Lettera aperta al Presidente dell’Associazione italiana editori: qualità è meglio di quantità

downloadGentile Presidente dell’ Associazione di editori (AIE),
da editore a editore, avrei un paio di cose da dirle. Lei parte dal concetto che tutti i libri siano “arte scritta”. Qual è l’obiettivo primario delle case editrici che adesso rappresenta? Costruire romanzi che si registrano tassonomicamente come genere nella definizione “commerciale”. Libri nati per vendere, romanzi che si attaccano alla formula “buoni e veri”, basati su personaggi standardizzati i cui pensieri riflettono le banalità della vita. Ci sono tanti altri modi per promuovere un’immagine positiva della vita, di esporre se stessi al corso degli eventi e gettare nella mischia personaggi e storie al di fuori del comune. E qui si parla di un genere letterario di “qualità”.
“La letteratura di qualità è vissuta come un viaggio emozionale attraverso una sinfonia di parole che porta a una comprensione più forte dell’universo e di noi stessi.” (Huffington Post)
Se non altro, questo genere danneggia le grandi corporazioni editoriali, molto rappresentate nella sua Associazione di editori, perché sono libri che non vendono, almeno non vendono abbastanza, anche se fossero di un Premio Nobel per la letteratura. Cosa conta per i soci della sua Associazione? Il profitto. Cosa c’entra il lettore in tutto questo? Nulla, purché acquisti il libro, non importa se lo legga.
Caro Presidente, il lettore che i suoi soci prediligono deve restare fedele al principio che si compra un libro perché è scritto da un autore famoso quindi commerciale, indipendentemente dalla storia che propone e dallo stile in cui è scritto. Non si prospettano la tematica, l’ambientazione, i personaggi ma solo il nome, come quei film-cassetta costruiti sui famosi attori.
La fiera del libro di Milano che si appresta a realizzare, in contrasto con il Salone del libro di Torino, diventerà l’apoteosi del libro-carta o, meglio, della sola carta, perché non importa cosa ci sia scritto, purché sia un prodotto vendibile. Questi prodotti, ovviamente, sono a disposizione solo dei ricchi e forti gruppi editoriali che si muovono in modo molto fluido producendo libri di etichettatura che rientrino sugli scaffali di tutte le librerie (solitamente queste appartengono agli stessi gruppi editoriali) perché trovino un posto adeguato e un numero sufficiente di lettori. Questo determina l’accantonamento, nelle librerie, di tutti quei libri prodotti dall’editoria indipendente, in particolare dai piccoli editori, che potrebbero trovare un nutrito gruppo di lettori se avessero la possibilità di essere almeno sfogliati, spiegazzati, sbirciati (francamente manca questa realtà in Italia). Le librerie indipendenti faticano a sopravvivere e malvolentieri molti di esse hanno accettato di mostrare sugli scaffali libri commerciali a discapito della vasta offerta di qualità che l’editoria piccola e media di qualità propone. In un buon romanzo di qualsiasi tipo, l’immaginazione dello scrittore parla direttamente alla fantasia del lettore. Tuttavia, a voi, cioè l’Associazione italiana di editori che lei rappresenta, interessa la diffusione, la commercializzazione estrema per arrivare al lettore; avete inventato la libreria da/del supermercato che, anziché promuovere la letteratura, ha imbastardito l’acquirente (ahimè, definirlo lettore è troppo!) per vendergli un prodotto di scarsi contenuti, qualitativamente inerme, piatto, ininfluente, amorfo, asettico, cioè quel tipico libro (potrebbe valere anche per un film) che viene scordato dopo pochi minuti, non lasciando alcuna traccia nell’inconscio. Non parliamo degli sconti sul prezzo di copertina, applicati in tutto l’anno, che mortificano il lettore più intelligente. Questi sa che solo i grandi editori possono permettersi di applicare sconti sul libro. Ma questo è un altro discorso perché a lei interessa creare una fiera commerciale del libro, dove vincerà il palcoscenico piuttosto che la materia prima.
Le vostre librerie di catena solo dei contenitori dove esporre il volto dello scrittore, ma non il suo cervello, malgrado ne abbia uno in dotazione. Se si desidera che i lettori vadano più a fondo, bisogna mostrare qualcosa di più di un semplice volto. Caro Presidente, sarebbe bastato accettare la mescolanza di più generi e varietà di case editrici. C’era bisogno di andare in guerra con il Salone del libro di Torino? Capisco che la gestione di quest’ultimo sia stata poco cristallina negli ultimi anni, capisco che il Lingotto era e resta troppo caro (questa, semmai, è una lamentela che la piccola editoria avrebbe dovuto fare), ma c’era bisogno di fare una fiera del libro a Milano a distanza di un mese dal Salone di Torino? Le costava tanto scegliere un’altra data, per esempio ai primi di settembre?
Quindi, per favore, prima di dire che il Salone del libro di Torino era una kermesse antiquata, obsoleta, gestita con i piedi, non vada in giro a parlare in nome di tutti gli editori e di tutti i lettori ma agisca in qualità di rappresentante del genere di editore che l’ha scelta per rappresentarla. E se trova che la letteratura e la vendita di libri in Italia siano solo una voce da mettere in bilancio, non dovrà condannare l’editoria indipendente che ha convinzioni opposte alle sue. Siamo tutti diversi. Mi auguro, come piccolo editore, che questa volta il topolino che rappresento si salvi dalle grinfie del gatto che lei interpreta. Non è detto che un gatto sia più simpatico del topolino. Spesso è esattamente il contrario.

