua importanza fu chiaramente seguita non solo dai cubani, ma anche dagli americani. Il governo degli Stati Uniti fu coinvolto quando intuì perché il Che fosse andato negli altri Paesi latinoamericani e che cosa stesse facendo. Quando Che scomparve da Cuba, alcuni nella CIA era ovviamente contenti, come dimostra un documento del maggio 1967 redatto da Walt Rostow, assistente speciale per gli affari di sicurezza nazionale, al presidente Johnson. Rostow confermò che Che operava in Bolivia e non era morto, come la comunità di intelligence, con il passare del tempo, era stata più e più volte incline a credere. Il governo degli Stati Uniti versò risorse in Bolivia per garantire che il governo potesse sconfiggere i guerriglieri. La CIA assunse la raccolta di informazioni e l’esercito degli Stati Uniti fu responsabile della formazione dell’esercito, chiaramente con un certo successo. L’esercito americano aveva così galvanizzato gli sforzi dei demoralizzati soldati boliviani che in una nota dell’agosto 1967 riferirono con orgoglio che “per la prima volta, dopo essere stati attaccati, ora non abbandonavano più le armi e contrattaccavano”.

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I frutti di questo corposo aiuto militare fu chiaro il 9 ottobre 1967: Che Guevara fu ucciso. La prima versione comunicata dal governo degli Stati Uniti fu che il Che era stato ucciso in battaglia combattendo con l’esercito boliviano.  La prima versione ufficiale di come era morto Che fu contraddetta da una seconda versione ufficiale, senza che nessuno ammettesse che la prima versione era evidentemente sbagliata. Questa seconda storia era che il Che era stato ucciso il giorno successivo su ordine del presidente boliviano, nonostante la determinazione degli Stati Uniti di tenerlo in vita. Il governo degli Stati Uniti ha sempre saputo che la loro prima versione ufficiale non era vera. Fu detto al Segretario di Stato a mezzo telegramma in data 8 ottobre, che il Che era stato ferito in battaglia con l’esercito boliviano, ma che era stato catturato vivo. Se il governo degli Stati Uniti mise fuori la versione della falsa notizia della morte del Che, non è improbabile che anche la versione successiva non poteva che essere falsa; ci sono dei buchi notevoli nella seconda versione ufficiale. In primo luogo, la CIA aveva un agente, Felix Rodriguez, che accompagnava la divisione che catturò il Che, e fu lui che trasmise le istruzioni del comando boliviano. Rodriguez aveva apparentemente ricevuto ordini dai suoi superiori della CIA che il Che doveva essere mantenuto in vita a tutti i costi, ordini che fu misteriosamente in grado di revocare senza alcun costo, poiché successivamente Rodriguez si avviò a una lunga carriera nell’Agenzia. In secondo luogo, vi è la testimonianza dell’ex capo della CIA in Bolivia che in precedenza aveva chiesto e ottenuto una garanzia personale da parte del presidente boliviano che il Che sarebbe stato ucciso se catturato. La ‘semi- versione ufficiale cubana ‘(così chiamata da scrittori che non sono d’accordo con essa) è che l’ambasciatore statunitense in Bolivia, Douglas Henderson, andò a trovare il presidente boliviano l’8 ottobre, dopo il Che era stato catturato, e lo istruì perché il Che fosse immediatamente ucciso. C’è un caso circostanziale. Gli Stati Uniti erano interessati a assassinare Che e la storia è ben nota: egli era stato incluso nella lista di omicidi nella quale compariva anche Castro già dai primi anni ’60. Il tentativo di ammazzare Che non poté considerarsi concluso solo perché il Che aveva lasciato Cuba.. Uno dei documenti è una strana richiesta fatta dal FBI nel 1964 per avere la copia delle impronte digitali del Che. Come fanno notare gli autori, questo solleva molti interrogativi sul perché l’FBI aveva scoperto l’esigenza di archiviare le impronte digitali pensando che il Che ne avrebbe potuto avere di nuove. Si sospettava che il Che avrebbe cercato di intrufolarsi negli Stati Uniti, ma altrettanto plausibile è la