Lettera aperta al Presidente dell’Associazione italiana editori: qualità è meglio di quantità

Salone del libro a Torino o a Milano: i lettori traditi dall’associazione italiana editori

Folla alla 28/a Edizione del Salone Internazionale del libro presso il Lingotto, Torino, 17 Maggio 2015 ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

I grandi editori hanno scelto Milano come città che ospiterà una nuova manifestazione di promozione della lettura a partire dal prossimo anno. L’Associazione italiana editori (AIE) ha deciso di abbandonare Torino e il quasi trentennale Salone del libro. Il presidente dell’AIE ha dichiarato: “L’amministrazione e la fondazione di Torino decida di fare quello che vuole”. Giuseppe Laterza, presidente della casa editrice, ha proposto di realizzare un evento alternativo per la promozione della lettura a Bologna; ma il suo appello non è stato preso in considerazione. In un successivo comunicato l’associazione ha poi inserito alcune precisazioni utili, dal loro punto di vista, per ricostruire tutte le notizie che hanno portato alla scelta di lasciare il Salone di Torino, con l’uscita dalla Fondazione che lo organizza. “Da italiani bisogna essere felici di come Milano è riuscita a rilanciarsi negli ultimi anni”. Ma chi è l’AIE? Chi rappresenta in Italia? L’AIE è l’associazione di categoria, aderente a Confindustria, degli editori italiani. Tra i suoi obiettivi l’Associazione si prefigge di rappresentare e tutelare gli editori. Quali? Gli editori aderenti all’AIE rappresentano il 90% del mercato librario italiano, cioè i grandi gruppi, Gems e Mondadori, a cui si aggiunge la Feltrinelli. I piccoli e medi editori (sono migliaia e rappresentano solo una piccola quota di mercato) si sono schierati in difesa del Salone del libro di Torino.

Il ministro Franceschini aveva espresso la speranza che l’AIE rimanesse a favore di Torino e anche l’Odei (Osservatorio degli editori indipendenti), che a Milano organizza già BookPride, aveva espresso il timore di un’eccessiva commercializzazione nel caso di un trasloco lombardo. Il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini è intervenuta sostenendo che duplicare e frammentare non è mai una politica di rafforzamento, anche se alla fine così è stato. Il direttore generale dell’Istituto Treccani, Massimo Bray, ex ministro dei Beni Culturali e presidente designato del nuovo Salone del libro di Torino, ha detto: “Questo Paese legge pochissimo e fa pochissimo per la lettura. E anziché elaborare una strategia per avvicinare le nuove generazioni ai libri, si spacca e inventa due saloni. Chi ci guarda da fuori riderebbe di questa situazione.” L’assessore alla Cultura del Comune di Torino, Francesca Leon, ha ribadito: “Il Salone del Libro non andrà a Milano, il Salone Internazionale del Libro si farà a Torino nelle date già annunciate. La Fondazione per il Libro e tutti gli enti coinvolti sono già al lavoro per preparare un trentesimo Salone innovativo, che avrà al centro editori e lettori in un evento che coinvolgerà l’intera città e sarà esempio a livello nazionale”.