possibilità che essi erano a conoscenza di un nuovo piano per assassinarlo e avevano bisogno di impronte digitali per confermare di aver preso l’uomo giusto. Nel 1967, l’identità del Che fu effettivamente confermata da un confronto delle impronte digitali del suo cadavere con le copie archiviate dall’FBI. Walt Rostow scrisse al presidente Johnson che il Che era stato ucciso e diceva che era una cosa stupida perché il Che non sarebbe dovuto essere ucciso. Tuttavia elencò i motivi per cui la morte del Che era comunque una cosa decisamente buona: avrebbe scoraggiato i guerriglieri in America Latina , soprattutto alla luce della strategia degli Stati Uniti nell’aiutare i paesi in rivolta. Una nota dell’intelligence del Dipartimento di Stato del 12 ottobre 1967 indicò i vantaggi di avere ulteriori morti: sarebbe stato un duro colpo per Castro e per la sua idea di diffondere la rivoluzione da Cuba al continente in America Latina.  Si può dire è che se i boliviani hanno agito di propria iniziativa, lo hanno fatto nella consapevolezza che essi non avrebbero sfidato i desideri dei loro padroni statunitensi, ma avrebbero fatto loro un enorme favore. È da più di quaranta anni che Che Guevara fu ucciso, ma le domande che circondano la sua morte sono oggi di interesse storico. L’assassinio degli avversari è una tattica con una lunga storia nella politica estera degli Stati Uniti. La morte di Osama Bin Laden è l’esempio ovviamente più recente, ma non è stato un caso isolato. Dall’inizio della ‘guerra al terrorismo’ nel 2001, gli Stati Uniti ha utilizzato droni per eliminare dei presunti terroristi in Afghanistan, Iraq, Pakistan, Libia, Somalia e nello Yemen, per elencare solo quei luoghi che sono pubblicamente noti. Mentre gli attacchi con i droni potrebbero essere una tattica post-9/11, l’uso dell’assassinio non lo è. A questo proposito, la guerra al terrorismo con omicidi è una continuazione di omicidi risalenti alla fine della Seconda guerra mondiale. C’è una lista di almeno sedici omicidi tentati o commessi dagli Stati Uniti dal 1950 al 1960. Questo elenco è una dimostrazione di come i successivi governi degli Stati Uniti non sono riusciti a pensare a procedimenti giudiziari piuttosto che a omicidi. È da notare tuttavia che l’amministrazione Johnson sentì la necessità di nascondere il suo coinvolgimento nella morte di Che Guevara. Che era, dopo tutto, un rivoluzionario impegnato nella lotta armata e che presumibilmente, in base alla sua ideologia, avrebbe meritato la pena di morte. Tuttavia, nel 1967, era chiaramente ancora necessario per il governo la necessità di nascondere ciò che era fatto al di fuori della legge. La storia di come Che Guevara sia morto, e come il governo degli Stati Uniti si è sentito di dover mentire, è un promemoria di come la guerra al terrorismo è una guerra contro lo stato di diritto.

Considerazioni di Michael Ratner e Michael Steven Smith nel libro Chi ha ucciso Che? Come la CIA l’ha fatta franca con l’omicidio (OR Books 2011)

Come la CIA ha inventato bugie sulla morte di Che Guevara

Siria, un paese che brucia

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Alti funzionari statunitensi hanno scritto di recente che la “vittoria” in Libia della NATO è stata un “intervento modello”. “La prima lezione è che la NATO è ben posizionata per rispondere rapidamente ed efficacemente alle crisi internazionali” ha detto l’ambasciatore Usa nella NATO, Ivo H. Daalder.

Ma quello che era un modello lo è anche per altri Paesi? Non la Siria, a quanto pare, e non è chiaro perché no. La NATO rispose rapidamente a un “deterioramento della situazione” – suona così anche per la Siria – “che minacciava centinaia di migliaia di civili che si erano ribellati a un regime oppressivo”. Tutto lascia pensare che i due eventi siano sovrapponibili, ma per la Siria non si vede la luce. Il regime del presidente siriano Bashar al-Assad ha ucciso circa 10.000 civili che hanno preso parte alla pacifiche proteste pro-democrazia cominciate 15 mesi fa.