Una decina di piccoli e medi editori si sono dimessi dall’associazione per protestare contro questa decisione pilotata dal gruppo berlusconiano della Mondadori. L’AIE organizza anche la fiera dedicata alla piccola e media editoria “Più libri più liberi” che si tiene a Roma. Il presidente Motta difende la sua scelta, pur apparendo in contrapposizione perché da un lato si è piegato alla scelta di organizzare una fiera internazione del libro a Milano, scaricando Torino, e dall’altro si fa il paladino dell’editoria indipendente, continuando a sostenere la fiera romana. Ci saremmo aspettati anche le dimissioni dal consiglio direttivo di “Più libri più liberi”. Che senso ha tradire l’editoria indipendente a Torino per poi accontentarla con la meno ambiziosa fiera romana? Purtroppo, nessuno della piccola e media editoria ha pensato, dopo lo smacco subito per il Salone del libro di Torino, di assumersi la responsabilità che la fiera annuale del libro a Roma non dovrebbe essere condivisa con l’AIE, ma con le associazioni dell’editoria indipendente. Personalmente, sarei propenso a sopprimere “Più libri più liberi” per fondare una nuova grande fiera a Roma che abbia lo scopo non solo di mostrare e vendere i titoli dell’editoria indipendente ma soprattutto che sia veicolo di pluralità alla lettura con la promozione di quei libri che faticano a entrare nelle librerie, ormai acquisite e dominate dai grandi gruppi editoriali. Insomma, una lettura più varia, più raffinata, più stimolante che possa rompere il vincolo tra i libri di serie pubblicati dalla grande editoria e i lettori. Con la decisione di fondare una nuova fiera a Milano, in competizione con il Salone del libro di Torino (le due fiere si terranno a una settimana di distanza), l’AIE ha saputo sbarazzarsi facilmente della piccola e media editoria. Perché quest’ultima non sa e non vuole sbarazzarsi dell’AIE accettando la kermesse romana con ostentata apatia?

Roma meriterebbe di meglio, una manifestazione culturale di alto livello, ma evidentemente una fiera dell’editoria indipendente, gestita dalla stessa, fa paura e anche gli indipendenti preferiscono che “Più libri più liberi” sia gestita dai padroni dell’AIE, quelli che hanno in mano la carta dei potenti editori.

 

 

 

Salone del libro a Torino o a Milano: i lettori traditi dall’associazione italiana editori

Il Salone del libro di Torino è ancora utile?  

salone-libro-torino1Nella nostra epoca di comunicazione elettronica istantanea, l’editoria è ancora un business alimentato da una passione per i libri e per le relazioni personali. Questa è rimasta una costante, anche con le nuove opportunità che gli ebook danno agli autori e agli editori, ed è parte del motivo per cui l’editoria è un’arte più che una scienza.

Per un lettore, una fiera del libro dà la possibilità di avere una conoscenza almeno parziale di quello che un editore propone; inoltre, ci si guadagna a incontrare editori, scrittori e parlare dei libri che amano, e i libri che il lettore ama. Per gli scrittori noti e i nuovi autori, una fiera è il luogo in cui agenti ed editori possono concentrarsi su libri di cui sono appassionati. La fiera tuttavia è fatta di grandi e piccole case editrici. Appare superfluo dire che è praticamente impossibile entrare in contatto con un grande editore mentre è piuttosto semplice contattare un piccolo editore. Qui si pone la domanda: chi fa cultura con i libri e chi commercia libri. È indiscutibile che i piccoli editori (quelli seri) sappiano cos’è un libro di qualità. Per un grande editore, l’insinuazione non si pone. Un grande gruppo editoriale sa perfettamente riconoscere un prodotto di qualità, ma spesso preferisce non pubblicarlo perché non garantirebbe i guadagni previsti per ogni libro. Un libro commerciale, al contrario, non avrebbe senso che lo pubblichi un piccolo editore perché comunque non avrebbe la visibilità sulla stampa e in libreria. Se Cinquanta sfumature di grigio fosse stato pubblicato da un piccolo editore avrebbe realizzato un millesimo delle copie vendute dal più grande gruppo editoriale che l’ha stampato e distribuito.

Ci sono alcune persone che mettono in dubbio la necessità delle fiere nel mondo di oggi che dispone di internet, ma si perdono qualcosa. Certo, tutti possiamo fare il nostro business online, ma se si rimuove l’elemento umano, si rimuove il cuore e l’anima del business.

È per questo che è ancora utile andare a Torino, che rimane la più grande fiera del libro dell’anno in Italia, e anche la più varia e la più frequentata nel settore editoriale, spingendo la gente a comprare e a comprendere l’importanza dei libri.

Si potrebbe comunque obiettare che grandi e piccoli editori stanno insieme come il diavolo e l’acqua santa. Sarà vero? È indubbio che i grandi editori convogliano molta gente alla fiera. Non sarebbe così attraente (per alcuni) se questi non ci fossero. È pur vero che i libri dei grandi editori sono visibili in tutte le librerie, quindi non si capisce quanto e perché sia utile per un lettore pagare il biglietto d’ingresso alla fiera per toccare con mano gli stessi libri che trovano nelle librerie di catena. Al contrario, per il lettore dovrebbe essere molto più utile partecipare alla fiera per scoprire le case editrici e libri che non hanno sufficiente visibilità. La promozione costa decine, migliaia di decine di migliaia di euro e un piccolo editore non può certo permettersi una spesa simile. Già la presenza alla fiera con un piccolo stand comporta un esborso economico non indifferente che non sarà mai coperto dalla vendita dei libri in fiera. Si va a Torino solo per farsi conoscere, per far capire che esisti e i tuoi libri sono ugualmente validi, se non superiori, a quelli distribuiti dalle grandi case editrici.

La fiera rimane la grande vetrina per tutti nel settore editoriale. Si mostrano i propri autori, si introducono nuovi prodotti, e soprattutto si dà un volto a quelle email tra esordienti scrittori, lettori affamati, agenti letterari, traduttori ostinati, redattori indefessi ed editori più o meno intelligenti. Sotto questo aspetto sociale, vi è la questione molto seria della vendita, perché può creare o distruggere una casa editrice in questi periodi di difficile congiuntura.

La fiera dovrebbe essere una grande gioia per tutto il mondo della lettura e della scrittura. È un luogo comune dire che l’editoria è un settore sociale, ma come molti luoghi comuni, è così perché è vero. Comportarsi socialmente non è un lusso, è buono per gli affari, e Torino è uno dei nodi chiave del settore, soprattutto per le persone che faticosamente ci operano.

 

Il Salone del libro di Torino è ancora utile?  

LA MORTE DEL LIBRO

LA MORTE DEL LIBRO
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Siamo tutti editori morti che camminano.

Quando si parla delle nuove possibilità di comunicazione che offre il computer, in un modo o nell’altro emerge sempre, prima o poi, l’angosciante interrogativo: ma allora siamo di fronte alla fine del libro? Il libro scomparirà dinnanzi alla tecnologia?
Nell’antichità, si pensi per esempio alle società contadine, i cambiamenti all’interno di una società erano di una tale lentezza che spesso le condizioni di vita delle ultime generazioni erano identiche a quelle dei loro avi. Oggi, al contrario, i cambiamenti che un individuo vede nell’arco di un solo decennio, sono probabilmente maggiori di quelli che per gli antichi Egizi si verificavano nel corso di alcune dinastie. È dunque ancor più comprensibile che davanti ad ogni cambiamento l’atteggiamento della gente si divida tra entusiastici, che non aspettano altro che buttarsi a capofitto nel nuovo, e conservatori che temono di perdere da un momento all’altro quello che hanno costruito con tanta fatica.
Qualcuno non vede l’ora di disfarsene a favore degli eBook, qualcun’altro teme un’apocalisse in puro stile Fahrenheit 451, con tomi che bruciano e squadre di piromani incaricate di stanare e polverizzare gli ultimi esemplari.