 

La NATO avrebbe più di un interesse a disinnescare la crisi della Siria così come fece in Libia. La Turchia, un membro della NATO, è al confine della Siria e rischia da vicino la violenza nel suo territorio. Altre nazioni sono minacciate, come il Libano. La Libia è di modesta importanza strategica, mentre la caduta del regime di Assad, il principale alleato dell’Iran nel mondo arabo, avrebbe vantaggi strategici per gli Stati Uniti, Israele e per tutti gli altri che non vogliono che l’Iran diventi una potenza nucleare.

Eppure, al vertice dei capi della Nato a Chicago, nessun leader ha sollevato il tema della Siria, ha detto Daalder. “Siamo molto preoccupati per la situazione in Siria” ha spiegato Anders Fogh Rasmussen, Segretario generale della NATO, “ma l’alleanza non ha alcuna intenzione di intervenire”.

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Perché no? Cosa è successo all’ “intervento modello” di solo un anno fa? Gli Stati Uniti tergiversano. In verità, i leader di Francia e Gran Bretagna spronato gli Stati Uniti all’azione, ma è vero che l’azione libica non avrebbe avuto luogo senza la promessa di sostanziale sostegno degli Stati Uniti. In Siria, quella promessa non c’è mai stata.

C’è il problema della Russia, che finora si è detta contraria a qualsiasi intervento armato delle forze della NATO. Perché? La Russia non è legata ad Assad, ma è legata al regime e alle sue basi navali situate a Tartus. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la Russia ha continuato a essere il maggior fornitore di armi della Siria, motivata, secondo le dichiarazioni ufficiali del governo di Putin, dalla necessità dell’esercito siriano di difendersi da eventuali attacchi di forze straniere e non dall’uso delle stesse armi contro i manifestanti contrari al regime. Questo è il motivo per cui la Russia continua a essere un ostacolo sulla via di una qualsiasi azione guidata o condanna significativa delle Nazioni Unite.

Non è mistificante chiederci perché. La posta in gioco sono le condizioni umanitarie che sono importanti in Siria così come lo erano in Libia. Come con la Libia, la NATO potrebbe sostenere l’opposizione siriana, senza mettere a rischio le proprie truppe. E l’alternativa all’azione NATO in Siria può diventare una vittoria, anche se ottenuta più lentamente, verso la democrazia, purché sia impedito un ritorno alla stabilità del regime di Assad. Oggi il conflitto in Siria si è fatto più violento, e potrebbe degenerare in vera e propria guerra settaria, una guerra che potrebbe coinvolgere la Turchia, il Libano e l’Iraq, dando ad al-Qaeda un’opportunità per approfittare mortalmente di queste eventi.

Il presidente Obama e i suoi alleati non possono sottrarsi a questo problema a tempo indeterminato. Nel frattempo la Siria brucia e lo spazio per una nuova democrazia si fa sempre più piccolo e vuoto.

 

 

Siria, un paese che brucia

La rivoluzione siriana tra fantasia, mitologia e reality

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Leggendo le memorie del defunto Najat-Kassab Hassan, un celebre avvocato di Damasco, non si può fare a meno di fermarsi a rileggere una storia particolare dei giorni della Rivoluzione siriana contro i francesi nel 1940.

La storia inizia con l’inviato francese a Damasco che decide di punire i commercianti della città che sostengono i rivoluzionari: ordina loro di lasciare i negozi e che restino aperti durante la notte, facendo perdere la loro unica fonte di reddito e mettendola a disposizione di ladri e saccheggiatori.

Nel tentativo di contenere la situazione, i mercanti di Damasco chiedono un incontro con il capo dei ladri di Damasco e riferiscono a lui la storia. Il leader dei ladri si alza e giura che nessuno dei suoi uomini ruberà niente dai negozi aperti quella notte, poiché ladri e mercanti sono uniti contro il nemico colonizzatore.