I libri continuano però ad arricchire i nostri scaffali, e le nostre giornate. Fino a quando? Secondo l’ultima sparata post apocalittica, targata TechCrunch, l’estinzione del cartaceo arriverà nel 2019. Tra cinque anni addio al profumo della cellulosa e dell’inchiostro appena stampato, giornali e riviste incluse, destinati a migrare verso lidi a cristalli liquidi e ditate per cambiare pagina.

Le previsioni di John Biggs sostengono che saranno sufficienti due anni per vedere il sorpasso degli eBook su ogni altra forma di pubblicazione, incluso il mercato dell’usato. Parallelamente, gli eMagazine eroderanno consistenti porzioni del mercato delle riviste cartacee.

Due anni più tardi, nel 2016, chiuderanno i battenti le ultime librerie indipendenti, sostituite da caffetterie con accesso alla Rete per attrarre una nuova clientela: avidi lettori di eBook che sorseggeranno un buon caffè di fronte ai loro schermi eInk.

Nel 2016 la maggior parte delle riviste “di grido” si digitalizzerà, abbandonando la stampa del cartaceo. Il 2018 sarà l’anno dell’addio alle grandi catene di librerie, anch’esse destinate a diventare caffetterie e Internet point per eLettori.

Finchè, nel 2019, arriverà il momento tanto sognato dai digitalizzatori: le case editrici si arrenderanno all’evidenza, e abbandoneranno definitivamente la stampa di tomi cartacei, puntando tutto sugli eBook. A dominare il mercato editoriale, però saranno i precursori del digitale: Amazon, Nook, Kobo e pochi altri.

Un anno più tardi, ogni scuola sarà dotata di eReader, e i libri di testo saranno disponibili solo in formato digitale.

Le tecnologie di miniaturizzazione miglioreranno ulteriormente gli eReader e tablet in commercio, abbattendone contemporaneamente il prezzo, fino a rendere il libro un semplice ricordo del passato, una curiosità da rigattiere. Si stamperà ancora qualche copia, così come avviene ora per i vinili nel settore musicale.

Nella timeline non trova stranamente posto l’avvento degli eReader a colori, che a nostro avviso potrebbe essere collocato tra il 2012 e il 2013. Certo è che ipotizzare il completo abbandono del cartaceo suona come una blasfemia, considerato che la maggior parte dei mercati occidentali (U.S.A. e Regno Unito esclusi) naviga ancora abbondantemente sotto quota 10% del totale editoriale.

La visione di Biggs è una pazzia? Una provocazione? O l’inevitabile evoluzione della specie “libro”?

Dunque è anche possibile che il libro scompaia – chi può dirlo? per molti individui è già morto -, ma non perché era logico o razionale che morisse. Se il libro muore la colpa non è delle nuove tecnologie, che come tali non sono né buone né cattive, ma del loro cattivo uso. Le nuove tecnologie non possiedono la capacità di sostituire completamente il libro. Se questo è in crisi le ragioni sono di altra natura: dipendono più probabilmente dalla spirale perversa del mercato o dalle carenze della scuola, delle case editrici, della società…
2014 – Gli editori iniziano a pensare che il digitale è il futuro.
2016 – Le piccole librerie indipendenti utilizzeranno gli spazi per vendere caffè, gadget che mettono a disposizione la connessione WiFi. Esisteranno poche librerie che si occuperanno solo di libri.
2017 – Riviste e quotidiani si leggeranno solo sul tablet.
2018 – L’ultimo negozio Feltrinelli si trasformerà in un bar e un punto di accesso digitale.
2019 – Amazon sfrutterà tutti le sue armi editoriali – tra cui l’autopubblicazione – da far impallidire tutti gli altri editori.
2019 – Drastica riduzione del numero degli editori. Potranno sopravvivere sono poche case più piccole, mentre i giganti come Mondadori acquisteranno case editrici più piccole.