Kassab Hassan conclude la storia con un commento, affermando che l’autenticità della storia è molto dubbia, perché i ladri – per la natura della loro professione – non si uniscono o eleggono un leader per negoziare. Egli continua a spiegare che questo racconto faceva parte del folclore che la gente di Damasco ha trasmesso alle giovani generazioni come un modo di celebrare i giorni di gloria, di eroismo e di unità nazionale contro la colonizzazione.

Questa storia merita una moderna lettura, nonché un confronto con gli eventi attuali: la Rivoluzione contro il regime siriano di Assad. La spinta della Rivoluzione, che ha preso tutti di sorpresa, e la sincerità dei manifestanti pacifici e dei loro slogan intelligenti, ha portato molti a idolatrare la Rivoluzione. È stata chiamata la “madre di tutte le rivoluzioni” e l’ “evento unico che mette insieme tutti i siriani”.

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Gli eventi che accelerano, e anzi il coraggio incredibile del popolo siriano, hanno tirato fuori il meglio in molti degli arabi. Essi hanno anche generato un flusso incredibile di creatività, di grande impatto nelle opere artistiche e nei media, e soprattutto, ha infranto il tabù di discutere questioni chiave nella società di oggi.

La rivoluzione non è mai stata priva di scene di croci e mezzelune unite insieme, i loghi che indicano l’unità nazionale, o slogan di solidarietà con città e villaggi a centinaia di chilometri di distanza. Si è vista la nascita di una comunità virtuale di attivisti online pseudoanonimi, che trascende l’estrazione religiosa ed etnica, che collabora con giornalisti e cittadini sostenendo la causa al mondo. Come la storia dei mercanti e dei ladri, la rivoluzione siriana ha infatti piantato un seme di speranza in molti dei siriani, e alimenta il sogno di un ritorno a casa per molti esuli ed espatriati.

Ma la natura storica delle cose dice che, se la Rivoluzione riuscisse domani, questa utopia alla fine giungerà al termine. I siriani dovranno affrontare la realtà di un’economia in crisi, l’amarezza e la divisione tra le famiglie e gli amici, possibili atti di vendetta e di ritorsione, e molti gruppi e individui reclameranno la rivendicazione della vittoria esponendo i propri trofei.

I racconti popolari come quello dei mercanti e dei ladri sono buoni meccanismi per ricordare alle persone il loro bene interiore – qualcosa che possono aver dimenticato durante gli anni di disagio e di oppressione. Tuttavia, nascondendosi dietro slogan romantici e racconti – forse necessari in tempi di rivoluzione – non si deve distogliere l’attenzione dai problemi profondamente radicati che ha la società siriana.

Mentre i siti di social media sono inondati da gruppi e le pagine che parlano di unità nazionale dei siriani abbondano, non si può negare che la discriminazione confessionale e sociale sono onnipresenti nella società. In realtà, essa precede il regime di Assad, che l’ha applicata e promossa nel corso degli ultimi 40 anni.

Le differenze religiose e settarie, così come i conflitti ideologici, non andranno via semplicemente cacciando un dittatore; sono questioni fondamentali che dovranno essere affrontati prima o poi. L’obbligo immediato di qualsiasi potere politico che sarà scelto per guidare il periodo di transizione (e il futuro) della Siria è quello di affrontare questi problemi potenziali ed esistenti: i conflitti tra ideologie di destra e di sinistra, la tensione esistente tra le sette e le città sulla partecipazione e il ruolo della Rivoluzione, gli atti di vendetta e i conflitti etnici, e i modi per promuovere la giustizia sociale che non emargini o porti altra ingiustizia a qualsiasi gruppo sociale esistente. Il mondo è pieno di esempi democratici e pluralisti che vanno guardati per imparare, pur mantenendo una visione localizzata delle caratteristiche uniche della società siriana.

La rivoluzione siriana tra fantasia, mitologia e reality