2020 – Quasi ogni scuola e studente avranno un tablet e-reader. I libri di testo lentamente spariranno.
2023 – L’e-paper sarà il nuovo e-reader, sottile come un paio di fogli di carta.
2025 – La transizione sarà completata anche nella maggior parte del mondo in via di sviluppo. Il libro sarà, nella migliore delle ipotesi, un artefatto e nel peggiore dei casi un fastidio. Solo un sottoinsieme di lettori potrà beneficiare di libri stampati – ma in generale tutte le casi editrici esisteranno sono in digitale.

 

LA MORTE DEL LIBRO

Recensione Una mattinata persa di Gabriela Adamesteanu

 

http://www.wuz.it/recensione-libro/6956/una-mattinata-persa-gabriela-adamesteanu.html.

Recensione Una mattinata persa di Gabriela Adamesteanu

La giovane corrente letteraria spagnola “Afterpop” o Generazione Nocilla

Sono scrittori nati negli anni ’70 in Spagna, con alcuni approcci rivoluzionari e immersi nell’era di Internet che, nonostante legati a un mondo pieno di comodità e opportunità, hanno manifestato una profonda insoddisfazione, perché non potevano realizzare i loro sogni e perché il possesso materiale non li rendeva felici. Per poter cambiare il mondo, questi giovani si sono appellati a un cambiamento che deve iniziare dall’individuo stesso: “Affrontare le paure che ci imprigionano e ci impediscono di essere noi stessi. È necessaria una rivoluzione interiore per cambiare le nostre scelte di vita e, quindi, i modelli sociali”.

Sono i rappresentanti della Generación Nocilla, la “generazione Nutella”, scrittori con un nuovo modo di vedere la società e anche di raccontarla.
La principale caratteristica che ha definito questa nuova generazione in disaccordo e in conflitto con il mondo letterario più convenzionale e la volontaria e provocatoria pubblicazione delle loro opere nella piccola o media editoria, anche se i più importanti scrittori sono migrati verso le grandi case editrici, come la Mondadori, Alfaguara e Anagrama. Abbondano nell’uso regolare di Internet tramite i loro blog, considerandoli come campi sperimentali dei loro romanzi. Sono una generazione nata nell’era dei mass media e, quindi, la loro presenza o la loro influenza si fa sentire nelle loro opere mediante l’utilizzo di una serrata critica culturale contro lo spettacolo, l’abiezione contro il kitsch, il sarcasmo contro il formalismo e una nuova coscienza della tecnologia.

Questa generazione sta cambiando il mondo letterario perché ognuno di questi scrittori ha una grande capacità di reinventarsi, di modo che non si possa dire come potrebbe evolvere lo stile letterario in pochi anni, cosa potrebbe succedere dopo, dopo il pop.

Nel nome del postmoderno, questo nuovo gruppo è anche definito Afterpop, impegnato nella ricostruzione della cultura alta da quella che chiama la cenere del Pop, le cui principali caratteristiche stilistiche sono una narrazione frammentaria che è molto influenzata dalla letteratura americana e dai mass media. Un’altra caratteristica fondamentale è la mancanza di preoccupazione per i personaggi e l’interesse per la sociologia, miscelando differenti generi con grande naturalezza, perché non ci siano confini tra loro, in modo paritetico tra la poesia, i romanzi e i saggi. Non rifiutano la letteratura di business, ma si oppongono violentemente a concessioni.

Gli autori di riferimento sono Agustín Fernández Mallo, Eloy Fernández Porta, Manuel Vilas, Laura Fernandez, Javier Calvo e Vicente Luis Mora.

Jorge Carrión, altro rappresentante, si descrive come “uno scrittore del secolo” e sostiene che il suo lavoro “non può essere spiegato senza tutto ciò che caratterizza la nostra epoca”. Il suo romanzo Los Muertos, in Italia con il titolo I morti, sarà presentato al Salone del libro di Torino, in programma dal 10 al 14 maggio 2012.

La giovane corrente letteraria spagnola “Afterpop” o Generazione Nocilla